ATTUALITÀULISSE

Il fracking è una questione politica

Le decisioni sulle tecniche di fracking non devono riguardare soltanto scienziati ed esperti: i cittadini si aspettano politiche più partecipative

15125322428_00816256ca_z

ATTUALITÀ – Tutto si può dire del fracking, salvo che sia una questione risolta. La controversia sull’uso delle tecniche di fratturazione idraulica per la ricerca di gas di scisto, al contrario, è più che mai attuale, anche se in Italia se ne sente parlare poco. OggiScienza ha affrontato l’argomento l’anno scorso, mettendo in evidenza rischi e benefici del procedimento inventato negli Stati Uniti. Ed è proprio negli Usa che il problema è più sentito: in alcuni dei cinquanta Stati del Paese, come Texas e North Dakota, infatti, le rocce del sottosuolo vengono fratturate quotidianamente e il gas ha già da tempo cominciato a fluire alla superficie; in altri, per esempio New York e Pennsylvania, si sono invece adottati provvedimenti restrittivi, arrivando fino alla proibizione dell’uso di questa tecnica.

L’industria estrattiva, e in particolare il fracking in tutte le sue sfaccettature, sono stati tra i temi più presenti alla conferenza della Società americana di antropologia applicata, appena conclusasi a Pittsburgh, in Pennsylvania. «È un argomento molto sensibile, di cui non sempre si ha voglia di parlare. Alcune imprese hanno letteralmente comprato il silenzio dei cittadini: “Voi ci lasciate fratturare le rocce, noi vi forniamo acqua potabile, ma se vi chiedono qualcosa va tutto bene”. In pratica, se ci dovessero essere episodi d’inquinamento delle falde acquifere in una certa zona, chi ha subito l’inquinamento dovrebbe tenere la bocca chiusa», afferma Veronica Coptis, del Center for Coalfield Justice.

Se a prima vista può sembrare inusuale che siano antropologi, e non ingegneri o geologi, a occuparsi di fratturazione idraulica, è forse perché siamo abituati a pensare che la forza della scienza e della tecnologia stia proprio nel restare quanto più possibile lontano dalla politica. Niente di più lontano dalla realtà, sembrano concordare gli esperti intervenuti alla conferenza. La tecnologia è politica e società, ma molti tecnici, educati a un’idea di scienza a-sociale, non sanno come comportarsi di fronte all’opposizione dei cittadini. Finiscono così per accusare chi protesta di scarsa cultura scientifica, o di voler difendere il proprio orticello senza comprendere i vantaggi della nuova risorsa per il paese. Assicurano poi, dati alla mano, che il fracking non comporta alcun rischio ambientale, se ben gestito. Queste accuse sono però semplicistiche, e le scienze sociali hanno già dimostrato da anni quanto non siano questi – o non soltanto questi – i motivi alla base della protesta.

«L’uso (o il non-uso) delle nuove tecnologie di estrazione di idrocarburi, infatti, è prima di tutto una questione sociale. Non riguarda soltanto l’ambito ristretto della sicurezza per l’ambiente e per la salute umana dei procedimenti impiegati ma, in senso più ampio, il modo in cui vogliamo venga usato l’ambiente in cui viviamo quotidianamente, e la nostra visione del futuro», spiega in un suo studio il sociologo Francis Chateauraynaud. Il gas, per quanto sia meno inquinante del carbone, è pur sempre un’energia fossile; a causa del suo basso costo, finanziare progetti di questo tipo porterebbe a un rinvio dell’espansione delle energie rinnovabili. E se c’è una cosa che i tanti summit ambientali mondiali ci hanno insegnato, è che non si può più rimandare la riduzione delle energie fossili, pena uno stravolgimento del clima terrestre. È per questo che dare in pasto agli attivisti cumuli di dati e percentuali non risolve neppure in minima parte il problema dell’accettazione di una tecnologia, nel momento in cui i cittadini sono regolarmente ignorati da decisioni prese a monte dalla classe politica e dai cosiddetti esperti.

