I record maschili e femminili non si uguaglieranno. Ecco il perché

Inizia su OggiScienza una nuova rubrica, dedicata alla scienza e alla tecnologia nascoste dentro ogni tipo di sport

“Se si analizzano i record maschili e femminili nelle discipline dove la prestazione è valutata in termini quantitativi, ci accorgiamo che il gap della performance si aggira sempre intorno al 10-15% ed è sostanzialmente dovuto alle differenze di massima potenza aerobica e di massima capacità anaerobica”. Crediti immagine: jarmoluk, Pixabay

SPORTLAB – A Olimpiadi e Paralimpiadi concluse, si può dire che non si è persa occasione per paragonare costantemente le performance sportive femminili a quelle maschili, scadendo talvolta anche in commenti sessisti. E allora vediamo la straordinaria ginnasta americana Simone Biles, quattro ori e un bronzo a Rio, costretta a puntualizzare via Twitter: “Non sono la prossima Usain Bolt o Michael Phelps, sono la prima Simone Biles”. Stando a ciò, sembra quindi che le performance femminili siano legittimate solo se confrontate con le corrispettive maschili.

È un dato di fatto che ci sia, in tutti gli sport, un gap di prestazioni tra uomini e donne, una differenza dovuta a vari fattori. Alcuni sono difficilmente quantificabili, come l’accesso allo sport, la tradizione, le abitudini e gli aspetti socio-culturali; altri, invece, legati soprattutto alla fisiologia, sono tangibili e misurabili.

“Le cause principali delle differenze tra massime prestazioni nei maschi e nelle femmine è dovuta alle diverse caratteristiche morfo–funzionali nei due sessi”, racconta a OggiScienza Pietro Enrico di Prampero professore emerito di Fisiologia umana all’Università di Udine. “Se si analizzano i record maschili e femminili nelle discipline dove la prestazione è valutata in termini quantitativi (tempo, distanza, altezza, etc), ci accorgiamo che il gap della performance si aggira sempre intorno al 10-15% ed è sostanzialmente dovuto alle differenze di massima potenza aerobica e di massima capacità anaerobica”, spiega di Prampero.

“Queste differenze sono dovute a fattori fisiologici: in media, l’altezza, il peso e la massa muscolare delle donne sono inferiori, mentre la massa grassa è maggiore. Anche la concentrazione dell’emoglobina nel sangue è minore (nelle donne: circa 135 g/litro; nei maschi: circa 150 g/litro)”, continua di Prampero,“questo spiega come nel sesso femminile la massima potenza aerobica – proporzionale al massimo consumo di ossigeno – per kg di massa corporea sia circa l’85% rispetto a quella dei maschi. In maniera analoga, anche la massima quantità di energia, che può essere ottenuta da fonti anaerobiche, è circa l’80% rispetto a quella maschile. Anche gli ormoni giocano un ruolo importante in queste differenze: quelli maschili, tipo testosterone e derivati, modulano l’aggressività e quindi l’impegno agonistico, non solo in gara ma anche negli allenamenti”.

Se analizziamo le performance del secolo scorso, ci accorgiamo che le performance femminili tendono ad avvicinarsi a quelle maschili. “La riduzione di questa differenza è un fatto dovuto a molti fattori, tra cui non vanno trascurati fattore sociologici, quali la maggiore accessibilità e il maggior interesse allo sport nel sesso femminile”, ci racconta Pietro Enrico di Prampero, “ma dobbiamo tenere anche in considerazione il fatto che negli sport di locomozione (corsa, nuoto, ciclismo, sci di fondo, voga, etc) le prestazioni massime dipendono dal rapporto tra la massima potenza muscolare – cioè la somma di massima potenza aerobica e anaerobica – e il costo energetico della locomozione in questione – cioè la quantità di energia necessaria per coprire un metro di percorso”.

Nella corsa per esempio, il costo energetico per unità di massa corporea ha valori pressoché identici in maschi e femmine; nel nuoto, invece, questa variabile è più influenzata da fattori antropometrici o dalla tecnica di esecuzione del gesto sportivo. “Abbiamo visto che nel nuoto a crawl, in atleti di livello tecnico medio, le donne hanno un costo energetico inferiore a quello degli uomini, anche quando si tengono in considerazione le differenti dimensioni corporee” – spiega di Prampero – “ciò è dovuto alle differenze ormonali e in particolare alla maggiore percentuale di grasso corporeo che nelle donne si localizza preferenzialmente a livello di fianchi, natiche e cosce. Questo, unitamente ad arti inferiori mediamente più corti e meno muscolosi, favorisce il mantenimento di una posizione orizzontale in acqua, più favorevole all’avanzamento. Quindi, a parità di potenza erogata, una migliore economia di locomozione equivale a una maggiore velocità”. Questo significa che se le donne avessero la stessa potenza muscolare degli uomini, proprio per questi fattori antropometrici sarebbero più veloci in questa specialità.

“Le variabili in gioco sono molte e quindi è difficile prevedere se la differenza tra record maschili e femminili si ridurrà ulteriormente fino ad annullarsi”, conclude Pietro Enrico di Prampero. “La mia previsione è che le differenze anatomiche e fisiologiche tra i due sessi, scritte come sono nel nostro patrimonio genetico, non siano eliminabili del tutto anche se, con tecniche di doping tanto raffinate sul piano tecnico scientifico, quando assurde sul piano sportivo e immorali su quello etico, si sono fatti notevoli passi avanti in questa direzione”.

di Giulia Rocco ed Enrico Bergianti

@giulirocko
@enricobergianti

Leggi anche: Paralimpiadi 2016: Azzurri, orgoglio nazionale a Rio

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Informazioni su Giulia Rocco (63 Articles)
Pensa e produce oggetti multimediali per il giornalismo e l’editoria. L’hanno definita “sperimentatrice seriale”.

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