Parlare di cambiamento climatico a scuola

Le opinioni degli insegnanti possono influenzare quelle dei loro studenti? In parte sì, il che rende la scuola media un'ottima finestra per fare corretta informazione sul riscaldamento globale

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Se un insegnante crede nel cambiamento climatico, i suoi studenti tendono ad avere la stessa opinione. Crediti immagine: Mosborne01, Wikimedia Commons

SCOPERTE – Le opinioni di un insegnante sul cambiamento climatico sono in grado di influenzare quelle dei suoi studenti? Se l’è chiesto un gruppo di scienziati alla North Carolina State University, che ha coinvolto nell’indagine più di 350 ragazzi delle scuole medie che vivono sulla costa della North Carolina, un’area ad alto rischio per l’innalzamento del livello del mare.

La risposta è “si è no”, dice Kathryn Stevenson, la ricercatrice che ha guidato lo studio pubblicato su PLOS ONE e che ha un passato da professoressa di scienze a scuola. Gli studenti che hanno un’insegnante che crede nel cambiamento climatico tendono ad avere la stessa opinione (così è stato per il 92% dei ragazzi dello studio) ma le differenze arrivano quando si passa alle cause: a prescindere dalle idee dell’insegnante, i ragazzi che credono sia in corso sono anche convinti che la causa siano le attività antropiche come l’inquinamento.

Un indizio positivo, considerando che l’adolescenza è un periodo della vita in cui iniziano a formarsi molte idee e opinioni che rimarranno con noi per tutta la vita. Capire da cosa e come vengono influenzate queste opinioni è un ottimo spunto per indirizzare, per esempio, la corretta informazione sul cambiamento climatico.

La scoperta è interessante anche  perché tutti gli insegnanti coinvolti da Stevenson e colleghi non si sono soffermati a lungo sullo studio del cambiamento climatico, delle sue cause e conseguenze, ma vi hanno dedicato in media un paio d’ore di lezione. Questo significa che le informazioni sul riscaldamento globale sono state elaborate dai ragazzi in base alle loro conoscenze scientifiche sul clima, già apprese, e non assorbite in toto da quanto raccontato in classe. Molto diverso da quanto accade con gli adulti, nei quali “sappiamo che la visione sul cambiamento climatico è strettamente legata all’ideologia e alla visione del mondo”, dice Stevenson in un comunicato, dunque comunicare il fatto che è antropogenico a chi non ci crede diventa molto più complesso.

Il modo in cui queste informazioni si diffondono e vengono recepite è stato ampiamente studiato negli Stati Uniti, ma conoscerlo così bene non sempre è servito a tamponare i danni con efficacia. Per molti degli argomenti scientifici più controversi, infatti, molti cittadini americani non si informano attraverso fonti scientifiche ma si fanno influenzare dal loro orientamento politico. Il livello di educazione, secondo un grosso sondaggio del Pew Research Center e dell’American Association for the Advancement of Science, si riflette in queste opinioni.

Già nel 2014 la maggioranza degli scienziati (87%) considerava le attività umane alla base del riscaldamento globale, mentre nel pubblico solo una persona su due era d’accordo. Il 77% degli scienziati riteneva il fenomeno un problema molto serio, mentre solo il 33% dei cittadini la pensava così.

Oggi, come riporta Stevenson, la percentuale degli scienziati che considera antropogenico il riscaldamento globale è stimata intorno al 95%. Ma il numero di cittadini che la pensano così non è aumentato, siamo sempre al 50%. Per questo è fondamentale trovare il modo di comunicare più efficacemente (anche con strumenti “alternativi”), individuando la finestra d’età e gli strumenti migliori per raggiungere il grande pubblico e aiutarlo a farsi un’opinione informata su basi scientifiche, non ideologiche né politiche. Uno spunto fatto su misura per gli Stati Uniti, ma che dovrebbe essere il punto di partenza per qualsiasi paese del mondo.

@Eleonoraseeing

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Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collaboro con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, pagina99 dove scrivo di etologia, cognizione animale e zoologia. Nel 2016 ho vinto il Premio Giornalistico Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "Il diabete sui media" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

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