Comunicare i vaccini: come raggiungere i genitori nel modo giusto

Correggere le false credenze può essere controproducente e allontanare ancora di più le famiglie dalle fonti istituzionali. Come fare allora? Qualche spunto interessante (non solo per gli addetti ai lavori) per comunicare meglio

Di fronte ai dubbi e alle paure sui vaccini c’è spesso il rischio di fare azioni di comunicazione controproducenti. Crediti immagine: Public Domain

ATTUALITÀ – “Tutte queste vaccinazioni non sovraccaricheranno il sistema immunitario dei bambini? Siamo sicuri che non ci siano effetti collaterali gravi? In televisione ho sentito che non ci è possibile segnalare gli effetti avversi del vaccino per il papillomavirus. Di morbillo non è mai morto nessuno, sono malattie che girano ed è naturale prenderle”.

Sono alcuni dei dubbi e dei sentito-dire legati ai vaccini, ma di fronte a domande preoccupate e paure razionali e irrazionali non è sempre facile fare una buona informazione. Gli studi mostrano che confutare le argomentazioni ascientifiche rinforza la posizione di chi è contro i vaccini, portandolo a chiudersi ancora di più rispetto alle fonti istituzionali. Ma anche che c’è una percentuale di genitori incerti – oltre il 30%, secondo i dati Censis sul vaccino HPV – che, con una buona comunicazione da parte del medico e dei media, potrebbe acquistare fiducia.

E fiducia è la parola chiave: solo due genitori su dieci si fidano totalmente dei vaccini. L’8% dei genitori decide di non vaccinare per qualcosa che ha letto su internet.

Come comunicare i vaccini in un clima così complesso? Come biasimare famiglie confuse e dubbiose, che si trovano di fronte a informazioni discordanti e vedono le associazioni a tutela dei consumatori impegnate in battaglie a colpi di fantomatici “documenti segreti” e accuse di censura?

Se ne è parlato a Roma all’incontro di formazione per giornalisti “Comunicare i vaccini. L’importanza delle combinazioni vaccinali in pediatria e del vaccino anti-Papillomavirus”, che ha messo a confronto diversi punti di vista – pediatra e immunologo ma anche sociologo e giornalista stesso – per far emergere i punti critici. Se c’è un aspetto che può cambiare le cose, è la buona comunicazione.

Dietro a un numero che spaventa: 12 malattie, non 12 vaccini

Dal 2012 in poi in Italia si è risvegliato qualcosa che nel resto del mondo (dopo la radiazione dall’albo dei medici di Andrew Wakefield) era stato digerito: la sentenza del Tribunale di Rimini – contro ogni evidenza scientifica – ha stabilito un nesso tra il vaccino MPR e l’autismo, ponendo radici per i numeri che nel biennio 2012-2013 ci hanno resi il primo paese nell’Unione Europea per casi di morbillo e hanno portato alla situazione odierna. Dall’inizio del 2017 nel nostro Paese ci sono stati quasi 3000 casi di morbillo e l’89% delle persone colpite non era vaccinato. Quattro persone su dieci sono state ricoverate.

Con il vaccino si sta di fatto proponendo un farmaco a una persona sana, malattie come la poliomielite sembrano lontane e la percezione del rischio delle complicazioni è molto minore rispetto a quella degli effetti avversi dei vaccini. Alcuni reali, come febbre o arrossamenti, e altri no, come l’autismo. È “molto diverso da quanto accade per esempio con gli antibiotici, che nessuno mette in discussione, perché ho una malattia e mi sto curando”, spiega Pierluigi Lopalco, professore ordinario di Igiene e Medicina Preventiva all’Università degli Studi di Pisa (che abbiamo intervistato di recente alla pubblicazione dei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza, e qui riguardo agli ultimi casi di meningite in Italia).

“Arrivati al piano vaccinale 2017-19 abbiamo l’opportunità di prevenire molte malattie e dobbiamo affidarci all’innovazione per metterle insieme nel minor numero di vaccini possibile”. Vaccini, come l’esavalente, che hanno richiesto anni di ricerca. Ma nel frattempo si sono creati problemi di equità e di comunicazione.

“In Italia le regioni più ricche e sensibili al tema offrivano gratuitamente alcuni vaccini, come la varicella, altre no. E offrire qualcosa in base alla residenza va contro la Costituzione”, prosegue Lopalco. “Affinché tutti abbiano le stesse opportunità devo ridurre gli accessi ai servizi e abbattere le barriere: non incoraggio una mamma a vaccinare se le viene dato l’appuntamento a un mese di distanza dalla richiesta e deve tornare molte altre volte, per fare altre iniezioni”.

Con vaccini come l’esavalente, che in una sola iniezione protegge contro sei patologie, evito il sovraccarico ai centri vaccinali, con meno buchi rendo meno traumatica l’esperienza per il bambino e facilito la vita ai genitori. Il “12” del nuovo decreto Lorenzin è un numero che spaventa molti, prosegue Lopalco, “ma non parliamo di 12 vaccini bensì di 12 malattie: tetano, difterite, pertosse, poliomielite, Hib, epatite B, morbillo, parotite, rosolia, varicella, meningococco B, meningococco C. Prevenibili con quattro iniezioni”.

