Promesse sostenibili e realizzabili per tutelare le foreste

Nature Climate Change ha pubblicato un'analisi sull’affidabilità delle iniziative promosse dalle grandi aziende che promettono di ridurre l’impatto delle proprie attività produttive sulla deforestazione.

La letteratura scientifica porta evidenze contrastanti sull’efficacia degli standard di settore come la FSC, che ha ridotto la deforestazione in Cile e Indonesia ma non in Messico, Cameron e Perù. Crediti immagine: Pixabay

AMBIENTE – “Per produrre questo libro non sono stati abbattuti alberi”, “Non contribuisce alla deforestazione”, “Senza olio di palma”, “Zero deforestation” sono gli slogan tipo nei quali ci imbattiamo sempre più spesso nei nostri acquisti. Che cosa significano? In che modo le aziende attuano questi claim? Chi garantisce che ciò sia vero? Nature Climate Change ha pubblicato una interessante analisi sull’affidabilità, i limiti e i pregi delle iniziative promosse dalle grandi aziende e dai gruppi multinazionali che promettono di ridurre l’impatto delle proprie attività produttive sulla deforestazione.

“L’obiettivo del nostro articolo è mettere in evidenza i fallimenti e i limiti di queste iniziative ma anche sottolineare come queste, moltissime, siano tutte importanti, promettenti e rappresentino una sfida e un’opportunità. Per questo è necessario capire se l’impegno per una “deforestazione zero” sia poi in grado di tramutarsi in azione concreta e di raggiungere l’obiettivo” afferma Eric Lambin della School of Earth, Energy & Environmental Science della Stanford University, primo autore dell’articolo.

I ricercatori hanno suddiviso le iniziative delle aziende prese in esame ponendosi due domande: l’iniziativa parte da una singola azienda o da un gruppo multinazionale? Si limita soltanto a comunicare gli obiettivi o mette in atto anche dei cambiamenti? Domande che interrogano le modalità organizzative di grandi gruppi del settore alimentare e del largo consumo, da Unilever a Cargill, da McDonald a Starbuck’s e, inoltre, le promesse enfatizzate dai consorzi mondiali che promuovono la sostenibilità ambientale come il Sustainability Consortium e il Consumer Goods Forum.

L’analisi ha individuato quattro categorie di iniziative: desideri collettivi di grandi gruppi, promesse di singole aziende, codici di condotta aziendali e standard di settore, che possono includere incentivi di tipo economico o, al contrario, sanzioni. Secondo Lambin e colleghi, in tutte e quattro le tipologie di azione si capisce con difficoltà che cosa si intenda per foresta, è raramente specificato l’obiettivo esatto e la data entro la quale ci si propone di raggiungerlo.

Gli autori, ad esempio, mettono in discussione l’efficacia dei codici di comportamento adottati dalle aziende: difficile da dimostrare che funziono perché i dati che le companies forniscono sono di natura privata e, spesso, non viene reso noto al pubblico in che modo sono adottati. Ne è un esempio il C.A.F.E. Practices, della catena Starbuck’s, che potrebbe aver ridotto la pressione delle coltivazioni di caffè sulle foreste e, inoltre, come si legge sul sito dell’azienda americana del caffè, “ha migliorato la vita di oltre un milione di lavoratori”.

“Questa è un’affermazione della SCS Global Services, l’ente che controlla Starbuck’s sull’effettiva adozione della sua politica di sostenibilità. Tutto questo è credibile, anche se non c’è modo di poterlo verificare” commenta Lambin. Eppure, il fatto che un’azienda dichiari che le sue policy in tema di rispetto delle foreste sono soggette a un controllo è importante. E’ il caso delle aziende americane che si impegnano a ridurre l’inquinamento atmosferico: se manca un ente di controllo esterno il risultato sarebbe uguale a quello di aziende che non prendono alcun impegno affermano gli autori su Nature Climate Change.

La letteratura scientifica, inoltre, porta evidenze contrastanti sull’efficacia degli standard di settore, rappresentati dalle certificazioni internazionali, come la FSC, che ha ridotto la deforestazione in Cile e Indonesia ma non in Messico, Cameron e Perù. Così come nella zona andina orientale della Colombia la superficie coperta da alberi è aumentata nelle piantagioni di caffè certificate rispetto a quelle non certificate. In Indonesia le coltivazioni di olio di palma certificate da Roundtable on Sustainable Palm Oil (RSPO) sono purtroppo anche quelle vicine alle ultime zone coperte da foresta e molte aziende RSPO coltivano in terreni già deforestati. A Sumatra e nell’isola del Borneo, invece, gli incendi per avviare piantagioni di palma a scapito della foresta avvengono in misura minore nelle piantagioni certificate rispetto alle altre, sebbene solo per alcuni anni e per alcune località. Pur con i limiti evidenziati, gli standard di settore e i codici di condotta sono strumenti con i quali le grandi multinazionali potrebbero rendere più concreto l’impegno a ridurre la deforestazione che altrimenti rimarrebbe, in parte, una vaga promessa senza possibilità di verificarne l’effettiva attuazione.

Secondo gli autori, i claim delle aziende “zero-deforestation” sono un’occasione che andrebbe colta soprattutto dagli enti governativi implementando sia un sistema di incentivi economici alle aziende che, a proprie spese, decidono di cambiare il modo di produrre, sia un costante monitoraggio per garantire trasparenza e ridurre il rischio che sotto uno slogan altisonante si celino attività illegali.

Gli autori dello studio sottolineano come a livello globale la domanda di prodotti sostenibili sia ancora troppo bassa. “Le aziende si impegnano per una ‘zero-deforestation’ in risposta alla pressione delle campagne delle organizzazioni non governative e dei consumatori, perciò l’attenzione delle persone comuni verso questo tema è cruciale” rimarca Lambin. Senza una sinergia tra cittadini, organizzazioni non governative, apparati di governo e aziende, il rischio è che le iniziative per ridurre la deforestazione causata dall’industria del legname, della carta, dell’olio di palma e dell’allevamento di bovini diventino tante promesse non mantenute.

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