Rewildling, il vaso di Pandora della conservazione?

Dai lupi di Yellowstone fino al Pleistocene, un saggio su Current Biology chiede cautela prima di reintrodurre nell'ambiente specie che mancano da molto tempo

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Da tempo gli scienziati si interrogano su strategie di conservazione come la traslocazione e la controversa de-estinzione. Le domande aperte sono ancora molte. Foto Pixabay

APPROFONDIMENTO – Dopo 70 anni di assenza, nel 1995 il lupo grigio è stato reintrodotto a Yellowstone. La sua presenza ha dato il via a una serie di effetti a cascata che avrebbero rivoluzionato non solo la biodiversità del parco, ma anche la sua geografia. Si tratta dell’esempio forse più famoso di rewildling e si è svolto come previsto: reintroducendo un predatore apicale si è riusciti a restituire all’ambiente i servizi ecologici perduti.

Ma il rewildling non è la “panacea della conservazione” hanno scritto di recente quattro ricercatori in un saggio su Current Biology: è il suo vaso di Pandora. Metafore a parte, secondo David Nogués-Bravo e colleghi di rado ne sappiamo abbastanza per pensare di re-introdurre una specie dopo una lunga assenza. La possibilità diventa ancora meno concreta se la specie in questione manca dal Pleistocene, protagonista di uno specifico tipo di rewildling (il Pleistocene rewildling, appunto) che sostiene la reintroduzione di specie funzionalmente equivalenti a quelle estinte. Ad esempio “discendenti” della megafauna come il leone americano, l’impressionante megalocero e il castoro gigante. “Una delle sfide dal punto di vista sociale sarà far accettare la predazione come un processo naturale prioritario”, scrivevano di questo tipo di rewildling alcuni ricercatori nel 2006. Non proprio un aspetto marginale.

Da tempo gli scienziati si interrogano su strategie di conservazione come la traslocazione (translocation rewildling) e la controversa de-estinzione, con opinioni molto varie. Conosciamo abbastanza bene la fitta rete di connessioni degli ecosistemi da poter intervenire? Facendolo, non stiamo assumendo che gli ecosistemi non sono dinamici e che le interazioni tra specie non cambiano nel tempo? Gli scienziati su Current Biology se lo domandano in merito al rewildling e sostengono che difficilmente possiamo prevedere tutte le variabili.

La differenza tra il rewildling e la reintroduzione (pensiamo all’orso in Trentino o al camoscio appenninico in Abruzzo) è che nel primo l’arrivo della specie ha un effetto top-down su tutti i livelli trofici. Ma torniamo ai lupi di Yellowstone, diventati un esempio da libri di testo, per capire meglio questo effetto a cascata innescato dal super-predatore.

In assenza dei lupi, a Yellowstone i cervi (wapiti, in inglese elk) prosperavano. Avevano distrutto grandi porzioni di vegetazione, tenuti sotto controllo solo dall’abbattimento selettivo gestito dal parco e dalla caccia subito fuori dai suoi confini. Ma una volta tornati i lupi, i cervi hanno cominciato ad abbandonare le zone più esposte come le valli, e nel giro di pochi anni la vegetazione si è ripresa. I nuovi alberi hanno attirato nuovi “abitanti” come uccelli migratori, uccelli canori e castori, le cui dighe hanno favorito il ritorno di lontre, topi muschiati, varie specie di pesci, rettili e anfibi.

Nel frattempo i lupi hanno ridotto anche la popolazione dei coyote, facendo aumentare il numero di roditori e conigli e con loro falchi, donnole, volpi e tassi, oltre a uccelli come corvi e aquile calve per nutrirsi delle carcasse. Ma è a questo punto che è arrivato il cambiamento più incisivo: la ripresa della vegetazione ha ridotto l’erosione del suolo, cambiato il corso dei fiumi e stabilizzato le rive. Questo video ripercorre l’intero processo in modo molto efficace

Vari studi (su Ecology Letters, Proceedings of the Royal Society B. e Science) hanno suggerito cautela nell’attribuire al ritorno del lupo tutti i cambiamenti avvenuti nel parco ma -senza entrare nel merito di questi- rimane un buon esempio di cascata trofica dalla cima della catena alimentare fino alla base.

