Isola di Pasqua, collasso ecologico o storia fraintesa?

Un'isola sperduta che da sempre affascina gli scienziati, deforestata per l'avidità degli abitanti. O forse no: un team di ricerca propone una storia alternativa

Il vulcano Ranu Kao sull’isola di Pasqua. Foto di Lanoel, Wikimedia Commons, CC BY SA 3.0

SPECIALE AGOSTO – Con le isole Pitcairn a 2000 chilometri verso Ovest, e il Cile a quasi 4 000 verso Est, uno dei motivi che hanno reso l’Isola di Pasqua tanto affascinante è proprio il suo isolamento. Dalla sua scoperta nel 1772, quando l’esploratore Jakob Roggeveen vi approdò proprio il giorno di Pasqua (era il 5 aprile) non ha fatto che attirare l’attenzione degli esperti. Antropologi, botanici, zoologi, ecologi, palinologi: ogni aspetto della vita sull’Isola di Pasqua, dall’arrivo dei primi coloni fino al disastro ecologico che ne schiacciò la civiltà, è stato analizzato nei minimi dettagli.

Sull’isola 12 clan collaboravano tra loro, scambiandosi risorse ma anche entrando in competizione, con un tessuto religioso comune e le stesse necessità: domare un territorio e gestire un clima entrambi meno ospitali rispetto alla maggior parte delle isole della Polinesia. Una società lontana da tutti, che agli occhi di molti esperti è sembrata a lungo un fitto e inspiegabile mistero.

“Non ho mai visto nessuna isola polinesiana dove la popolazione fosse tanto disperata”, ha detto l’archeologo Barry Rolett nella sua prima visita all’Isola di Pasqua, parlando con il biologo e Premio Pulitzer Jared Diamond. “Qui facevano una gran fatica per spostare mucchi di sassi al solo scopo di piantare un po’ di taro di scadente qualità e di proteggerlo contro il vento, mentre per esempio sulle isole Cook, dove le colture sono irrigue, nessuno si abbasserebbe mai a tanto”.

Lo stesso arrivo a Rapa Nui sembrava un’impresa impossibile: settimane trascorse in mare, con famiglie, polli e semi al seguito, su minuscole canoe di tre metri, inaffidabili e pensate per trasportare appena due persone. Se inizialmente si pensava fossero arrivati sull’isola dei marinai dispersi, per puro caso, in seguito le ricostruzioni hanno fatto ipotizzare un’espansione programmata e decisamente non lasciata al volere delle correnti.

Le teorie alternative non mancano, compresa quella secondo la quale sull’isola sarebbero approdati (“naufragati” dallo spazio come i fantomatici antichi astronauti) gli alieni, che se ne sono andati ma non prima di costruire gli imponenti manufatti che tutti conosciamo. Storicamente parlando invece, per quanto ne sappiamo, il primo ad arrivare sarebbe stato Hotu Matu’a (“Grande Genitore”), insieme alla moglie, ai sei figli e al resto della famiglia. I membri dell’élite sull’Isola di Pasqua vivevano in assembramenti di case poco numerosi, dai sei ai dieci edifici, mentre il resto della popolazione prendeva dimora nelle aree più interne dell’isola.

Eppure su quel baluardo in mezzo all’oceano tutto filava liscio e le ricostruzioni fatte dagli scienziati nel corso degli anni hanno permesso di scoprire che ospitava un ambiente ben diverso dal deserto spoglio e desolante che si sono trovati davanti i primi esploratori. Si coltivavano taro, patate dolci, banane, gelso da carta, e dove ci si era immaginati solo polli e ratti c’erano invece sei specie di uccelli terrestri e almeno 25 marini, tra aironi, pappagalli, barbagianni, albatri, sule, fregate, sterne e molte altre specie.

Anche il “mistero botanico” si è presto risolto: di fronte alle enormi statue e piattaforme, i famosi moai e ahu per i quali l’isola è nota in tutto il mondo, esploratori e poi scienziati si sono arrovellati a lungo. Come si erano costruite le strutture per trasportarle, su un’isola la cui unica vegetazione erano piccoli e scarni arbusti quasi mai più alti di due metri?

