SCOPERTE

Se leggiamo in un’altra lingua siamo meno emotivi

Capita a tutti di immedesimarsi nei personaggi di un libro e sperimentare gli stati d'animo che vivono. Ma in una lingua diversa la reazione cambia

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SCOPERTE – Immersi tra le pagine di un libro, coinvolti nella storia e sulle spine in attesa del finale, capita a tutti di immedesimarsi nei personaggi. Di provare emozioni, sentirsi proprio come si sentono quelle persone le cui avventure stiamo leggendo tra le pagine, o su uno schermo.

Qualche anno fa, sulla rivista Psychological Science, il ricercatore della SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) di Trieste Francesco Foroni dimostrava questo fenomeno, che ci porta a replicare non solo le emozioni ma i processi fisiologici dei personaggi. Oggi, tra le pagine di Brain and Cognition, Fioroni ha deciso di studiare come cambia questa esperienza se leggiamo in una seconda lingua diversa dalla nostra madrelingua, appresa in età adulta.

“L’interpretazione di questi fenomeni si spiega con la teoria dell’impersonificazione”, premette Foroni. “Quando elaboriamo informazioni di tipo emotivo, il nostro corpo mima quelle emozioni mettendo in modo gli stati fisiologici che le caratterizzano”. Se per esempio leggiamo di un personaggio felice spontaneamente ci verrà voglia di sorridere, se invece è arrabbiato finiremo per accigliarci anche noi, seppur non necessariamente consapevoli del cambiamento in corso.

Se il fenomeno è evidente quando leggiamo nella nostra madrelingua, quando il testo è in una lingua diversa le emozioni e la risposta fisiologica sono decisamente più contenute (anche se difficilmente scompaiono del tutto). Foroni ha fatto questa scoperta sfruttando la tecnica dell’elettromiografia, un esame neurofisiologico che misura l’attivazione muscolare, applicata a 26 persone che leggevano testi in inglese oppure nella loro madrelingua.

Nessuno dei partecipanti era madrelingua inglese: tutti erano danesi e avevano imparato l’inglese a scuola dopo i 12 anni. A differenza di quanto capitava mentre leggevano testi nella loro lingua, le espressioni facciali e i cambiamenti emotivi registrati in risposta alla lettura erano decisamente meno marcati. Una reazione normale, spiega il ricercatore, visto che tendiamo a imparare le nuove lingue in contesti meno emotivi rispetto a quello in cui abbiamo appreso la nostra. Un’aula di scuola, per esempio, contro un gioco insieme a nostra madre che, quando eravamo molto piccoli, ci chiedeva di sorridere sorridendo a sua volta. In questo modo, in mancanza di un background emotivo, l’associazione tra la parola che rappresenta un’emozione e l’emozione stessa è più blanda.

Se pensiamo a quante situazioni richiedono di prendere decisioni che rischiano di essere “compromesse” dalle emozioni, la scoperta ha una serie di implicazioni importanti. Se siamo influenzati da uno stato emotivo di gioia o tristezza possiamo diventare meno razionali, e fare le nostre scelte in una condizione che non ci permette di valutare i pro e i contro in modo appropriato.

Non è la prima volta che si prende in analisi il cambiamento emotivo di fronte a una lingua diversa, e questa linea di ricerca continua a portarci molte sorprese: qualche tempo fa un gruppo di scienziati dell’Università di Chicago e dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona aveva spiegato come parlare una lingua straniera provochi una ridotta risposta emotiva, facendo entrare in gioco una distanza psicologica dalle preoccupazioni che normalmente ci assalirebbero di fronte a decisioni di tipo morale. In questo modo, inoltre, diminuisce il timore di subire perdite.

@Eleonoraseeing

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Crediti immagine: Rui Fernandes

 

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

5 Commenti

  1. Io sono bilingue,lingua madre rumeno e italiano imparato da adulto qui'”sul campo”. Io.non.sento.alcuna differenza quando leggo in italiano, anzi, mi viene da dire che mi trovo meglio leggere in italiano…. certo, manca la prova dell’elettromiografia. E poi bisogna vedere il livello di conoscenza della lingua inglese di coloro che si sono sottoposti all’ esperimento…

  2. Il fatto che siano danesi rende il tutto più interessante, perché anche loro sono di madrelingua germanica (come l’inglese, che nonostante il lessico che ha assorbito molto latino è e resta una lingua germanica). Infatti per loro la lingua inglese è parecchio meno “straniera” che per noi, un po’ come il francese per gli italiani. E non a caso la imparano così facilmente.
    Aggiungo qualcosa di mio: io non riesco a ridere guardando cabaret in inglese. Nonostante il fatto che usi l’inglese quotidianamente e che un paio di amici su Fb condividano cabaret in tale lingua, non lo trovo divertente nonostante gli sforzi ed il fatto di capire ogni parola (anche se non avrei mai il coraggio di ammetterlo). Non perché non sia divertente: molti cabarettisti fanno monologhi simili (ad esempio differenze uomo/donna, stereotipi vari); la stessa cosa mi farebbe ridere in italiano.
    Fatto più strano: l’inglese l’ho imparato a partire dai 10 anni (scuole medie) e lo uso quotidianamente. Dopo i 23 anni ho iniziato ad imparare il polacco e sono stato a in Polonia per alcuni anni: il cabaret in polacco mi fa ridere nonostante la mia conoscenza di questa lingua sia più limitata del mio inglese (specie l’uso attivo).
    Ho considerato la capacità di ridere perché mancandomi elettromiografia, la risata è la più evidente espressione di uno stato interno difficilmente controllabile e falsificabile.

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