Il cambiamento climatico minaccia la biodiversità marina

La biodiversità marina si basa su fragili equilibri, messi a rischio dall'aumento delle temperature e dall'acidificazione degli oceani.

Molte specie, tra cui i pinguini di Adelia, stanno facendo i conti con i cambiamenti causati dall’aumento delle temperature nell’ambiente marino. Crediti immagine: Christopher Michel, Flickr

SPECIALE LUGLIO – Quello tra oceani e clima è un rapporto stretto. Secondo il Quinto rapporto dell’IPCC, gli oceani hanno accumulato il 90% dell’energia immagazzinata dal nostro pianeta a causa del cambiamento climatico tra il 1971 e il 2010. In questo arco di tempo, l’oceano si è riscaldato, ma è probabile che lo abbia fatto già a partire dal 1870. Quello che è certo è che continuerà a farlo, fino ad arrivare a un aumento di temperatura di 4 °C entro il 2100.  Ma non è solo questione di temperatura. Gli oceani, infatti, assorbono oltre la metà delle emissioni di CO2 di origine antropica e stanno andando incontro a una progressiva acidificazione, quantificabile in una diminuzione di pH medio di 0,4 unità entro la fine del secolo. Un colpo decisamente duro per tutti gli esseri viventi che abitano quelle acque, a partire dal plancton fino ad arrivare a trichechi, foche e orsi polari.

Verso acque più fresche

Chi di noi in questa estate dalle temperature roventi non ha pensato almeno una volta a migrare verso latitudini più fresche? È un po’ quello che sta facendo la biodiversità marina, costretta a fare i conti con il riscaldamento progressivo delle acque in cui vive. La distribuzione biogeografica di alcune specie sta mutando e, si prevede, questo avrà pesanti ripercussioni sul funzionamento di interi ecosistemi. Alcuni copepodi, per esempio, si stanno spostando verso latitudini più elevate con una velocità di circa 200 km a decennio. Si tratta di piccoli crostacei appartenenti allo zooplankton, che rappresentano da soli la più grande fonte di proteine dell’oceano. Va da sé che la loro migrazione è seguita da quella di altri pesci marini in cerca di acque più fresche e ricche di cibo. Una catena di spostamenti che sta modificando gli ecosistemi di interi specchi d’acqua e della vita che gravita intorno ad essi. In alcune zone costiere del Nord America, per esempio, l’attività ittica basata sulla pesca del merluzzo è stata riconvertita vista la carenza di questi pesci, migrati ormai verso nord.

Non tutte le specie, tuttavia, sono in grado di spostarsi verso climi più consoni alle loro esigenze, e a farne le spese sono spesso i predatori ai vertici della catena alimentare. I pesci che popolano le  acque del mare di Bering, nel nord Pacifico, sono da sempre banchetto prelibato per le pulcinelle di mare, uccelli dallo sgargiante becco colorato. Recentemente, tuttavia, sono stati registrati centinaia di decessi di questi uccelli che, si pensa, sono letteralmente morti di fame per non aver più trovato quantità di pesce sufficiente. Uno studio pubblicato su Nature Climate Change lancia un allarme preciso. Se non ci dovesse essere una riduzione significativa delle emissioni di gas serra, entro il 2100 si andrà incontro alla più grande riorganizzazione della biodiversità marina degli ultimi 3 milioni di anni, la prima dopo la comparsa della nostra specie sulla Terra.

Un cambio di abitudini

Migrare verso temperature più fredde, quindi, o essere costretti a restare e cercare di adattarsi. Come gli animali che vivono nelle zone più fredde del pianeta e che dipendono per la loro sussistenza dal delicato equilibrio dell’ecosistema acquatico polare messo a rischio dallo scioglimento dei ghiacci. Gli orsi polari, per esempio, stanno vivendo un periodo di grave difficoltà a causa della carenza di cibo e sono costretti a nuotare sempre più a lungo per cacciare le loro prede.

La situazione dell’orso polare è talmente emblematica che l’animale è stato inserito nel 2008 nell’americana Endangered Species Act (ESA), una lista di specie animali a rischio di estinzione, proprio a causa degli effetti del cambiamento climatico. Anche i pinguini di Adelia stanno facendo i conti con il riscaldamento degli oceani. Il krill di cui si nutrono, infatti, vive al di sotto delle lastre di ghiaccio marino e sta via via diminuendo a causa dello scioglimento di queste. I pinguini, al pari degli orsi polari, sono costretti a percorrere distanze sempre maggiori per nutrirsi intaccando le riserve di energia destinate alla riproduzione e alla cura della prole.

