Corsa alle dighe sul Rio delle Amazzoni: che ne sarà della biodiversità?

Nel bacino del Rio delle Amazzoni oggi ci sono 191 dighe, ma altre 264 sono in via di costruzione. La biodiversità amazzonica corre un grave rischio e gli esperti mettono in guardia

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La vista sulla foresta amazzonica vicino a Manaus, la capitale dello stato brasiliano di Amazonas. Fotografia di Neil Palmer/CIAT CC BY-SA 2.0

APPROFONDIMENTO – Negli ultimi 200 anni, negli Stati Uniti, sono state abbattute quasi 900 dighe per ristabilire il corso originario dei fiumi e ripristinare, per quanto possibile, le condizioni degli ambienti circostanti. Tra queste c’era anche l’enorme Glines Canyon Dam, che si innalzava nei suoi 60 metri di calcestruzzo sul fiume Elwha, impedendo la migrazione stagionale dei salmoni. Ma a fronte di questo “addio alle dighe” statunitense, molti paesi in America Latina, Africa e Asia stanno invece puntando su queste opere per la produzione di energia idroelettrica, per il consumo domestico e per l’esportazione. Si stima che i due terzi dei grandi fiumi del pianeta siano oggi alterati nel loro corso dalle dighe, con conseguenze che non riguardano solo l’ambiente ma la salute degli esseri umani, a esso strettamente legata: oltre un milione di abitanti dell’Africa sub-sahariana si ammaleranno di malaria, quest’anno, proprio perché vivono vicino a una diga.

Negli ultimi dieci anni i Paesi dell’America Latina sul bacino del Rio delle Amazzoni hanno visto un’importante crescita economica, accompagnata da un aumento della richiesta di energia: oggi circa il 70% del fabbisogno d’elettricità è coperto proprio dall’idroelettrico, con il Brasile (“acceso” per il 77% da rinnovabili) a guidare la domanda per soddisfare più di 200 milioni di abitanti. Le grandi opere tuttavia vanno messe sulla bilancia, anche quando si tratta di energia pulita: nel bacino del Rio delle Amazzoni oggi ci sono 191 dighe, ma altre 264 sono in via di costruzione. A partire dalla manodopera, che necessita di nuove case in cui vivere durante gli anni di lavoro – dunque da costruire ex novo dove prima c’era foresta – iniziano i costi per l’ambiente. L’idroelettrico su questa scala, e senza un piano preciso per conservare la biodiversità, è davvero green?

La domanda è abbastanza retorica, visto che è impensabile intervenire sull’ambiente in questo modo pensando che non ci siano conseguenze. Soprattutto in una regione, quella amazzonica, già messa a dura prova dall’estrazione mineraria, dalla mafia del legno e da uno sfruttamento economico che molti non esitano a definire “incontrollato”. Per quanto riguarda le dighe, a soffrirne di più sono – e saranno in futuro – le specie ittiche. Delle 2500 specie di pesci che vivono in Amazzonia l’80% è endemico, ovvero non vive in nessun altro luogo al mondo. Sono 71 quelle d’acqua dolce minacciate, almeno 50 proprio a causa dell’impatto delle dighe. Questo aspetto e molti altri compaiono in Hydropower and the future of Amazonian biodiversity, una pubblicazione in cui Alexander C. Lees e i colleghi fanno il punto della letteratura scientifica a disposizione in merito al bacino del Rio delle Amazzoni.

L’apporto d’acqua varia stagionalmente e alcune delle dighe non operano al massimo: nonostante questo, i danni alla biodiversità iniziano dal fatto che impediscono ai pesci di spostarsi attraverso i corsi d’aqua, di migrare per riprodursi. Gli ecopassaggi, vie studiate e realizzate apposta per permettere agli animali di muoversi nonostante gli ostacoli artificiali, potrebbero aiutare? In fase di progettazione erano previsti per molte dighe, ma non per tutte li hanno effettivamente costruiti e non è affatto detto che, su strutture di decine e decine di metri, i pesci riescano a trovarli. Il tutto sapendo che non si tratta di una panacea, perché un ecopassaggio davvero utile deve essere studiato su misura e con estrema precisione (qui per saperne di più).

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La biodiversità amazzonica non è fatta solo di pesci, ma conta specie meravigliose e uniche come Opisthocomus hoazin, un uccello tropicale che vive sui bacini del Rio delle Amazzoni e dell’Orinoco. Fotografia di Cláudio Dias Timm, CC BY-SA 2.0

Una precisione e attenzione che, denuncia anche l’associazione ambientalista Greenpeace nel rapporto Damning the Amazon, non ci sono affatto. La polemica è emersa nuovamente di recente, in merito al mega-progetto idroelettrico sul fiume Tapajós. Il governo brasiliano ha in cantiere oltre 40 dighe su questo fiume e sul suo affluente Jamanxim: in base alle previsioni la più grande, São Luiz do Tapajós, sommergerà 400 chilometri quadrati di foresta pluviale e ne scompariranno, completamente spazzati via, almeno 2200. Con la conseguente perdita anche dei servizi ecosistemici offerti dagli alberi, come la cattura e il sequestro del carbonio. Gli indigeni che abitano queste zone e le popolazioni che vivono lungo il corso del fiume, aggiunge Greenpeace, sarebbero costrette ad andarsene a causa del cambiamento nella fertilità del territorio, dell’inquinamento dell’acqua e della scomparsa dei pesci, alimentando il già enorme flusso migratorio diretto verso le città alla ricerca di lavoro. Un progetto, quello di Tapajós, che Greenpeace denuncia in quanto la valutazione ambientale pre-costruzione, commissionata dal consorzio Grupo de Estudios, presenta molteplici falle, “tra le quali un campionamento insufficiente delle specie presenti nell’area interessata, l’assenza di un’analisi dei rischi per le specie individuate e misure inadeguate per mitigare gli impatti della diga sulla biodiversità”.