I moai a Rapa Nui. Fotografia di Leon petrosyan, Wikimedia Commons, CC BY SA 4.0

Le analisi palinologiche (sui pollini contenuti in carote di terreno) hanno rivelato che a Rapa Nui era diffusa una palma molto simile alla palma da vino cilena, Jubaea chilensis, una pianta che può raggiungere i 20 metri, insieme ad almeno altre 21 specie vegetali imponenti che arrivati al 1650 erano state spazzate via, mentre gli abitanti ormai lottavano per accaparrarsi gli ultimi ramoscelli.

Eppure la domanda più critica rimane. Perché distruggere foreste fatte da alberi dai quali si dipende, per costruire enormi statue ma anche fondamentali canoe, per la quotidianità, per ogni cosa? Un quesito che – è quasi agghiacciante se pensiamo alla facilità del confronto – potremmo farci anche noi in questo preciso momento storico. Come riporta Jared Diamond nel suo libro Collasso. Come le società scelgono di morire e vivere (Einaudi, 2007) le teorie sulla deforestazione di Pasqua e sul conseguente collasso ecologico e umano sono principalmente tre.

Secondo la prima, la responsabilità di questo collasso non sono tutte dei polinesiani che vivevano sull’Isola di Pasqua: sebbene non esistano tracce di spedizioni esterne sull’isola prima della scoperta, nel 1722, visite mai documentate da parte degli europei potrebbero aver contribuito a impoverirla delle sue risorse. Una seconda ipotesi guarda al clima, che con episodi di siccità e fenomeni meteorologici estremi – come quelli che vediamo oggi con El Niño – avrebbe devastato la vegetazione fino al punto di non ritorno. Ma non sembra del tutto plausibile, commenta Diamond, perché gli studi sulla vegetazione hanno mostrato che le palme e le altre specie locali avevano resistito a ben altro per anni, al punto da rendere improbabile un unico momento critico nel quale sarebbero state spazzate via.

La terza ipotesi punta il dito verso la sconsideratezza dei locali, che albero dopo albero hanno svuotato l’isola per costruire canoe, enormi statue e piattaforme pesanti anche 300 tonnellate. L’ultimo moai è stato datato al 1620 e già nel 1680, quando di palme e grandi alberi non c’era più traccia, sull’isola i clan si districavano tra conflitti che culminavano proprio con la distruzione delle statue altrui. Ma secondo un recente studio, condotto dalla Binghamton University in collaborazione con la State University of New York, gli abitanti dell’Isola di Pasqua non hanno devastato la loro casa provocando uno sconsiderato disastro ecologico.

Carl Lipo, professore di antropologia a Binghamton, ha analizzato i resti umani, animali e botanici nei siti di Anakena e Ahu Tepeu, entrambi risalenti al 1400, per provare a raccontare una storia diversa sullo sfruttamento delle risorse da parte degli antichi abitanti dell’isola. Così ha scoperto che circa la metà delle proteine nella dieta umana derivava da fonti marine, ben più di quanto avevano stimato le analisi precedenti. Mancando una laguna o una barriera corallina intorno all’isola, sulla quale solo alcune coste erano adatte alla pesca, il pesce sembrava costituire una minima parte della dieta locale, circa il 23%, contro il 90% di altre isole polinesiane (Anakena, dal canto suo, aveva le due spiagge migliori per il varo delle canoe ed è uno dei siti, insieme ad Haki’i, dove sono stati rinvenuti più manufatti associati alla pesca).

“La storia tradizionale vuole che nel corso del tempo gli abitanti di Rapa Nui abbiano usato tutte le risorse e iniziasse a scarseggiare il cibo”, dice Lipo in un comunicato. “Una delle risorse che avrebbero esaurito sarebbero gli alberi che crescevano sull’isola. Quegli alberi servivano a costruire le canoe e, come risultato della mancanza di canoe, non si poteva più pescare. Così gli abitanti hanno iniziato ad affidarsi sempre di più al cibo cresciuto a terra. In questo modo la produttività è calata a causa dell’erosione del suolo, che ha portato a scarsi raccolti…”.

Secondo l’antropologo, la scoperta indicherebbe che i polinesiani dell’Isola di Pasqua sapessero come manipolare il suolo, migliorare le condizioni ambientali e gestire la scarsa fertilità del terreno per garantirsi comunque il necessario da mangiare (sfruttavano per esempio la concimazione litica per rendere il suolo più umido e ricco di nutrienti, come riporta anche Diamond).

Erano dunque più resilienti e bravi ad adattarsi di quanto si pensasse, un popolo che in questi termini, secondo Lipo, stride con quello dipinto dalla teoria dell’ecocidio. Una dieta più ricca di pesce e crostacei e le analisi del suolo, modificato da mani umane che “sapevano il fatto loro”, sarebbero un’ulteriore prova del fatto che gli abitanti di Rapa Nui erano in grado di affrontare condizioni poco favorevoli e che per loro la perdita della foresta non avrebbe rappresentato una catastrofe ambientale come la si è sempre descritta.

Niente furia distruttrice ma “persone che usavano le risorse in modo intelligente”, conclude Lipo. “L’incomprensione deriva dai nostri preconcetti riguardo a come funziona la sussistenza, dal fatto che pensiamo come agricoltori europei. ‘Che aspetto dovrebbe avere una fattoria?’. E se non è quello che ci aspettiamo, allora assumiamo che deve essere accaduto qualcosa di brutto, quando in realtà si trattava di una mossa intelligente. Di nuovo a supporto di una narrativa diversa, che abbiamo iniziato a scoprire negli ultimi dieci anni”.

Non resta che aspettare ulteriori sviluppi e forse, un giorno, la storia dell’Isola di Pasqua sarà meno ipotesi e più certezza.

@Eleonoraseeing

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Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collabora con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, IN3D dove scrive soprattutto di etologia e cognizione animale e si occupa di copywriting scientifico. Nel 2016 ha vinto il Premio Giornalistico Riccardo Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "SID- Diabete Ricerca" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

5 Commenti su Isola di Pasqua, collasso ecologico o storia fraintesa?

  1. Nel libro di Diamond si evidenzia anche questo punto: l’assenza di legno ha portato alla scomparsa delle canoe e quindi della pesca. A mio avviso quindi tutto dipende comunque dalla distruzione di tutti gli alberi presenti che tra le altre cose ha favorito l’erosione del suolo.

    • Antonio, l’articolo dice altra cosa!
      Per quanto riguarda Jared Diamond, grande scrittore, molto amato, anche dalle case editrici, e letto da centinaia di migliaia di persone, a me non risulta che abbia fatto delle ricerche di campo nei supposti territori che avrebbero subito dei collassi. Delle visite e delle gite, sì; e sicuramente ha interpretato in modo soggettivo le ricerche degli altri.
      Un collasso straordinariamente descritto, invece, è in un articolo scientifico che riporta una ricerca ampia e polidisciplinare, compiuta da Scienziati, tutti Italiani: “La nascita e la morte di Qatna” in Siria. Ovviamente, il grande pubblico non conosce questa ricerca!
      Mi voglio sfogare, perché non ne posso più! Spesso le riviste, non questa e ve ne sono grato, se la prendono con i lettori o i cittadini che acquisiscono delle opinioni strane su argomenti scientifici; ma la colpa non è loro o delle cattive scuole che hanno frequentato.
      Il problema è che gli scienziati che studiano, ricercano, vanno sul campo e spesso sono anche mal pagati, non li conosce nessuno, mentre tutti conoscono scienziati farlocchi, bravi scrittori e divulgatori e similari ma non scienziati.
      Le opinioni sbagliate vengono da questi, quindi la falla della comunicazione scientifica va curata, di là del potere che un autore ha acquisito con la vendita delle proprie opinioni mirabilmente scritte. Scrivano dei romanzi!

  2. articolo molto preciso, direi anche questa volta i marziani non non c’entrano nulla 🙂

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  1. Il turismo che fa male alle isole tropicali – OggiScienza

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