Valutazione della ricerca in Francia: cosa possiamo imparare?

Continua il nostro approfondimento sulla ricerca e i sistemi di valutazione della ricerca in Italia e in Europa

Gianluca Briguglia, dell’Università di Strasburgo ci descrive le differenze tra l’Italia e la Francia per quato riguarda la valutazione della ricerca. Crediti immagine: Moyan Brenn, Flickr

APPROFONDIMENTO – “Un aspetto interessante nel sistema di valutazione francese che secondo me dovrebbe essere introdotto anche in Italia è che dalla valutazione scaturiscono potenzialmente delle conseguenze sul reclutamento. Ovvero, in base ai riscontri ricevuti, una équipe di ricerca è spinta a trovare delle persone che possono tenere in vita o addirittura migliorare il ranking della squadra stessa. C’è quindi una sorta di responsabilizzazione dell’équipe e di conseguenza delle facoltà”. A parlare è Gianluca Briguglia, maître de conférences (cioè professore associato) in Filosofia medievale e rinascimentale all’Università di Strasburgo.

Ranking d’équipe
Le équipe sono gruppi all’interno delle facoltà che si occupano di argomenti specifici e che sono sottoposte a valutazione. “In Francia, come in Italia, non è il singolo ad essere valutato. Qui è il dipartimento a essere oggetto di ranking – prosegue Briguglia – Ogni cinque anni le facoltà devono produrre tutta una serie di documenti basati sui criteri classici di valutazione, come la produttività della ricerca, la presenza di dottori di ricerca, il destino degli studenti e così via. Dopodiché, un gruppo di valutatori si reca in facoltà per chiudere la procedura. Sulla base della valutazione viene dato un ranking – all’équipe e quindi alla facoltà – che va da A+ a C e, in caso di esito negativo, può portare anche alla soppressione di alcune équipe di ricerca”.
Se per due valutazioni consecutive una squadra riceve molte C, il ministero può infatti decidere di sopprimerla e con lei il biennio di insegnamento. Da questo punto di vista si incide direttamente sulla didattica e quindi sulla stabilità dell’intera facoltà. “Tutto questo non avviene in 6 mesi, ma in 10-15 anni – precisa Briguglia – I valutatori sono tenuti a produrre un documento in cui spiegano nei dettagli gli elementi di forza e debolezza e il motivo del ranking sui punti specifici. In questo modo l’équipe di ricerca può attrezzarsi per la volta successiva”.

Dal 2013 di tutto questo si occupa l’HCERES, l’Haut Conseil de l’évaluation de la recherche et de l’enseignement supérieur, che ha sostituito l’AÉRES, l’Agence d’évaluation de la recherche et de l’enseignement supérieur, nata nel 2006 e soppiantata dal nuovo istituto dopo appena sette anni. La ministra dell’Istruzione superiore e della Ricerca Geneviève Fioraso dichiarò alla Conferenza dei rettori: “Mi auguro che AÉRES sia sostituita da un’agenzia nazionale completamente ridefinita, a partire dai principi di indipendenza, dalla semplicità di funzionamento e dalle procedure, nonché la legittimità scientifica e la trasparenza”. Tra le critiche mosse al vecchio organo, secondo Le Monde, ci sarebbero l’eccessiva burocratizzazione e di essere un’agenzia di ranking, invece di una di valutazione.

Per quanto riguarda più in generale la valutazione dell’università, “da cinque anni vengono premiati gli atenei che portano avanti progetti di eccellenza. Che hanno cioè presentato progetti specifici di formazione, ricerca e impegno pubblico, i tre pilastri dell’università. La valutazione ovviamente è molto rigida e sono in pochi a riuscire ad aggiudicarsi queste risorse, che sono cospicue. Questi fondi hanno permesso per esempio qui a Strasburgo di istituire un master – un biennio – in studi medievali interdisciplinari. In Francia non esiste quindi una quota premiale, né una graduatoria delle università ma una serie di azioni specifiche in base alle quali si danno soldi in più. È un modo per distribuire le risorse: si cerca di non togliere nulla a nessuno e di aggiungere dove si può”.

Incentivi per i singoli
In Francia, a differenza dell’Italia, i singoli possono comunque essere premiati. Si tratta di bonus attribuiti dopo che i ricercatori hanno partecipato a una sorta di concorso: “A livello nazionale alcune persone ricevono un piccolo aumento di stipendio per un periodo di quattro anni – spiega Briguglia – Viene considerata soprattutto l’attività scientifica, ma anche quella didattica e amministrativa. L’idea resta comunque che il ricercatore presenti un progetto innovativo”. Lo scatto non è molto elevato, ma fa curriculum e permette di vincere altri concorsi. Inoltre, in Francia come in Italia gli stipendi sono fissi e in questo modo si cerca di stimolare i ricercatori a fare di più aumentandogli lo stipendio.

“Un’altra cosa molto interessante riguarda l’Istituto universitario francese. Per farne parte occorre passare anche in questo caso una selezione che, se va a buon fine, regala uno ‘scarico’ di ore: “Se dimostri di essere un buon ricercatore, vieni alleggerito del 75% delle ore dedicate alle diverse attività, che puoi usare per fare ricerca. A questo si aggiungono alcuni fondi personali per la ricerca. Anche qui, la quantità non è elevatissima, ma permette di pagarsi viaggi e organizzare convegni. In questo modo non si toglie nulla a nessuno, ma si dà qualcosa in più a chi dimostra di meritarselo”.

ANVUR e VQR
“Cosa penso dell’ANVUR? Benché l’Agenzia abbia messo in piedi un sistema che è assolutamente migliorabile, ho l’impressione che le reazioni di chi non vuole le valutazioni siano contraddittorie, che si tratti più di una guerriglia piuttosto che di un piano organico alternativo – riflette Briguglia – Secondo me introdurre un sistema di valutazione non significa rincorrere la retorica del merito e dell’eccellenza, ma dovrebbe servire per alzare il livello medio della didattica e della ricerca. Poi ci saranno persone molte valide che rimarranno fuori dall’università e altre che non hanno i numeri che diventeranno professori ordinari. Può capitare e purtroppo è inevitabile. Ma alzare il livello medio significa anche creare una cultura mediamente più recettiva per i grant”.

Sulla VQR, la Valutazione della qualità della ricerca che è stata al centro di un boicottaggio da parte di alcuni docenti, Briguglia chiarisce: “La protesta è montata sul fatto sacrosanto che gli stipendi dei professori sono bloccati, che mi sembra un ottimo motivo per lamentarsi e per fare una protesta contro la VQR. Probabilmente anch’io vi avrei partecipato”. Il problema, secondo l’esperto in Filosofia medievale, arriva però dopo, quando si è cercato di “far passare il concetto che la protesta non fosse per il mancato aumento di stipendio ma perché la VQR non andava bene. Invece i motivi ufficiali della protesta sono di altra natura: siccome gli scatti sono bloccati, allora i ricercatori protestano su qualcosa di simbolico come la valutazione. Lo Stato pretende di valutare senza fornire le risorse, quindi i diretti interessati protestano”.

Leggi anche: “Serve una politica scientifica e dell’università”

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