Olio di palma sostenibile: è possibile?

Secondo l'European Palm Oil Alliance raggiungere l'obiettivo si può, ma l'Europa deve essere precisa nei confronti della filiera di produzione

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APPROFONDIMENTO – Nel 2050 consumeremo tra le 120 e le 156 tonnellate di olio di palma. Sono queste le previsioni di Corley, tenendo conto che oggi ne consumiamo 51 milioni di tonnellate.
La produzione dell’olio di palma è dunque destinata ad aumentare. Anche perché il suo rendimento non ha eguali: un ettaro di terra rende 4-10 volte di più se coltivato per la produzione di olio di palma rispetto ad altri oli vegetali. A fare le spese dell’aumento di domanda di olio di palma saranno il differente uso delle terre, la deforestazione, le popolazioni locali in termini di salute, il Pianeta intero travolto dai cambiamenti climatici. Trovare un modo di coltivare la palma da olio che sia sostenibile per tutti sembra essere l’unica soluzione.

La cosa riguarda l’Europa molto da vicino, benché tutto l’olio di palma utilizzato nel nostro continente sia importato. L’Europa potrebbe infatti intervenire nella sostituzione dell’olio convenzionale con olio prodotto in modo sostenibile all’interno della filiera delle raffinerie, dei distributori, dei trasformatori e del commercio che opera nel Vecchio Continente. Secondo Oil World l’Europa ha importato 6,9 milioni di tonnellate di olio di palma nel 2014, posizionandosi tra i primi tre mercati nel commercio del prezioso grasso vegetale. All’interno del Vecchio Continente, i maggiori importatori sono nell’ordine i Paesi Bassi, l’Italia e la Germania.

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Secondo la European Palm Oil Alliance (EPOA), portare in Europa solo olio di palma prodotto in modo sostenibile potrebbe essere un obiettivo perseguibile. Si tratterebbe di espandere la produzione e il consumo effettuati secondo l’accordo volontario globale Roundtable on Sustainable Palm Oil (RSPO).
Tra il 2010 e il 2013, la produzione di olio di palma con il certificato di sostenibilità RSPO è cresciuta di quattro volte. Malgrado la rapida ascesa, l’attenzione alla sostenibilità è ancora limitata perché riguarda solo il 20% di olio di palma prodotto a livello globale.

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Il RSPO si presenta come un’alternativa alla mancanza di una presa di posizione governi. A livello della Commissione Europea manca un orientamento univoco: la legge Food informtion to consumers ha imposto solo si indicare la tipologia di olio vegetale utilizzato nel prodotto e non la certificazione di sostenibilità. Come riportato nel report A shared vision 2015, i rapporti con i diversi stati europei sono stati presi singolarmente e la diffusione dell’olio certificato non è uniforme nel Vecchio Continente.
Alla fine del 2015 hanno raggiunto il 100% di olio di palma certificato soltanto i Paesi del Nord Europa, mentre per gli altri, tra cui l’Italia, non si hanno notizie dell’uso di olio certificato.

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Secondo la American Oil Chemists Society la creazione della rete RSPO servirebbe ad abbattere l’emissione dei gas serra, a diffondere una gestione più equilibrata dei rifiuti e a ridurre l’utilizzo dei pesticidi. Inoltre la propagazione di metodi di coltura più sostenibili permetterebbero di avvicinarsi alle richieste di regolamentazione, alla riduzione degli incidenti durante l’orario di lavoro e di aumentare la produttività.

Dato che all’interno della rete RSPO sono presenti numerose multinazionali e ditte implicate in modo diretto nella produzione e nell’elaborazione dell’olio di palma, l’interesse nei confronti del monitoraggio della filiera per capire se sia veramente sostenibile è aumentato. Se nel 2004 erano solo 11 gli studi scientifici che si occupavano della sostenibilità nella produzione dell’olio di palma, nel 2013 sono diventati 713, benché siano per la maggior parte focalizzati sul riuso dei residui di olio piuttosto che sulla conservazione della biodiversità e la tutela dell’ambiente.

Malgrado ciò non mancano gli studi che mostrano perplessità e dubbi riguardo agli obiettivi raggiunti da RSPO. Come ad esempio lo studio di Ruysschaerta e Sallesb che dimostra come anche RSPO non sia intervenuto in modo incisivo nella difesa della biodiversità e degli animali, o quello di Hidayat e colleghi che indaga invece il miglioramento delle condizioni sociali dei piccoli agricoltori coinvolti nella produzione di olio di palma. Il fatto che la discussione e l’attenzione verso metodiche nella produzione di olio di palma considerate sostenibili stia aumentando è certamente un dato positivo per tendere verso il miglioramento. Manca ancora però una precisa volontà da parte di governi e consumatori.

@AnnoviGiulia

Leggi anche: Indonesia: l’economia dietro alla produzione di olio di palma

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Mike Norton, Flickr

Informazioni su Giulia Annovi ()
Data-journalist and science writer

6 Commenti su Olio di palma sostenibile: è possibile?

  1. All’interno del Vecchio Continente, i maggiori importatori sono nell’ordine i Paesi Bassi, l’Italia e la Germania.

    Piccola correzione: a leggere l’infografica c’è la Spagna prima della Germania, anche se entrambe sono quasi alla pari.

    • Grazie mille per la puntualizzazione. Errore di distrazione. 🙂

      • Di nulla! Al solito sarebbe un peccato che un articolo interessante venga inficiato da una distrazione, e visto che nell’attuale mondo di internet ci sono quelli che si attaccano ad ogni quisquilia per denigrare il prossimo era giusto fare questa piccola puntualizzazione.

  2. Ruggero Revelli // 19 novembre 2015 alle 19:59 // Rispondi

    A leggere i dati riportati nelle prime righe, ne consumeremo 300000 volte di meno.

    Non sarei così preoccupato.

    Ruggero

  3. Sono 121 – 156 milioni di tonnellate! Grazie per la segnalazione!

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