Al sicuro in compagnia: il supporto sociale nei pesci zebra

Il social buffering è quel fenomeno tramite il quale, dopo una minaccia, recuperiamo le nostre condizioni normali più velocemente se siamo insieme alla nostra "rete sociale". Ora gli scienziati lo studiano sui pesci zebra, un promettente organismo modello anche per indagare il cervello

Quando il supporto sociale entra in gioco, nel cervello dei piccoli pesci zebra si mette in moto una serie di meccanismi specifici. Ad attivarsi sono diverse aree cerebrali, come l’amigdala e l’area preottica che si comportano allo stesso modo nei mammiferi. Crediti immagine: NICHD, Flickr

SCOPERTE – Il supporto sociale è l’idea di essere parte di una rete sociale in grado di fornirci aiuto e assistenza in caso di bisogno, ed è stato ampiamente studiato in vari ambiti dalla psicologia fino alla sociologia e alla medicina, soprattutto per la sua importanza in patologie come depressione o ansia dove l’isolamento ha un ruolo determinante. Quando il supporto sociale entra in gioco, noi – ma anche altre specie – recuperiamo la tranquillità più rapidamente di quanto accadrebbe se fossimo soli e, in questo caso, si parla di social buffering.

Ora un “nuovo” modello di studio potrebbe aiutarci a studiarlo e a capire i meccanismi neurali che ne sono responsabili: è il pesce zebra, che a quanto pare ha bisogno del supporto sociale del suo banco, per far fronte alle avversità, quanto noi della nostra “rete” di supporto fatta da famiglia, amici, colleghi.

“I pesci sono amici, non cibo!”

Guarda caso questo pesce, la specie Danio rerio, è già una presenza fissa in molti laboratorio di ricerca: è facile da allevare, si riproduce tutto l’anno ed è considerato un buon modello sperimentale (nonostante vanti un genoma a dir poco peculiare!). Per di più gli scienziati hanno a disposizione molte tecniche, ben collaudate, che su di lui possono permetterci di studiare in modo dettagliato i meccanismi neurali responsabili di un certo comportamento.

Ed era proprio questo l’obiettivo dei ricercatori guidati da Rui Oliveira, esperto di biologia comportamentale dell’Instituto Gulbenkian de Ciência in Portogallo, che hanno pubblicato il loro studio su Scientific Reports. E suggeriscono che, nei vertebrati, vi sia un’origine evolutiva comune per il social buffering.

Nei primi esperimenti, Oliveira e colleghi hanno messo i pesci in una situazione per loro potenzialmente pericolosa – li hanno esposti alla loro sostanza di allarme, che secernono dalla pelle quando si sentono minacciati -, ne hanno osservato il comportamento, le risposte. Hanno notato che mostravano meno paura quando potevano vedere e annusare i “compagni” di banco rispetto a quando invece dovevano affrontare la minaccia da soli. Una reazione che dimostra la presenza del fenomeno di supporto sociale.

Ma qual è il fattore più importante, vedere il banco o poterne sentire l’odore? A prescindere dalle dimensioni del banco, dunque dal numero di pesci che lo compongono, a farla da padrona è la vista. Poter guardare gli altri pesci in presenza del pericolo percepito riduce la risposta di paura in modo più efficace.

Per non lasciarci andare all’antropizzazione è meglio evitare di dire che i pesci hanno “amici”, se non altro nel senso in cui noi intendiamo l’amicizia. Ma che la presenza dei conspecifici è d’aiuto, e che permette a un pesce di gestire meglio le avversità, questo possiamo dirlo. Ed è già affascinante.

In un’ulteriore fase dell’esperimento, i ricercatori hanno micro-dissezionato il cervello dei pesci zebra per guardare più da vicino cosa succedeva con il supporto sociale in risposta al segnale di allarme.

La socialità nel cervello

Quando il supporto sociale entra in gioco, nel cervello dei piccoli pesci zebra si mette in moto una serie di meccanismi specifici. Ad attivarsi sono diverse aree cerebrali, come l’amigdala (la parte che gestisce la risposta emotiva, in particolare la paura) e l’area preottica (una regione dell’ipotalamo coinvolta soprattutto nella termoregolazione), che si comportano allo stesso modo nei mammiferi.

È stato questo parallelismo a far capire agli scienziati che probabilmente c’è un’altra area di ricerca per la quale i pesci zebra potrebbero essere preziosissimi, per analizzare da vicino dei meccanismi neurali presenti anche negli esseri umani. E che sono alla base della nostra salute mentale.

Per di più si tratta di una nuova mattonella a suggerire che i pesci, dal punto di vista cognitivo, potrebbero essere più complessi di quanto pensassimo. Nonostante miti come la loro memoria a breve termine, che ogni cinque secondi si “resetta”, siano duri a morire.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Kea, la risata contagiosa dei pappagalli neozelandesi

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Eleonora Degano (716 Articles)
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collaboro con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, pagina99 dove scrivo di etologia, cognizione animale e zoologia. Nel 2016 ho vinto il Premio Giornalistico Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "Il diabete sui media" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

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