I social network incontrano la scuola

Facebook per creare gruppi di discussione, Twitter per incoraggiare dibattiti e nuovi spunti, Skype per videoconferenze con ospiti interessanti. Ecco cosa succede se la tecnologia entra in classe

8540717756_396867dbab_zSPECIALE SETTEMBRE – Negli ultimi mesi (diciamo pure anni) siamo stati bombardati da messaggi contrastanti sulle conseguenze dell’ingresso a scuola delle nuove tecnologie, che ormai non sono più così nuove. Di questi aspetti ci siamo occupati più volte anche noi di OggiScienza, parlando di studi sullo smartphone in classe e dei benefici per l’apprendimento che i tablet possono avere per i bimbi. Certo in questo momento storico è più facile guardare ai lati positivi (anche se con moderazione, come precisa l’ultimo rapporto OCSE), specialmente quando si tratta di social network e della loro parola chiave: condivisione. E se la novità più grande fosse un nuovo modo di comunicare tra insegnanti e studenti? O un “quaderno” più appealing, fatto di esercizi online? Vediamo cosa è cambiato o sta cambiando sui principali social network in questa direzione, cominciando da quello più famoso.

Facebook

Qualche tempo fa Priscilla Chan, ex insegnante ora medico specializzando in pediatria -più nota per essere la moglie di Mark Zuckerberg- ha visitato le Summit Public School (SMS), scuole superiori considerate tra le migliori della California e basate su un approccio molto semplice: lasciare che gli studenti imparino e gestiscano lo studio secondo i loro tempi e capacità, senza comunque rinunciare a una formazione completa e facendo un percorso che li renda ampiamente in grado di proseguire nel college (o università) che sceglieranno. Compiti e materiali vengono inviati agli studenti online, personalizzati per ognuno di loro e in linea con quelli che sono gli obiettivi a breve e lungo termine.

Priscilla è rimasta molto colpita da questo approccio, l’ha portato a casa con sé e ha suggerito a Mark di dare un’occhiata. Quando lui ha proposto di fare una donazione alle SPS, la CEO delle scuole Diane Tavenner ha risposto che lavorare insieme a un software sarebbe stato ancora più interessante; così un team di Facebook ha iniziato a mettere mano al Personalized Learning Plan, un tool che una volta completato sarà disponibile gratuitamente per qualsiasi scuola. Ecco come appare, con tanto di valutazioni (e un’organizzazione simile a quella proposta da Google Classroom, per facilitare la vita sia agli insegnanti che agli studenti)

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Al momento Facebook sta conducendo una prima indagine pilota in alcune scuole statunitensi, per avere una serie di feedback da usare nell’implementazione di PLP. Chissà se arriverà anche da noi? Nel frattempo in giro per il web si trova una serie piuttosto lunga di suggerimenti su come usare Facebook nelle attività della classe, anche se la maggior parte risulta un po’ macchinosa -e assume che genitori e insegnanti abbiano tutti una familiarità con il social network che nemmeno nel 2015 è ancora così scontata-. Ad esempio un insegnante può:

  • Creare un gruppo “classe” privato o pubblico, sul quale tenere traccia di compiti e progetti
  • Utilizzare il gruppo per avvicinare gli studenti tra loro e contribuire alla creazione di legami tramite un confronto costruttivo
  • Suggerire letture interessanti, materiali, spunti di ogni tipo da discutere il giorno dopo in classe (una spinta rapida e intuitiva al riportare nelle scuole il parlare d’attualità)
  • Usare il social network per facilitare la comunicazione con i genitori -che sono così sempre aggiornati su compiti, progetti, scadenze-
  • Il fulcro resta la condivisione e riguarda gli studenti di tutte le età: molti accoglierebbero con gioia l’idea di vedere il loro professore universitario “scendere” dalla cattedra e diventare una persona con la quale discutere in un gruppo Facebook dedicato, dove postare liberamente casi studio e spunti riguardo a un macrotema -o a un corso di studi- e discutere tra appassionati, essere incoraggiati a fare domande.

Un evolversi degli insegnanti verso gli strumenti di condivisione non solo migliora l’esperienza di apprendimento ma fa anche risparmiare tempo: è bello pensare, ad esempio, a un futuro in cui non si è più costretti a scambi di slides delle lezioni tra pennette USB improvvisate perché l’insegnante conosce strumenti come Slideshare. Sapendo che c’è chi nell’università italiana utilizza ancora i lucidi per le presentazioni è meglio non illudersi troppo, ma sperare non costa nulla.

