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I musei di storia naturale italiani sono a rischio collasso.

Allarme lanciato dai curatori museali con una lettera aperta alle istituzioni.

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ATTUALITÀ – I musei di storia naturale fanno conservazione, ricerca e didattica. Le collezioni museali sono una testimonianza della biodiversità attuale e passata su cui si basa molta della conoscenza scientifica. Ma, secondo  30 curatori museali, filosofi della scienza e altri membri della realtà scientifica, firmatari di una lettera aperta al Governo, la ricerca all’interno dei musei italiani è sempre più ridotta e la conservazione a lungo termine è a rischio. Diverse le cause: la progressiva perdita di rilevanza scientifica, la riduzione degli investimenti economici, e la scarsità di personale. Nella lettera, pubblicata a fine novembre sulla rivista Zookeys, si denuncia per esempio la mancanza di addetti preparati per curare e studiare il patrimonio esposto o conservato nei musei italiani, tra cui 150 esemplari unici di mammiferi, migliaia di insetti e molti reperti ancora da classificare.

Secondo Giuseppe Muscio, direttore del museo friulano di storia naturale e firmatario dell’articolo, “in un momento come quello attuale, l’elemento della ricerca viene tagliato e considerato un peso. Il problema non riguarda solo i musei, ma è più generale: in Italia si abbandona la ricerca di base, come quella tassonomica, a favore di ambiti più prettamente applicativi. Negli ultimi anni poi la situazione si è acuita perché molti degli operatori che lavorano in questi settori sono andati in pensione senza che vi fosse alcun tipo di ricambio”. Durante gli ultimi anni, i curatori che sono andati in pensione raramente sono stati sostituiti e in alcuni casi le assunzioni risalgono al secolo scorso: a Genova l’ultimo curatore è stato assunto nel 1987, a Torino nel 1991, a Roma nel 1993.

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Una realtà polverizzata
– I dati raccolti nel 2007 dall’Istituto di ricerca sulla crescita economica sostenibile del CNR mostrano che su un totale di 200 musei di storia naturale presenti in Italia, solo 16 sono a gestione statale, mentre 71 sono gestiti da comuni (come Genova, Milano, e Roma) e 58 dalle università (per esempio Firenze, Padova, Pavia, Perugia, Pisa). “La situazione è estremamente complessa”, spiega Muscio, “gran parte delle istituzioni museali italiane non fa capo a un’unica struttura nazionale, ma sono polverizzate. Questa situazione ha anche aspetti positivi, perché ha permesso di conservare tradizioni locali molto importanti. La polverizzazione però fa sì che molti musei appartengano all’università che ha praticamente abbandonato il filone di ricerca tassonomica oppure a enti locali che in maniera poco lungimirante, seppur comprensibile per chi deve riempire i bilanci, considerano i musei come dei pesi più che come elementi di prestigio e valore per la conservazione della tradizione locale. I musei sono gli enti che prima di altri vengono sottoposti alla scure dei tagli di bilancio”. Secondo quanto si legge nella lettera, inoltre, spesso i musei, soprattutto quelli gestiti da enti pubblici, tendono a valorizzare aspetti di più immediata visibilità, come mostre o attività didattiche. I curatori sono utilizzati come tecnici all’interno di progetti educativi e culturali o di eventi pubblici, mentre la ricerca in molti casi è implicitamente considerata di importanza secondaria.

Creare un meta-museo nazionale – La proposta che accompagna il grido d’allarme è quella di realizzare a un meta-museo italiano, cioè una rete di condivisione delle risorse, che assicuri un miglior coordinamento delle attività scientifiche e obiettivi comuni a lungo termine. “Ma l’idea di una struttura nazionale non vuol dire cancellare i musei locali in favore di un grande museo nazionale”, specifica Muscio, ammettendo che su questo punto c’è dibattito interno fra gli operatori museali. “Si pensa a una struttura estremamente agile: un museo nazionale non sarebbe realistico da un punto di vista economico, né vantaggioso in una situazione di patrimonio diffuso come quella italiana. Quello che si cerca di fare è trovare delle forti forme di collaborazione e coordinamento che dovranno essere appoggiate da istituzioni nazionali come i ministeri, in modo che si possano sviluppare maggiori sinergie fra le istituzioni. L’attuale mancanza di coordinamento fa sì che i musei italiani non abbiano una grande visibilità a livello europeo: i progetti europei di tassonomia e di ricerca in questo settore vedono come protagonisti i grandi musei nazionali e spesso tagliano fuori l’Italia proprio perché non trovano un partner significativo su cui appoggiarsi”.

Una questione politica – Nella lettera si legge che la questione è politica, che non è più prorogabile, ma deve essere inserita urgentemente nell’agenda politica del Governo italiano. “Questo documento è una critica forte verso i ministeri, ma anche un’autocritica fra noi operatori museali”, ammette Muscio. “Forse non abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare per attivare prima questo tipo di coordinamento, che per molte cose esiste già, ma che ancora manca di quella forza e di quel peso che può esserci solo con l’aiuto di un ente esterno come un ministero”.

Guardando all’Europa, “Francia e Inghilterra hanno un centralismo culturale molto forte, mentre in Spagna ci sono tre o quattro musei molto importanti con grandi collezioni e poi tantissime realtà frammentarie. L’esempio più interessante è quello tedesco: in Germania c’è un grande museo nazionale, ma ci sono diversi musei locali molto importanti che hanno iniziato a mettere in rete le loro collezioni, a costruire una sorta di meta-museo con tutti i loro dati, rendendosi più visibili e più appetibili per i potenziali sponsor, sia a livello pubblico che privato”.

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I prossimi passi – “L’associazione nazionale musei scientifici (ANMS) ha fatto una catalogazione delle collezioni con il progetto CollMap. Il prossimo passo che si vuole fare è dare organicità a questa prima mappatura, il sogno è arrivare a indicare tutti i reperti presenti”, conclude Muscio. “L’idea è utilizzare l’ANMS e le altre associazioni di riferimento, come la Società Botanica, per creare un coordinamento che venga poi proposto e supportato da un ente superiore. Si stanno formando dei gruppi di lavoro, per fare delle proposte effettive; se n’è parlato in un convegno a ottobre a Roma, e ci ritroveremo il prossimo anno a parlarne di nuovo in una maniera molto più applicata e pervasiva, cercando di esaminare tutti i problemi che ci sono in modo da garantire la miglior riuscita di questa idea. Ci sono modi di vedere leggermente diversi, siamo in tanti e la biodiversità è anche quella degli operatori museali; ma c’è un intento comune perché siamo perfettamente consci che ne va della sopravvivenza non tanto delle istituzioni come tali, ma del patrimonio che queste istituzioni tutelano”.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: sailko, Wikimedia Commons

9 Commenti

  1. Qualche settimana fa ero a Bruxelles per un workshop su un progettone H2020 su tecnologie aerospaziali (??!!!). Il workshop era organizzato nel museo di Scienze Naturali di Bruxelles, un posto bellissimo, nuovo, pieno di scolaresche, con sale che oltre al nostro estemporaneo workshop ha ospitato anche un convegno di entomologi negli stessi giorni. Una esperienza bellissima che mi ha fatto pensare allo stato in cui versa, ad esempio, la Certosa di Calci, luogo che avrebbe poco da invidiare al museo belga…

  2. Sicuramente non risolvera’ la questione di carenza di risorse, ma potrebbe essere una buona idea usare licenze libere per divulgare grande patrimonio di cultura accumulato.
    Almeno si puo’ cercare di dare valore all’economia digitale.

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