Cibo extra per la fauna selvatica

Nutrire gli animali non è sempre una buona idea: può favorire la diffusione di malattie infettive, che a lungo andare arrivano anche noi

6904712695_751bb39e16_zAMBIENTE – Bidoni della spazzatura troppo facili da raggiungere (e da aprire), discariche, mangiatoie all’aperto, zone un tempo disabitate in cui si fa spazio per l’agricoltura, o in cui cominciano a stabilirsi molte persone: è così che nel tempo la fauna selvatica ha avuto sempre più accesso a fonti di cibo “supplementari”, molto diverse da quello di cui si nutrirebbe normalmente. E questo ha implicazioni non solo per la conservazione ma anche per la salute umana, perché aumenta la diffusione di alcune malattie infettive -e fortunatamente ne riduce altre. Fa il punto una pubblicazione sul Journal of Ecology Letters firmata da un gruppo di biologi, con qualche spunto pratico da seguire.

“Sapevamo che gli studi condotti in passato avevano mostrato sia un aumento che una diminuzione delle parassitosi, ma nessuno li aveva ancora sintetizzati per raggiungere una conclusione”, spiega Daniel Becker, studente di dottorato della Odum School of Echology, leader dello studio. “Volevamo sapere se ci fosse una tendenza generale, e che cosa determina risposte differenti in casi diversi”. Anche perché la pratica di allungare un bocconcino a un animale -sì selvatico ma che ci premia con un po’ di confidenza- è una tentazione alla quale per molti è difficile resistere; e questo succede anche se dovrebbe essere ormai più o meno universalmente chiaro che di rado farlo è una buona idea. E che a lungo andare, se in una zona particolare o per una specifica popolazione diventa un’abitudine, gli animali ne risentiranno.

Ma la questione non riguarda solo l’assaggio di cibo all’animale di passaggio, si amplia invece a situazioni più inquadrate come ad esempio le mangiatoie e simili strutture impostate nei parchi naturali, magari rivolte a una precisa specie d’interesse. Sono venti i lavori analizzati da Becker e i colleghi, il cui scopo ultimo era comprendere i trend delle infezioni per poter creare dei modelli predittivi, e conoscere in anticipo la trasmissione dei patogeni. “I meccanismi in atto sono molti e diversi” spiega il ricercatore: quando parliamo di patogeni come batteri e virus (che richiedono un contatto per diffondersi) le fonti di cibo che attraggono un gran numero di animali, come le mangiatoie- possono dare un’accelerata notevole alla questione -nonché permettere che la trasmissione sia non solo intraspecifica ma anche tra animali di specie diverse-.

Dall’animale all’essere umano

Un esempio di questo meccanismo è l’infezione causata dal virus Nipah, una zoonosi diffusasi in Malesia dove i pipistrelli della frutta -attirati dagli alberi piantati dagli agricoltori- la hanno portata a contatto con il bestiame e con gli esseri umani. Persino quando il cibo in questione ha un ottimo valore nutritivo, precisano i ricercatori, la capacità di rafforzare il sistema immunitario dell’animale è comunque insufficiente a scongiurare il rischio dell’esposizione al virus. Così le difese non solo non vengono “aiutate” ma addirittura ne risentono.

Un altro esempio sono le iguane che vivono alle Bahamas, e che si mangiano un sacco di uva premurosamente offerta loro dai turisti in vacanza: non si tratta di un alimento presente nella loro dieta naturale, il che ha fatto sì che le loro condizioni di salute siano in generale peggiorate, portando ad aumentare il livello di infezioni causate da anchilostoma, un parassita. Un quadro più positivo emerge invece sul fronte tenie e fasciole: si tratta di parassiti che hanno bisogno di ospiti multipli per poter compiere il proprio ciclo vitale, e se un animale si nutre in una discarica (o da un bidone della spazzatura incustodito) è più improbabile vi venga a contatto. Un esempio sono le volpi, che rispetto a un pasto ottenuto cacciando i classici roditori (che ospitano i vermi) spesso preferiscono nutrirsi proprio nelle discariche. Ma è davvero auspicabile che una specie animale si nutra pescando dai nostri rifiuti?

Insomma, cosa fare per ridurre il problema, una volta capito cosa succede in contesti differenti? Secondo Becker prima di tutto è necessario distanziare le mangiatoie e i nidi artificiali, in modo da non avere un gran numero di individui che si nutre nello stesso posto e da sfavorire la proliferazione di parassiti. Poi si può ragionare sul migliorare l’apporto nutrizionale del cibo che forniamo agli animali, in modo da resistere meglio alle eventuali infezioni. Ed eventualmente sfruttare le mangiatoie per distribuire vaccini e trattamenti, aggiunge il ricercatore.

Il lavoro insomma è tanto e praticamente si inizia a farlo ora: prima di intervenire sul cibo in sé forse sarebbe più opportuno aumentare la consapevolezza delle persone sulle conseguenze di dare agli animali selvatici cibo che normalmente non mangerebbero. Facendo capire che in determinate zone è bene prestare attenzione a dove sta il bidone della spazzatura, e quanto facilmente potrebbe attirare la fauna del luogo. In parchi e riserve questo tipo di sensibilizzazione è già in atto da un bel po’, con buone pratiche come la rimozione dei cestini. Uno degli esempi italiani che rientrano nelle buone pratiche è il Parco Adamello Brenta, che accoglie i visitatori (anche) con un cartello che dice

Abbiamo tolto i cestini. La presenza dei rifiuti cambia le abitudini alimentari degli animali e degrada l’ambiente. Per questo motivo abbiamo tolto i cestini portarifiuti, confidando nella tua disponibilità a riportare i rifiuti a Valle. La tutela del parco passa anche dalla tua collaborazione! La natura… ti ringrazia

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Zona 5 Lessinia, il ritorno del lupo in Trentino

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Jans Canon, Flickr

Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collaboro con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, IN3D dove scrivo di benessere animale, etologia, cognizione animale e mi occupo di copywriting scientifico. Nel 2016 ho vinto il Premio Giornalistico Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "Il diabete sui media" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

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