Dottore, ma 12 malattie non saranno troppe? “Un bambino è in grado di rispondere a 10 milioni di stimoli antigenici contemporaneamente, il nostro sistema immunitario si è evoluto per fare questo! Pensiamo ai vecchi vaccini per vaiolo o pertosse: iniettavano rispettivamente 200 e 3000 antigeni. Con i nuovi vaccini sono 45, in tutto”.

I vaccini oggi e nel passato: una resistenza sociale

Nel 2002 il British Medical Journal ha pubblicato un confronto, “Anti-vaccinationists past and present”, tra le ragioni degli anti-vaccinisti nel 1840 e oggi. “Sono rimaste le stesse”, racconta Andrea Grignolio, docente di Storia della medicina all’Università La Sapienza di Roma e autore del libro Chi ha paura dei vaccini? per Codice Edizioni. I vaccini sono tossici, ti fanno ammalare, servono solo a far arricchire qualcuno. Ma chi sono i genitori contrari alla vaccinazione? Possiamo fare un vero e proprio identikit.

“Sono persone istruite e benestanti”, prosegue Grignolio, si informano sul web, sono interessati ai trattamenti alternativi, all’alimentazione vegana e all’omeopatia. “Si tratta della cosiddetta fascia alta della popolazione che solitamente ha un ottimo rapporto con la sanità perché, per quanto ingiusto, chi ha un buon salario ed è più istruito tende a vivere di più e meglio. I vaccini sono l’unico caso nel quale tale rapporto si capovolge”.

Cercando su Google i siti cospirazionisti anti-vaccini sono i primi a comparire e, secondo uno studio su Plos One, credere nelle teorie cospirative può influenzare le decisioni dei genitori sulla vaccinazione. Ed è qui che si inserisce uno dei temi più dibattuti e più interessanti riguardo alla comunicazione dei vaccini: serve o non serve confutare le posizioni di chi sostiene le teorie del complotto, il cosiddetto debunking ha un’utilità o rinforza le credenze e la chiusura?

Grignolio cita al riguardo il lavoro del gruppo di ricerca di Walter Quattrociocchi all’IMT di Lucca, secondo il quale i complottisti rifiutano di discutere le teorie non complottiste o frequentare fonti “ufficiali”, selezionando invece solo le informazioni che confermano quello in cui già credono (il bias di conferma). Un’attitudine che è possibile studiare anche tramite il modo in cui utilizzano i social network. Le neuroscienze, prosegue Grignolio, ci dicono che di fronte a troppe informazioni conflittuali, al calcolo rischi-benefici e alle probabilità il nostro cervello va in tilt e ci porta a prendere decisioni scorrette.

Come impostare un dialogo efficace allora? Invece di “correggere” i falsi miti, rinforzando il rifiuto, è meglio sostituire il timore infondato per i rischi del vaccino con quello per le gravi conseguenze delle malattie infettive. Come le polmoniti e le encefaliti comprese tra le possibili complicazioni della varicella, le complicanze respiratorie e ancora l’encefalite per il morbillo, miocardite e insufficienza cardiaca acuta per la difterite. Dopo un caso di encefalite acuta, una persona su quattro avrà una qualche forma di danno neurologico. La figlia di Roald Dahl, il famoso scrittore, morì proprio per un’encefalite da morbillo, raccontata – in un modo straziante e realistico che la rende un lascito prezioso – in una lettera.

Ma sono solo paura e percezione del rischio gli strumenti che abbiamo a disposizione per parlare bene di vaccini? Quello che manca, specialmente nella comunicazione televisiva, è raccontare la storia di chi vive condizioni sociali complesse, per esempio bambini che per ragioni mediche non possono ricevere i vaccini e si trovano costretti a cambiare scuola perché i compagni non sono a loro volta, ma immotivatamente, vaccinati. A dirlo è Alice Pignatti, Presidente dell’Associazione “Io Vaccino” (oggi nella rete dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) che ha fatto della comunicazione sui social network un ponte efficace tra le famiglie e il personale sanitario. “La comunicazione deve essere anche questo e raccontare i benefici, non solo parlare di rischi e paura”.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Medici e infermieri. Troppi i non vaccinati

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collabora con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, IN3D dove scrive soprattutto di etologia e cognizione animale e si occupa di copywriting scientifico. Nel 2016 ha vinto il Premio Giornalistico Riccardo Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "SID- Diabete Ricerca" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

1 Commento su Comunicare i vaccini: come raggiungere i genitori nel modo giusto

  1. L’ha ribloggato su bUFOle & Co.e ha commentato:
    12 malattie e centinaia di complicazioni collaterali evitabili con 4 punturine… non dovrebbe essere difficile scegliere…

2 Trackbacks / Pingbacks

  1. Vaccini, abbiamo davvero vinto? Un po’ di logica sugli ultimi dati – OggiScienza
  2. LIBRI – Vaccinamiamoli! – OggiScienza

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