In molti paesi d’Europa, i politici si sono barcamenati alla meno peggio dando di volta in volta ragione agli attivisti o alle compagnie gassifere, a seconda della convenienza. Le posizioni in Europa riflettono grosso modo quelle negli Stati Uniti: da una parte, i difensori dello sfruttamento del gas non convenzionale, in nome di una maggiore autonomia energetica dall’estero (Polonia, del Regno Unito); dall’altra gli oppositori, che hanno proibito l’uso del fracking (Francia e Bulgaria). Va da sé che in queste condizioni pensare a regole uniche a livello europeo diventa impossibile. Per evitare i mal di pancia di questo o quel Paese, l’UE ha così lasciato carta bianca nella gestione nazionale della problematica. Insomma, se n’è lavata le mani. Ma questa posizione non risolve né il problema micropolitico della mancata partecipazioni dei cittadini ai processi decisionali sull’uso del gas di scisto, né quello macropolitico dell’eventuale commercializzazione in Europa di un’energia fossile che non farebbe che aggravare il bilancio climatico del continente. Senza poi considerare i problemi che lo sfruttamento di un gas europeo causerebbe con i Paesi che oggi riforniscono l’Europa. In definitiva, il dibattito è ancora aperto: seguirlo sarà sicuramente interessante, ma ancor più interessante sarebbe precederlo, attuando a monte alcune tra le misure partecipative richieste a gran voce dai cittadini.

Credit foto: The Weekly Bull

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Crediti immagine: Garry Knight, Flickr

10 Commenti

  1. Che significa “attuando a monte alcune delle misure partecipative richieste a gran voce dai cittadini”? I cittadini, se lo desiderano, possono benissimo fare a meno di usare i combustibili fossili. Rinunciare all’auto, fare a meno del riscaldamento, tenere spenta la luce, servirsi solo delle aziende che forniscono energia pulita. Nessuno glie lo impedisce. O si preferisce che sia una dittatura a imporglielo?

  2. @Carlo Pezzoli: Non è una questione di dittatura o democrazia, ma della possibilità delle comunità locali di partecipare ai processi decisionali riguardanti modifiche sostanziali al paesaggio e allo stile di vita in cui vivono. Certo, i cittadini possono evitare l’uso di energie fossili, ecc, e ciò ha indubbiamente un effetto; tuttavia, non permette al cittadino di partecipare alle dinamiche più complesse che entrano in gioco quando un governo decide di attuare determinate politiche energetiche. Una cosa è lo stile di vita del singolo individuo; un’altra è la partecipazione a monte a processi decisionali.

  3. @Roberto Cantoni: e se il 50% dei cittadini vuole il ponte di Messina e l’altro 50% non lo vuole, che facciamo? Costruiamo mezzo ponte? Le cose si fanno o non si fanno. Sarà il senno di poi a dirci se una scelta è stata buona o cattiva, sempre distinguendo per chi è stata buona e per chi è stata cattiva. Se l’uomo avesse praticato il principio di precauzione, vivrebbe ancora nelle caverne. Non avrebbe trovato l’America, scoperto l’energia atomica, inventato la dinamite, prodotto la penicillina o andato sulla Luna. Si tratta solo di cultura, ma campa cavallo. Il progresso è la prerogativa dei pochi che sanno osare, anche a costo della loro vita. La “partecipazione a monte” lasciamola a chi abbaia alla Luna, mentre sta godendo i benefici dei sacrifici altrui.

    1. Certo, le cose si fanno o non si fanno. Ma c’è modo e modo di farle. Il senno va usato prima, non poi. Prima si discute, prima si consultano le parti in gioco, poi si vede se è il caso di attuare un progetto. Non credo di dire niente di rivoluzionario se sostengo che, se lo Stato vuole costruire un’autostrada vicino casa mia, prima dovrebbe consultare me e tutti quelli che abitano nella zona scelta per la costruzione. Il principio di precauzione va applicato per due motivi: uno, più ovvio, è che è previsto dalla Convenzione di Rio. L’altro riguarda la sua affermazione sulle caverne: è un’obiezione che ho sentito almeno un centinaio di volte da parte di chi è favorevole al ‘progresso’ a tutti i costi. Ma prima ci sarebbe da definire cosa sia e soprattutto per chi sia questo progresso. È una discussione che, ripeto, va fatta a monte. Si rallentano le procedure? Poco male. La democrazia e la rapidità di esecuzione non sono buone vicine. Prenda la Cina. Guardi quanto velocemente va nella costruzione di infrastrutture, rispetto a qualunque altro paese. Perché? Perché è economicamente potente, certo, ma anche perché non rispetta i diritti dei suoi stessi cittadini. Diritti di essere parte della presa di decisioni. Le piacerebbe se i paesi europei adottassero il metodo cinese? Se un giorno arrivasse qualcuno alla porta di casa sua e le dicesse: “Buongiorno, lei tra un mese deve cambiare casa. Qui ci facciamo un’autostrada”?

  4. E’ una bolla – come tante altre bolle speculative del passato. Le aziende coinvolte hanno operato in perdita per l’intera propria storia operativa. Il gioco regge fin quando ci sono investitori poco furbi che si fanno convincere a versare soldi in un baraccone che produce solo debiti. Senza nulla togliere alle considerazioni ambientali.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: