I parassiti da Nobel

Le ricerche di William C. Campbell, Satoshi Omura e Youyou Tu, vincitori del premio Nobel 2015 per la medicina e la fisiologia, hanno affrontato le parassitosi. Queste infezioni affliggono milioni di persone, soprattutto nelle aree del mondo a maggiore rischio di povertà.

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SPECIALE OTTOBRE – “For the greatest benefit to mankind”. Questo doveva essere il merito dei futuri vincitori del premio da lui istituito, secondo quanto scritto da Alfred Nobel nel suo testamento del 1895. E anche quest’anno il comitato per il Nobel si è riunito presso il Karolinska Institutet di Stoccolma per decidere a chi, tra i 327 candidati, fosse attribuibile il merito di aver apportato benefici all’umanità. Il premio Nobel 2015 per la Fisiologia o la Medicina è andato a tre scienziati che hanno segnato in modo sostanziale la lotta contro alcune gravi parassitosi che colpiscono le zone più povere del mondo. Metà del premio è andato a William C. Campbell e a Satoshi Omura per la scoperta di un nuovo trattamento contro le malattie causate da alcuni vermi parassiti. Youyou Tu ha meritato l’altra metà per aver sostanzialmente migliorato il trattamento della malaria.

Le infezioni da parassiti: una piaga mondiale

Cosa sono le infezioni da parassiti che hanno destato l’attenzione del comitato svedese? I vermi parassiti, detti anche elminti, sono sorvegliati speciali dal punto di vista medico in quanto colpiscono un terzo della popolazione mondiale, soprattutto nelle regioni dell’Africa subsahariana, il Centro e il Sud America e la parte meridionale dell’Asia. La cecità fluviale, o oncocercosi, è causata dal parassita Onchocerca volvulus, trasmesso agli esseri umani da un piccolo moscerino che vive nei fiumi. Uno di questi parassiti, all’interno del corpo umano, è in grado di rilasciare circa 1000 larve al giorno, con conseguenze devastanti come la cecità. Anche le filariasi linfatiche sono causate da vermi parassiti che colonizzano i vasi linfatici dell’uomo causando grossi edemi. La condizione nota come elefantiasi rappresenta uno stadio avanzato della malattia.

Il plasmodio, un parassita trasmesso dal morso di zanzare, è responsabile della malaria, malattia che solo nel 2013 ha registrato 198 milioni di casi nel mondo e per la quale non esiste ancora un vaccino efficace. Come per le elmintiasi, anche la malaria colpisce le zone più a rischio povertà: Africa, centro-sud America e Asia meridionale.

Il merito dei tre neolaureati 2015 è stato quello di aver fornito delle armi in grado di migliorare significativamente la cura di queste parassitosi, dopo decenni di stallo.

Dai batteri un nuovo antiparassitario

Satoshi Omura, microbiologo giapponese, e William C. Campbell, esperto parassitologo che lavora negli Stati Uniti, hanno lavorato in staffetta per lo sviluppo dell’avermectina, un farmaco in grado di ridurre l’incidenza di molte parassitosi, tra le quali l’oncocercosi e le filariasi linfatiche. Il microbiologo giapponese ha analizzato un gruppo di batteri comunemente presenti nel terreno, gli streptomiceti, già meritevoli di un Nobel nel 1952 per l’antibiotico che producono (la streptomicina). Il suo mastodontico lavoro ha permesso di isolare e coltivare in laboratorio migliaia di colture diverse di Streptomyces e di isolarne una cinquantina in grado di produrre un principio attivo abbastanza interessante da essere testato. Campbell ha proseguito il lavoro di Omura, verificando l’efficacia delle colture isolate. Una di queste si è rivelata in grado di proteggere gli animali domestici dai parassiti e proprio da questa è stata isolata l’avermectina, rivelatasi efficace anche negli esseri umani. L’ivermectina, un derivato dell’avermectina, è un antielmintico efficace contro numerosi parassiti con scarsi effetti collaterali. La sua azione è stata talmente efficace che malattie come l’oncocercosi e le filariasi linfatiche sono sulla via dell’eradicazione.

La medicina tradizionale cinese contro la malaria

La cinese Youyou Tu, esperta di medicina cinese tradizionale, ha ripercorso lo stesso meticoloso lavoro di screening usando però le piante come libreria, con l’obiettivo di trovare una valida alternativa al chinino e alla clorochina nel trattamento della malaria. Rifacendosi alla saggezza dell’antica letteratura cinese sulle piante medicinali, la scienziata cinese è stata in grado di isolare dall’Artemisia annua un principio attivo, l’artemisinina, in grado di combattere il plasmodio nei primi stadi della malattia. Le terapie di combinazione basate sull’artemisinina sono considerate il trattamento antimalarico più efficace ad oggi, in grado potenzialmente di ridurre la mortalità del 20% negli adulti e del 30% nei bambini. Nonostante casi di resistenza all’artemisinina siano stati registrati di recente nel sud-est asiatico, il farmaco resta il trattamento di punta nella corsa verso il controllo della malaria.

Leggi anche: La lotta alla malaria deve passare (anche) dall’Europa

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: NIAID, Flickr

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