Quei geni a interfaccia tra umore, stress e longevità

Una serie di indagini, su modelli animali e umani, ha permesso di identificare alcuni geni che modulano gli effetti del nostro umore e il loro ruolo nella durata della vita

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L’espressione di alcuni geni potrebbe rappresentare il legame biologico tra i disturbi dell’umore e la longevità. Crediti immagine: ryan melaugh, Flickr

SCOPERTE – Lo stress e la depressione sono condizioni che letteralmente “ci si leggono in faccia”, e le conseguenze che hanno sulla nostra longevità sono state ampiamente indagate dalla scienza. Una serie di ricerche, sia su modelli animali (il verme nematode Caenorhabdtis elegans) sia sugli umani, ha permesso di identificare alcuni geni che modulano gli effetti del nostro umore e il loro ruolo nella durata della vita. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Molecular Psychiatry.

“Stavamo cercando dei geni che potessero essere l’interfaccia tra umore, stress e longevità”, spiega Alexander B. Niculescu della IU School of Medicine, tra gli autori. “Ne abbiamo trovati alcuni coinvolti nei disturbi dell’umore e in quelli dello stress, che sembrano coinvolti anche nella durata della vita”. In tutti questi geni l’espressione varia con l’età, ma nelle persone soggette a notevole stress o che soffrono di un disturbo (per esempio chi ha tentato il suicidio) c’è un balzo nei livelli di espressione, che gli scienziati hanno associato all’invecchiamento prematuro e a una conseguente riduzione dell’aspettativa di vita.

Il modello animale usato, C. elegans, è un noto protagonista delle ricerche sulla longevità, specialmente nei campi della biologia dello sviluppo e dello studio dell’apoptosi, la morte cellulare programmata. Allevarlo in laboratorio è semplice, come lo è osservarlo dato che il suo corpo è trasparente e dotato di un numero di cellule ben definito. Il punto di partenza dei ricercatori è stato un precedente studio di uno dei co-autori, che aveva scoperto come si potesse allungare la vita dei vermi dando loro un antidepressivo (la mianserina, una molecola psicoattiva molto usata nel trattamento dei disturbi legati allo stress). Così i ricercatori hanno iniziato identificando quali geni degli animali erano stati alterati dalla somministrazione dell’antidepressivo, per poi identificare quelli che mostrano un’attività simile negli esseri umani. Si tratta di 347 geni, 134 dei quali associati ai sintomi depressivi.

Dopo una larga indagine sui database genetici, in cui gli scienziati hanno selezionato i geni più strettamente coinvolti nei disordini di umore e stress, hanno trovato il candidato perfetto: ANK3, che negli ultimi anni è stato ampiamente studiato proprio per il suo ruolo nei disturbi psichiatrici e la cui espressione cresce via via che invecchiamo (subendo un aumento drastico in chi ha commesso suicidio). Tornando al loro modello, i ricercatori hanno testato l’effetto della mianserina su vermi mutati in cui ANK3 era inattivo: hanno scoperto che la mianserina mantiene bassi i livelli di espressione del gene, ma per allungare la vita dei vermi è necessario che questo sia presente. Una specie di approccio “riccioli d’oro”, dicono gli scienziati, come si usa spesso definire – ispirandosi alla famosa favola – le situazioni in cui c’è una via di mezzo tra due estremi che è “proprio quella giusta”.

Estendendo lo studio anche agli altri geni che, come ANK3, si sono rivelati dei buoni candidati, Niculescu e colleghi hanno scoperto che molti erano legati a disfunzioni dei mitocondri (gli organelli che fungono da “centrale energetica” per la cellula), processi biologici già associati all’invecchiamento secondo un numero crescente di evidenze. Grazie a quest’indagine “abbiamo messo in luce ANK3 e altri geni che potrebbero funzionare da ‘legame biologico’ tra umore, stress e longevità, e che potrebbero essere non solo degli indicatori per l’età biologica ma potenziali obiettivi di interventi terapeutici”.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Depressione maggiore, due varianti geniche e qualche difficoltà

 

Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collabora con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, IN3D dove scrive soprattutto di etologia e cognizione animale e si occupa di copywriting scientifico. Nel 2016 ha vinto il Premio Giornalistico Riccardo Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "SID- Diabete Ricerca" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

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