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L’arresto cardiaco può aumentare il rischio di demenza

Un adeguato follow up dopo un evento cardiaco deve tenere d'occhio le capacità cognitive, non solo la salute fisica

6467444345_f837507d9f_zSALUTE – La metà dei pazienti che sopravvive a un arresto cardiaco va incontro a problemi cognitivi, specialmente per quanto riguarda la memoria e la capacità di mantenere l’attenzione. Lo ha mostrato un ampio studio su Jama Neurology condotto dalla Lund University, che ha coinvolto 950 pazienti tra Europa e Australia. A sei mesi dall’evento cardiaco metà di questi è morta, mentre i sopravvissuti sono stati seguiti dai ricercatori con test di screening periodici per valutare il deterioramento cognitivo, con il compito “per casa” (esteso anche ai loro parenti) di prendere nota di eventuali cambiamenti importanti nella loro quotidianità.

Ciò che ha sorpreso i ricercatori è che anche il gruppo di controllo seguito durante la ricerca, che comprendeva persone sopravvissute a un infarto, è andato incontro allo stesso tipo di problematiche (allo stesso livello) causate dall’arresto cardiaco e dalla conseguente mancanza di ossigeno.

«Pensavamo che avremmo trovato una gran differenza tra i due gruppi, perché chi aveva avuto un infarto non aveva subito la mancanza di ossigeno a livello del cervello», spiega Robias Cronenberg, neurologo della Lund University. «Invece mostravano segni di danni cerebrali paragonabili a quelli dei pazienti di arresto cardiaco». Il motivo perciò è da cercare altrove, per esempio nei fattori di rischio che accomunano gran parte dei pazienti con problematiche cardiache, come diabete e pressione o colesterolo alti. Non sarebbe la prima volta che questi fattori vengono associati al rischio di demenza.

«La nostra conclusione è che per fornire un buon trattamento ai pazienti di arresto cardiaco non possiamo limitarci a salvar loro la vita; dobbiamo anche assicurarci di rispondere a questi fattori di rischio, per esempio migliorando la loro dieta e spingendoli a fare più esercizio fisico. Altrimenti il rischio è che sviluppino demenza», spiega Cronberg. L’importanza del follow-up si estende quindi non solo alla salute fisica, ma anche al monitoraggio di memoria e attenzione; tutti i pazienti (e i loro parenti coinvolti nello studio) hanno anche detto di aver apprezzato l’opportunità di poter discutere con gli esperti tutti i sospetti segni di deterioramento cognitivo, cercandone le cause e decidendo come intervenire.

Tra gli obiettivi della ricerca del team di Cronberg (pubblicati su Circulation) c’era anche stabilire se ci fossero disparità nella sopravvivenza tra le persone che dopo un arresto cardiaco vengono portate a una temperatura corporea di 33°C e quelle in cui si mantengono i 36°C. Non hanno trovato differenze da questo punto di vista, né a livello di deterioramento delle capacità cognitive.

@Eleonoraseeing

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Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Anne Worner, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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