Un animale domestico per gestire meglio il diabete di tipo 1

I bambini e adolescenti coinvolti nella cura dell'animale di casa sono oltre due volte più precisi nel controllare la glicemia

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Prendersi cura di un animale domestico può aiutare bambini e adolescenti che soffrono di diabete di tipo 1 a rispettare meglio la propria terapia. Crediti immagine: Public Domain

SALUTE – Se pensiamo all’associazione tra animali più o meno domestici e patologie, le idee non mancano: ci sono quelli che aiutano a diagnosticare il cancro (e non sono solo cani), quelli addestrati in modo specifico per la pet therapy con i bambini autistici e così via. Eppure esiste un ambito non ancora largamente esplorato: l’accudimento di un animale domestico può responsabilizzare le persone che soffrono di una determinata patologia, e grazie all’abitudine di prendersi cura di una creatura trovano una routine per seguire con attenzione la propria terapia.

Un esempio è il diabete di tipo 1, una malattia autoimmune che viene generalmente diagnosticata in giovane età. In Italia oggi ne soffrono circa 300 000 persone. Secondo una nuova ricerca, condotta dalle ricercatrici Louise Maranda e Olga Gupta su 223 pazienti tra i 9 e i 19 anni, quelli che partecipano alla cura degli animali domestici di famiglia sono fino a 2,5 volte più precisi nel monitoraggio dei livelli di zucchero nel sangue. Rispetto ai bambini e agli adolescenti non coinvolti nel compito, hanno molte più probabilità di mantenere dei buoni valori di glicemia.

Tenere sotto controllo gli zuccheri nel sangue è un aspetto fondamentale nella gestione del diabete di tipo 1: il sistema immunitario del malato non riconosce più le cellule beta del pancreas, quelle che producono l’insulina, e finisce per distruggerle come se fossero un intruso all’interno del corpo. Così il pancreas non produce più l’ormone e il glucosio non viene trasportato regolarmente all’interno delle varie cellule.

Una buona capacità di auto-regolazione e una situazione familiare positiva sono di grande aiuto nella gestione della patologia, e secondo Maranda e Gupta prendersi cura di un animale si affianca a questi elementi: aiuta, per esempio, a instaurare una routine e a rispettarla, potremmo dire “responsabilizzando” il malato nei confronti di un animale e aumentando così la sua attenzione anche per il diabete. Non è stato valutato l’attaccamento emotivo dei partecipanti per i propri animali, questo le ricercatrici ci tengono a sottolinearlo: spesso, pur dicendo di voler molto bene al cane o gatto di famiglia, non erano attivamente coinvolti nel nutrirlo o nell’occuparsene in qualche modo.

Non solo cani e gatti

Entrambe le scienziate si occupano di diabete (di tipo 1 e di tipo 2) allo UT Southwestern Touchstone Center for Diabetes Research, un centro di ricerca multidisciplinare che si occupa degli aspetti clinici e di base della patologia. Il coinvolgimento degli animali nell’auto-gestione della glicemia è un filone di ricerca che seguono da tempo e, già nel 2015, aveva dato i primi risultati positivi con altri animali domestici: i pesci betta (Betta splendens). “Gli adolescenti sono una delle popolazioni di pazienti più difficili da trattare, soprattutto per via dei numerosi aspetti psico-sociali legati al periodo della vita in cui si trovano”, spiegava Gupta, che si occupa direttamente dei pazienti al Children’s Medical Center Dallas. “Abbiamo scoperto che quando le famiglie associano il prendersi regolarmente cura di un pesce alla routine standard del diabete, i livelli di emoglobina A1C migliorano sensibilmente”. Questa forma della proteina, anche nota come emoglobina glicata, è un buon indicatore per monitorare la concentrazione plasmatica media del glucosio su un lungo periodo di tempo.

Il primo studio, un lavoro pilota pubblicato su The Diabetes Educator (che ha aperto la strada all’ultima pubblicazione), ha coinvolto un piccolo gruppo di 28 adolescenti tra i 10 1 i 17 anni, tutti con diabete di tipo 1. Ai partecipanti è stato affidato un pesce betta, con il suo acquario e tutte le indicazioni per prendersene cura su un periodo di tre mesi. Se possibile, la cosa migliore era tenere l’animale nella camera da letto: il pesce andava nutrito di mattina e di sera, e nelle stesse circostanze i ragazzi/e dovevano controllare i livelli di glucosio nel sangue. In più, una volta a settimana avevano il compito di cambiare un quarto dell’acqua nell’acquario, e in corrispondenza rivedere i valori del glucosio su un log-book (un’agenda apposita per monitorare la glicemia), insieme a un adulto.

L’esperienza si è rivelata positiva e il cambiamento era evidente, in base al racconto dei genitori, già durante la quotidianità. “Non ha mai avuto l’opportunità di avere un animale domestico, ed ero assolutamente d’accordo a prenderlo se significava aiutarlo a migliorare la glicemia”, ha raccontato Jeanette Claxton, mamma di Raymon, 12 anni, tra i partecipanti allo studio. Raymon si occupava del suo betta maschio, Bob, nutrendolo e leggendo per lui, oltre a guardare la tv in sua compagnia. “Non si è reso conto che parlava molto di più del suo diabete e controllava i livelli di zucchero nel sangue più spesso”. Dopo tre mesi, il livello di emoglobina A1C dei ragazzi che si erano occupati di un pesce era diminuito dello 0,5%, mentre per il gruppo di controllo era aumentato dello 0.8%. “I risultati migliori li abbiamo ottenuti sugli adolescenti tra i 10 e i 13 anni”, commenta Gupta, probabilmente perché è in questa fascia d’età che cominciano a cercare un po’ di indipendenza dalla famiglia e sono più entusiasti e ligi nel prendersi cura di un animale domestico.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Diabete, nel 2030 colpirà un adulto su 10

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collabora con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, IN3D dove scrive soprattutto di etologia e cognizione animale e si occupa di copywriting scientifico. Nel 2016 ha vinto il Premio Giornalistico Riccardo Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "SID- Diabete Ricerca" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

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