Modificare la temperatura e il corso dell’acqua, rallentandolo, annulla o semplifica anche le nicchie ecologiche presenti sul bacino e crea terreno fertile per le specie invasive, facilmente adattabili ad ambienti meno in “movimento”. Il terreno fertile vero e proprio, nel frattempo, è uno degli aspetti più problematici legati alla presenza delle dighe. Riducendo lo spostamento dell’acqua diminuisce anche quello del limo, dunque dei nutrienti che veicola e che normalmente, con le inondazioni stagionali, nutrono tutti i territori del bacino fluviale. Nel frattempo si cerca di massimizzare l’attività delle centrali idroelettriche e le operazioni di gestione, dicono Lees e colleghi, difficilmente tengono conto delle necessità del territorio nelle diverse stagioni.

Un po’ come succede in Madagascar, dove ogni anno si scoprono nuove specie mentre la deforestazione (insieme ad altri fattori come le specie invasive) ne distrugge progressivamente la casa, è possibile che anche nel bacino del Rio delle Amazzoni si nascondano creature che perderemo prima ancora di averle descritte e comprese. Dietro l’angolo ci sono altre scoperte straordinarie come la migrazione  del pesce chipi chipi (Trichomycterus barbouri). Descritta di recente, in realtà era nuova alla scienza ma non alle popolazioni boliviane, che ogni anno tra febbraio e marzo vedono il fiume Beni “ribollire” di riflessi argentati, milioni di chipi chipi che percorrono oltre 350 chilometri migrando verso le Ande e arrampicandosi lungo gli argini del corso d’acqua grazie ai loro denti.

E se i piccoli pesci scarseggiano, perché non riescono a riprodursi, li seguiranno le specie che se ne nutrono come l’inia, il caimano nero e i lamantini. La World Conservation Society lavora da decenni per proteggere la biodiversità del bacino fluviale insieme agli scienziati specializzati sulle varie specie. Quelli che lavorano con Inia araguaiensis, il delfino fluviale endemico del Brasile e scoperto appena nel 2014 (dopo il secolo di calma piatta che ha seguito la scoperta del lipote, nel fiume Yangtze in Cina), sono convinti che anche lui finirà dritto tra le specie a rischio di estinzione nella Lista Rossa della IUCN, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, dove tre delle altre quattro specie note sono elencate come “minacciate”. Le popolazioni che vivono nella parte meridionale del paese, separate da altre specie come I. geoffrensis e I. boliviensis, sono le più minacciate dal deterioramento ambientale legato alle dighe e dalle attività antropiche in generale. Si stima che sopravvivano oggi appena 600 esemplari di I. araguaiensis.

A preoccupare gli scienziati c’è anche il fatto che una volta terminata la costruzione delle grandi opere – dunque il lavoro retribuito – molti si dedicano ad attività illecite come il disboscamento illegale, piegando foreste già messe a dura prova e in cui le specie caratteristiche sono in parte state sostituite da piccole pioniere. Entro il 2031, secondo le previsioni, il solo complesso di Belo Monte oggi in costruzione sul fiume Xingu, in Brasile, sarà responsabile con le sue quattro dighe della perdita di 4-5000 chilometri quadrati di foresta. Dopo lo stop ai lavori di aprile, legato a preoccupazioni per l’impatto dell’opera sugli indigeni Munduruku, è di pochi giorni fa la notizia di una sanzione di oltre quattro milioni di dollari per “danni morali” ricevuta da Norte Energia, che sta costruendo l’opera, per non aver rispettato una licenza ambientale. Il denaro andrà proprio alle comunità che vivono nei pressi di Belo Monte, Altamira, Vitoria do Xingu e Anapu. Da anni gli esperti avevano segnalato le conseguenze della costruzione del complesso sugli indigeni, la cui cultura e tradizioni sono legate a doppio filo alla vita del fiume. La soluzione? Non è semplice né a portata di mano, ma Alexander C. Lees e i colleghi sono d’accordo nel suggerire il punto di partenza. Modernizzare le dighe esistenti invece di costruirne di nuove, riducendo la perdita di energia che avviene negli elettrodotti durante il trasporto.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: La Papua Nuova Guinea ferita dal Niño

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Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collabora con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, IN3D dove scrive soprattutto di etologia e cognizione animale e si occupa di copywriting scientifico. Nel 2016 ha vinto il Premio Giornalistico Riccardo Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "SID- Diabete Ricerca" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

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