#primaverauniversità: gli atenei italiani fanno sentire la loro voce

Oggi mobilitazioni in tutto il territorio nazionale, perché l'università torni a rinascere

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Pochi laureati, dottorati di ricerca poco ambiti, innovazione moderata. Nonostante tutto, però, 80 atenei italiani hanno deciso di lanciare la primavera dell’università, “la conoscenza libera il futuro del paese”.

ATTUALITÀ – La primavera è il risveglio della natura, la nascita di nuova vita. Ecco perché 80 università italiane hanno scelto oggi, il 21 marzo, per lanciare l’iniziativa #primaverauniversità, con il sottotitolo “la conoscenza libera il futuro del paese”. Lo scopo è parlare di tutto quello che potrebbe scaturire da un maggiore rispetto e da una più attenta cura degli atenei nazionali.

Ma c’era veramente bisogno di organizzare su tutto il territorio nazionale una serie di manifestazioni, per sensibilizzare l’opinione pubblica su operato e difficoltà cui l’università italiana è andata incontro in questi ultimi anni? Pare di sì. Perché pare che in tanti discorsi si perdano di vista la ricchezza e i vantaggi di arrivare al titolo di dottore. Perché sembra che i problemi dell’università rimangano confinati nei campus, quando invece è tutto il Paese a farne le spese.

I numeri parlano chiaro. La laurea è da sempre considerata un mezzo per riscattarsi. Serve a fare un balzo nella scala sociale, soprattutto perché in Italia  il 70% degli attuali laureati proviene da famiglie di non laureati. Tuttavia, benché ci siano più laureati di una volta, sono ancora troppo pochi. L’Italia era e resta l’ultima delle classifiche che contano le percentuali di laureati tra la popolazione nei Paesi membri dell’OCSE. E sembra che la tendenza non vada verso il miglioramento, visto che la Conferenza dei Rettori Italiani denuncia un costante calo delle iscrizioni. Negli ultimi cinque anni sono 130 mila unità in meno gli iscritti, benché le nascite tra il 1992 e il 1997 non  abbiano subito una variazione significativa (+4,6%).

Potrebbero esserci anche ragioni economiche a favorire la scelta di interrompere gli studi? Sebbene molti Stati dell’Europa settentrionale rendano completamente libero da tassazioni l’accesso all’istruzione universitaria, l’Italia non è tra gli stati in cui il costo delle tasse è più elevato, come dimostrano i dati raccolti dal rapporto Compendium on financing of higher education della European Student Union. Ma di certo l’Italia non è tra gli stati che offrono il maggior supporto pubblico agli studenti: nel nostro Paese solo lo 0%-9% degli studenti usufruisce degli strumenti di supporto allo studio, in Europa in media il 34%, con punte che arrivano fino al 80% in Francia.

Nemmeno la migliore possibilità occupazionale o uno stipendio più alto salvano l’università da quella sorta di pregiudizio che le si è creato intorno. In Italia, acquisire il titolo di dottore significa anche avere più possibilità di trovare occupazione. Secondo i dati ISTAT, mentre il 2015 si è concluso con un tasso di disoccupazione per i laureati pari al 7%, per i diplomati la percentuale sale al 11,6%. Eppure studiare di più non attira.

A pagarne le spese sono in primo luogo gli stessi Atenei. I dottorati di ricerca non sono più così ambiti, con le iscrizioni a meno 5000 unità. Complice è il fatto che la carriera accademica riceva poco sostegno, sono sempre più esigue le persone che decidono di investire tanti anni per la ricerca. È una condizione in cui si rimane in balia di posizioni non chiare, precarietà, futuro incerto, stabilizzazione a un’età sempre più avanzata (siamo arrivati a 37 anni). E anche dopo aver raggiunto il traguardo la situazione non migliora, con gli scatti bloccati al 2010 per docenti e ricercatori e al 2009 per il personale tecnico-amministrativo. A ciò si aggiungano i problemi legati all’organico insufficiente.

Le difficoltà non impediscono ai ricercatori di raggiungere importanti traguardi. Il pregio delle persone che hanno studiato in Italia è apprezzato a livello internazionale e molti italiani hanno dato importanti contributi all’avanzamento della conoscenza mondiale. Peccato che tanti siano dovuti fuggire all’estero per spendere al massimo le proprie capacità. Infatti la spesa pubblica in favore della ricerca rimane ancora bassa in Italia: la percentuale di PIL che spendiamo per la ricerca scientifica è ancora troppo bassa (1,26% del PIL nel 2013) e lontana dall’obiettivo posto al 3%. Una condizione che ci pone in una posizione di arretratezza rispetto ad altri Paesi dell’OCSE, in confronto ai quali occupiamo la ventiseiesima posizione.

Ma a fare le spese dello scarso numero di laureati è l’intera società, penalizzata nella possibilità di innovazione e nell’offerta di servizi sanitari, economici e sociali che potrebbero essere più avanzati.
Anche nelle classifiche di quest’anno l’Italia si colloca tra gli innovatori moderati a livello europeo, superata dai Paesi Scandinavi, Germania, Francia, Paesi Bassi, Belgio, Regno Unito e Slovenia.
La giornata di oggi è dunque dedicata a tutti coloro che hanno a cuore il futuro del Paese: un’occasione per riflettere, capire, cercare soluzioni.

@AnnoviGiulia

Leggi anche: Ricercatori, la promessa dell’indennità di disoccupazione

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Informazioni su Giulia Annovi (142 Articles)
Data-journalist and science writer

1 Commento su #primaverauniversità: gli atenei italiani fanno sentire la loro voce

  1. L’ha ribloggato su bUFOle & Co.e ha commentato:
    Bisogna investire sull’università!

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