Oltre a ridurre le riserve di cibo, i cambiamenti delle acque oceaniche stanno influenzando processi vitali come la fitness, la sopravvivenza della progenie, la capacità di competere per il territorio e la resistenza alle malattie. Animali che vivono a temperature non ottimali, infatti, disperdono molta energia per attività basali, come la respirazione. Di conseguenza, risultano indeboliti e vulnerabili, avvantaggiando di fatto altre specie invasive più adatte alle nuove temperature. Per molte specie marine un cambio di temperatura può inficiare anche le attività riproduttive. Nel caso delle tartarughe marine, per esempio, il sesso della progenie non dipende dai cromosomi sessuali ma dalla temperatura alla quale vengono deposte le uova. Uno studio apparso nel 2014 su Nature Climate Change dimostra come all’aumentare delle temperature aumentino il numero di tartarughe di sesso femminile. Proiettando le previsioni avanti di un secolo, avvertono gli scienziati, è probabile che questa “selezione” porti alla completa estinzione di questi rettili. Anche i pesci risentono di questo effetto, definito determinazione del sesso dipendente dal sesso. Aumenti di temperatura di 1,5°C possono infatti ridurre la progenie di sesso femminile del 30%.

Problemi di acidità
L’aumento di temperatura delle acque non è il solo effetto che il cambiamento climatico sta avendo negli oceani. Gli oceani, infatti, funzionano da “spugna” nei confronti dell’anidride carbonica rilasciata nell’atmosfera e si stima che più di un quarto della CO2 immessa nell’atmosfera dalle attività umane a partire da 1750 sia stata immagazzinata dagli oceani. Questo gas serra, a contatto con l’acqua di mare, si trasforma in acido carbonico e determina l’acidificazione delle acque a un ritmo che attualmente, dicono le ricerche più recenti, è il più alto da 300 milioni di anni a questa parte. Gli effetti sulla biodiversità marina sono molteplici. Al decrescere del pH dell’acqua tutti quegli organismi marini dotati di guscio di carbonato di calcio, come cozze, ostriche, crostacei e coralli, risultano maggiormente vulnerabili.

Proprio la salute di questi ultimi è da tempo sorvegliata speciale, in quanto sia l’acidificazione delle acque sia l’aumento della temperatura (con annessa morte delle alghe che vivono in simbiosi con il corallo) stanno mettendo a serio rischio la sopravvivenza di alcune tra le più grandi barriere coralline al mondo che, da sole, ospitano oltre 1500 specie di pesci e 4000 specie di molluschi. La biodiversità marina si basa su fragili equilibri. Dalla sopravvivenza di una singola specie può dipendere il destino di un intero ecosistema e non solo. Sono, infatti, oltre 3 miliardi le persone che dipendono dalle acque marine per la loro sopravvivenza e, anche a causa del loro imponente effetto sul clima globale, la salute degli oceani è così preziosa che la sua salvaguardia è stata inserita tra i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

2 Commenti su Il cambiamento climatico minaccia la biodiversità marina

  1. Scusate, ma io ho qualche dubbio sull’entità della previsione dell’aumento dell’acidità, che d’altro canto sarebbe meglio considerando il segno attuale e le cifre in gioco, definirla decadimento dell’alcalinità.
    Sto cercando qualcuno che risolva i miei dubbi, e non ho certo voglia di contestare chi che sia, anche perché ho stima per questa pagina e sono felice di avervi incontrato.

    Allora, la solubilità della CO2 dipende dalla pressione parziale nell’atmosfera e dalla temperatura dell’acqua. Grazie alla fusione dei ghiacci, maggiore quantità di CO2 si scioglie nella tanta e fredda acqua di fusione. L’aumento di CO2 nell’atmosfera è più sensibile dell’aumento di temperatura degli oceani, perché questi per la loro massa si scaldano molto lentamente; però a un certo punto il loro riscaldamento opporrà resistenza all’aumento della CO2. Inoltre, l’effetto della fusione dei ghiacci per la loro diminuzione a un certo punto si stabilirà.

    C’è un altro fattore che facilità la solubilità della CO2 ed è l’alcalinità del mare; gli ossidrili reagiscono con la CO2, producendo ione bicarbonato che è al pari della CO2, “alimento” per le alghe. È quindi corretto parlare di decadimento dell’alcalinità, perché gli OH- che la genera sono divorati dalla CO2. Ma la riduzione dell’alcalinità dovrebbe produrre una riduzione della solubilità della CO2 fino al raggiungimento di un equilibrio.

    Dato che attualmente il bilancio della CO2 tra oceano e atmosfera è positivo, cioè l’acqua assorbe più CO2 di quella che perde, io mi aspetterei come effetto estremamente deleterio, non l’aumento dell’acidità delle acque, ma un oceano che non assorbe più CO2, con effetto riverberante sul riscaldamento globale.

    Un altro dubbio è che lo sviluppo parossistico delle alghe, grazie alla CO2, e ai nutrienti, si trasformi in una moria estesa delle forme di vita per ipossia con fermentazioni anaerobiche “a cielo aperto” tali da produrre acidi organici e inorganici come il solfidrico, questi sì che sono capaci di acidificare il mare!
    Allora, non dobbiamo stare solamente attenti alle emissioni in atmosfera ma anche alla qualità delle acque che scarichiamo in mare. Insomma, occorre il rispetto per un sistema ecologico generale profondamente interconnesso.
    Chiedo scusa per le sciocchezze che ho scritto e vi saluto cordialmente.

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