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Trentino: a caccia di scienza

Bianche rocce dolomitiche, la preziosa montagna e la scoperta di un territorio tra salamandre, boschi e musei

SPECIALE AGOSTO – Oltre il 30% del territorio trentino è soggetto a tutela (le diciture si sprecano, Parco Nazionale, Riserva provinciale o locale, biotopo, ZSC, ZPS). Ma non solo. Recentemente il buon grado di conservazione e di integrazione tra uomo e ambiente naturale, hanno meritato a una parte del territorio il riconoscimento di “Riserva della Biosfera” parente UNESCO meno noto del più famoso “Patrimonio dell’Umanità” che distingue le dolomiti già dal 2009. E di certo c’è un motivo per tutta questa tutela, che va oltre la gestione oculata che ha fatto del territorio il suo punto forte, il perno dell’economia locale, e non basta nemmeno, per quanto vero, che questa natura sia bella.

Il fatto è che in Trentino Alto Adige le bianche rocce dolomitiche raccontano i mari tropicali di oltre 200 milioni di anni fa, gli endemismi vegetali ricordano in struttura e distribuzione le glaciazioni, i resti degli insediamenti preistorici in quota descrivono l’inizio del rapporto uomo ambiente che ha portato al paesaggio che oggi conosciamo. Tutto, passeggiando in questo museo all’aria aperta, diventa indizio per ricostruire milioni di anni di storia del mondo.

Consigliamo quindi a chi si avventura al limite settentrionale d’Italia, di approcciare la scienza passando per la natura: scegliendo gli itinerari giusti è possibile investigare negli ultimi 280 milioni di anni del nostro pianeta. Non essendo io un prodotto originale del territorio, chiedo consiglio ai ricercatori del Muse cercando di non farmi mancare nulla: dalla geologia all’uomo, passando per… le salamandre.

Partiamo con alcune domande che scavano nel passato profondo del nostro pianeta e a cui nessuno meglio delle rocce può dare risposta. Com’era l’ambiente prima di diventare “la montagna” che oggi conosciamo? Da chi era abitato?

Bletterbach Geopark
Se volete rispondere a queste domande provando l’emozione di una passeggiata lunga 40 milioni di anni, Massimo Bernardi, paleontologo del Muse, consiglia senza dubbio di avventurarsi nella stretta gola del Bletterbach per un rock tour nella storia del pianeta fra 280 e 240 milioni di anni fa. Uno straordinario sito geologico dove, seguendo a ritroso il corso del fiume che solca il canyon e osservando strati, colori, e la diversa erosione delle rocce nel tempo, è possibile ricostruire la storia dell’ambiente Dolomitico prima che desse origine a quelli che oggi conosciamo come i Monti Pallidi. Processi che rivelano un passato di vulcani, caldi mari tropicali e barriere coralline, oggi bianche pareti dolomitiche. Gli strati di arenaria inoltre, spiega Massimo, hanno conservato orme e piante fossili, testimonianza del complesso ecosistema sviluppato in questa zona 260 milioni di anni fa.

Una passeggiata di circa tre ore in uno stretto canyon, che per la sua unicità è diventato Geoparco e patrimonio Unesco e che attira ogni anno, nei pochi mesi estivi in cui è visitabile, oltre 60 000 curiosi. Si tratta di una stretta gola, incisa nel fianco orientale del Corno Bianco, all’imbocco della val di Fassa, estremità meridionale dell’Alto Adige.

Fig. 5
Per sapere invece chi ha abitato queste montagne prima di orsi e lupi, Massimo consiglia senza dubbio una visita ai Lavini di Marco (Rovereto). In 15 minuti di camminata, immersi in una vegetazione quasi mediterranea data l’esposizione del versante e vicinanza al lago di Garda, si ha la rara occasione di mettersi letteralmente sulle tracce di una fauna di 200 milioni di anni fa. Scoperto casualmente fra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 da un naturalista appassionato -durante una passeggiata “di necessità” del cane- questo sito è diventato uno dei più famosi nel suo genere a livello Europeo e assolutamente unico in Italia.

Su una placca calcarea, portata in superficie dalla frana che ha originato le note “Ruine dantesche”, sono impresse e ben riconoscibili lunghe piste di orme giurassiche che possono arrivare a 40 cm di diametro. Si tratta di teropodi, dinosauri carnivori a tre dita e prosauropodi erbivori del giurassico inferiore. Caso raro, qui è possibile seguire le orme dei dinosauri per svariati metri e perdersi – almeno per un’ora e mezza di visita – lungo le tracce del mondo perduto.