Tornando al saggio su Current Biology, l’opinione dei ricercatori è che al rewildling manchi un solido sostegno dalla ricerca di base in poi: che ne sarà degli animali dei rewildling andati male? Quanto è probabile che vadano a buon fine (il 70% delle reintroduzioni falliscono, scrivono)? Anche l’aspetto socio-economico, seppur vada come gli altri valutato caso per caso, rimane un’incognita molto grande. Se i turisti vanno a vedere in Kansas un animale che prima sarebbero andati a vedere in Sudafrica, come si colloca la perdita economica in un piano di conservazione?

La specie introdotta con il rewildling può essere anche un erbivoro dominante, per restaurare la funzione di pascolo. Un esempio, in corso, sono i sette bisonti europei portati in Danimarca sull’isola di Bornholm nel 2012, dopo mille anni di assenza dalle foreste danesi. Mangiando la corteccia degli alberi dovrebbero contribuire a preservare i prati di una parte dell’isola (sono a oggi semi-liberi in un recinto di due chilometri quadrati) e a far prosperare, di conseguenza, altre specie. Manca ancora circa un anno alla valutazione del progetto, quando le autorità decideranno se lasciare gli animali, oggi 13 esemplari, liberi su tutta l’isola. Ma al loro arrivo non filò tutto liscio: nei primi tre anni, tre dei sette bisonti morirono a causa di vermi nel fegato, che infestano la specie nella foresta polacca di Bialowieza da cui arrivavano gli animali. Cosa succederebbe se un parassita o una patologia introdotti per sbaglio con il rewildling sfuggissero al controllo, colpendo altre specie locali?

Un altro dubbio sollevato dagli scienziati riguarda il controllo degli animali una volta reintrodotti. Esiste il rischio che diventino specie invasive: l’esempio sul paper ci riguarda molto da vicino perché è quello dello scoiattolo grigio. I piani di eradicazione della specie, che minaccia lo scoiattolo rosso nostrano, c’erano. Ma l’intervento di un’associazione animalista non ha permesso di portarli a termine, così lo scoiattolo ha continuato a espandere il suo areale spingendosi verso Nord, in direzione della Francia. Se non gestiamo le specie invasive, come ci troveremmo di fronte ai rischi (vecchi e nuovi) di controllare specie che abbiamo spostato intenzionalmente?

È difficile farsi un’opinione sull’argomento, premesso che ogni caso di rewildling -esattamente come ogni piano di conservazione “classico”- andrebbe valutato e pianificato singolarmente in base a molti fattori. Su una cosa gli autori del saggio sono piuttosto decisi: al netto delle conoscenze ecologiche attuali, salvaguardare la biodiversità che ancora abbiamo, eradicando le specie invasive quando necessario, è una scelta più saggia rispetto al cercare di recuperare funzioni perdute. Per vedere i potenziali (o già in corso) progetti di rewildling in Europa, il sito di riferimento è Rewildling Europe: dagli studi genetici sui cavalli selvatici fino al breeding back degli uri, gli spunti di riflessione decisamente non mancano.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Il gatto selvatico europeo, minacciato dall’ibridazione

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Eleonora Degano (644 Articles)
Giornalista pubblicista, traduttrice, science writer. Collaboro con varie realtà tra le quali National Geographic Italia, OggiScienza, pagina99 e StartupItalia. Mi occupo principalmente di conservazione e zoologia, con un particolare interesse per etologia e cognizione animale. Su Twitter @Eleonoraseeing

1 Commento su Rewildling, il vaso di Pandora della conservazione?

  1. L’ha ribloggato su bUFOle & Co.e ha commentato:
    Molto molto interessante…

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