Twitter

Se per alcuni i 140 caratteri possono sembrare un limite ancora più grande quando applicato a un ideale “Twitter for education”, non è così. Avevamo già parlato di come twittare i contenuti della lezione (proprio come si fa live-tweeting delle conferenze) possa essere un ottimo modo per ricordare i concetti, analogo al prendere appunti ma con il plus di iniziare a distinguersi in un certo campo sul social network, raggiungendo un primo pubblico con gli stessi interessi. Nel frattempo un insegnante può:

  • Usare Twitter dal suo profilo personale per postare contenuti utili pensati per i suoi studenti
  • Usarlo per incoraggiarli a leggere materiale extra e a commentarlo in modo critico, prendendo parte a discussioni e conversazioni online (raggiungendo così anche un’altra audience ben precisa, quella dei colleghi insegnanti, con i quali fare rete e trovare magari nuovi spunti interessanti)
  • Inventarsi un hashtag per le lezioni, da inserire nei tweet correlati e che gli studenti possano usare per fare le domande
  • Incoraggiare gli studenti a cercare figure di riferimento nel loro ambito d’interesse, a seguirle su Twitter e a cercare un’interazione, farsi ispirare
  • “Organizzare” delle discussioni su un determinato tema via Twitter, magari scegliendo di farlo in inglese o in un’altra lingua studiata in aula (per migliorarne l’utilizzo al di fuori dei classici esercizi).

(Se per Pinterest ci sono meno applicazioni immediate quando si tratta di portarlo in classe, trattandosi di un social network principalmente legato alle immagini, la buttiamo lì: chi vieta a un insegnante d’arte di creare sul suo profilo una selezione di bacheche da sottoporre agli studenti, o di incoraggiarli a farlo a loro volta come progetto, o per studiare e memorizzare più facilmente le diverse correnti artistiche e i loro esponenti?)

Skype

Non è un social network ma un servizio di messaggistica istantanea, eppure anche Skype può trovare spazio nelle scuole. Vediamo come:

  • Permette agli insegnanti di invitare degli ospiti in videoconferenza, per condividere la loro esperienza con gli studenti (a costo zero, se non il tempo della chiacchierata). Perché non dare un colpo di telefono all’autore di quel libro che alla classe è piaciuto tanto? O allo scienziato che ha pubblicato un paper di cui si sta discutendo molto nell’ambiente universitario?
  • Aiuta gli studenti impossibilitati a essere in classe, magari per motivi di salute, a seguire le lezioni a distanza
  • Gli insegnanti possono fare da tutor nelle ore extra-scolastiche, a studenti ed ex-studenti

In un contesto decisamente positivo, l’elemento ancora molto in bilico riguarda il coinvolgimento dei genitori tramite i social network (oltre alla disponibilità degli insegnanti a dedicare tempo extra alla preparazione dei materiali, nonché a prendere confidenza, se non la hanno, con nuovi strumenti). Non necessariamente un genitore accoglierà con gioia l’idea di ricevere messaggi relativi all’educazione dei figli su canali che considera privati, o sarà contento di doverli monitorare più spesso se non è sua abitudine farlo. Tra gli spunti su come usare questi strumenti a scuola e nei rapporti scuola-casa si trova ad esempio:

  • Usare i messaggi diretti di Twitter oppure una chiamata Skype per le comunicazioni insegnanti-genitori
  • Usare un eventuale gruppo Facebook per discussioni, comunicazioni insegnanti-genitori e per permettere a questi ultimi di tenere traccia di compiti, progetti e via dicendo (niente più scuse per chi non fa i compiti)

Ultimo aspetto ma non per importanza, tutto questo portare i social network a scuola ha come sfondo l’insegnare a bambini, adolescenti e ragazzi alcune buone pratiche di educazione al digitale. Monitorando l’utilizzo dei social network un professore può ad esempio spiegare ai suoi studenti come scegliere bene le proprie fonti di informazione, come essere spontanei sul web senza diventare maleducati, violenti o iniziare (in troppo giovane età) a seminare contenuti che anni dopo li imbarazzeranno quando cercheranno un lavoro. E che questo tipo di educazione nelle nostre scuole manchi ancora non è certo un segreto.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Iniziare la scuola più tardi? La scienza dice sì

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: mkhmarketing, Flickr

Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collabora con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, IN3D dove scrive soprattutto di etologia e cognizione animale e si occupa di copywriting scientifico. Nel 2016 ha vinto il Premio Giornalistico Riccardo Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "SID- Diabete Ricerca" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

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