Se poi vi chiedete a che punto sia arrivato l’uomo sulle montagne, lasciamo la parola agli archeologi. “E’ proprio grazie alle ricerche fatte in Trentino” spiega Diego Ercole Angelucci, docente presso il Dipartimento di lettere e filosofia dell’Università di Trento “che l’alta quota ha trovato un posto nella preistoria e nell’archeologia del territorio; fino agli anni ’70 non si parlava di insediamenti preistorici in alta montagna”. Infatti da queste parti non sono pochi i ritrovamenti che attestano la frequentazione preistorica delle alte quote oltre che del fondovalle. Una visita la vale sicuramente il Museo delle Palafitte di Ledro, sorto sulle sponde del lago dove nel 1929 vennero alla luce gli oltre 10000 pali, incredibilmente conservati, del villaggio palafitticolo di 4000 anni fa.

Rimanendo in zona, spostandosi sui versanti più caldi delle montagne, che guardano verso il lago di Garda, immerso in una splendida faggeta punteggiata di castagni, vale la pena la breve passeggiata per raggiungere il sito di S. Martino di Campi. Si dice che misteriose figure popolino i boschi attorno a S. Martino, personaggi delle numerose leggende che avvolgono questo sito archeologico. Si tratta di uno dei luoghi più affascinanti e ricchi di storia del territorio. Collocato sulla piana dell’Alto Garda a circa 800 metri di quota, il sito si trova sulla via di comunicazione fra l’Alto Garda, il bresciano e la zona alpina. I reperti raccontano di un luogo sacro, frequentato già a partire dal III millennio a. C. dove si celebrava il culto della natura della fertilità e, con roghi e offerte, si onoravano i passaggi esistenziali. Il ritrovamento di diverse statuette testimonia che il culto era rivolto alle divinità femminili. Nel medioevo il sito si arricchì di un villaggio e di una chiesa, ristrutturata poi in epoca tardo medioevale e mantenuta attiva nei secoli successivi.

E oggi? Quali abitanti caratterizzano con la loro presenza il Trentino?

Golden alpine salamander
Michele Menegon, ricercatore del Muse, consiglia qualche itinerario per vedere -o almeno provarci- alcuni specie animali non appariscenti ma sicuramente molto caratterizzanti. “Alla fine degli anni ’70 un professore dell’Università di Pavia, in villeggiatura con la moglie sull’altopiano di Asiago, visitando una mostra sulla natura locale notò in un terrario una strana salamandra raccolta nei boschi circostanti. I naturalisti le avevano indicate come salamandre pezzate, specie comune in gran parte d’Europa ma il professore notò che c’era qualcosa di strano e indagò.

Fu così che nel 1982 il professor Trevisan pubblicò la descrizione di una nuova sottospecie di salamandra e la dedicò alla moglie Aurora”. A molti anni di distanza la salamandra di Aurora si è dimostrata uno dei vertebrati più interessanti del nostro continente, la cui distribuzione ridotta al solo altopiano d’Asiago, ne ha portato la fama oltre i confini nazionali. Grazie alla sua unicità questo animale, che rappresenta un interessante tassello nella storia evolutiva delle salamandre, attira appassionati e curiosi da tutta Europa. Specie notturna, schiva e attiva soprattutto nelle giornate di pioggia, vi richiederà numerose passeggiate, fra maggio e settembre, attraverso gli splendidi boschi di abete bianco e rosso dell’altopiano di Asiago.

Se le alture sono la vostra passione c’è un’altra storia, esempio di successo nella storia della conservazione, che merita ascoltare “c’è una sbiadita immagine in bianco e nero scattata nel 1912 che ritrae tre persone che mostrano orgogliose il cadavere di un enorme uccello ad ali spalancate: l’ultimo gipeto delle Alpi” spiega Michele. Specie impressionante, al culmine della catena dei necrofagi e la cui apertura alare può sfiorare i tre metri, è stata completamente eliminata dall’ambiente alpino. Una grave perdita per l’ecosistema, che nel 1978, si cominciò a pensare di colmare. Una storia di reintroduzione a lieto fine con gli ultimi esemplari rilasciati nel Parco dello Stelvio nel 2008. Oggi, con un po’ di fortuna, è possibile rivederne l’enorme sagoma in volo e uno dei posti migliori per provarci è la Val Martello, (Parco dello Stelvio), dove oggi nidificano 4 coppie di gipeti. Un’occasione per uno spettacolo sorprendente in uno dei contesti alpini più belli del territorio.

Se siete sazi di natura ma non ancora soddisfatti di conoscenza vi consigliamo una visita al Muse dove approfondire le relazioni che distinguono gli ecosistemi di montagna indagare sul rapporto che, localmente e globalmente, nel passato, presente e futuro, lega l’uomo alla natura.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagini: Massimo Bernardi, Michele Menegon

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