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Nuove ricerche per vecchi cervelli

Dalla genetica all'alimentazione, c'è chi identifica i colpevoli dell'invecchiamento cerebrale e chi studia strategie per contrastare il Declino Cognitivo

Secondo Marco Trabucchi, Presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeratria, il Declino Cognitivo Lieve “può essere un campanello di allarme per il successivo sviluppo di demenze più importanti”. Crediti immagine: Pixabay

RICERCA – Sono oltre 250 i geni che fanno invecchiare il cervello. E ora sappiamo chi sono. Un team di ricercatori della Sapienza e del Braham Institute di Cambrige ha identificato i geni responsabili dell’invecchiamento del cervello. Tra questi il gene Dbx2, che rallenta la crescita delle staminali neurali.

Gli interessanti risultati dello studio, pubblicato su Aging Cell, mostrano che proprio il Dbx2 può determinare l’invecchiamento precoce delle staminali, riducendo la loro capacità di crescita e quindi la rigenerazione del cervello. I ricercatori hanno analizzato l’attività genica di topi vecchi e giovani e hanno osservato che, mentre per la maggior parte dei 250 geni coinvolti l’attività si riduce, per il Dbx2 aumenta. Aumentando forzatamente l’attività di questo gene, il team è riuscito ad accelerare il processo di invecchiamento. “Ciò ha permesso – spiega il primo autore dello studio Giuseppe Lupo – di osservare in queste cellule l’acquisizione di caratteristiche simili a quelle delle cellule vecchie, in particolare un rallentamento della proliferazione”. Ora ai ricercatori non resta che provare ad utilizzare la genetica per i processo inverso: far tornare indietro le cellule più vecchie perché recuperino capacità di crescita. Nei topi, poi nell’essere umano.

Se questo studio si focalizza sul normale processo di invecchiamento del cervello, altri risultati interessanti arrivano da un’analisi LipiDiDiet su un disturbo specifico dell’anziano, il Declino Cognitivo Lieve, osservando come un trattamento nutrizionale specifico possa contribuire a preservare il tessuto cerebrale, stabilizzando le funzioni cognitive e la capacità di svolgere normali attività quotidiane dopo i 60 anni, rallentando o evitando il cosiddetto Declino Cognitivo Lieve.

Anche se non può essere definito come una malattia, il DCL è un disturbo che colpisce generalmente dopo i 60 e che può raggiungere un’incidenza di oltre il 25% nella fascia di età che va dagli 80 agli 84 anni. Non si tratta del normale invecchiamento del cervello, bensì di un declino più specifico, una difficoltà “sfumata” in uno o più domini cognitivi, che può essere riconosciuto attraverso la corretta interpretazione di sintomi come il dimenticarsi accadimenti recenti o importanti, ricordandosi, invece, di ciò che è accaduto molti anni prima.

Secondo Marco Trabucchi, Presidente dellAssociazione Italiana di Psicogeratria, il Declino Cognitivo Lieve “può essere un campanello di allarme per il successivo sviluppo di demenze più importanti. Questo non vuol dire che tutti coloro che ricevono una diagnosi di Declino Cognitivo Lieve svilupperanno malattie come l’Alzheimer, ma è fondamentale sapere che intervenendo tempestivamente si può prevenire l’aggravamento della condizione e contrastarne la progressione”.

Dallo studio LipiDiDiet, finanziato dall’unione Europea ed indipendente, emerge la validità di nuovi trattamenti: nello specifico su The Lancet Neurology si legge di un trattamento nutrizionale, il Souvenaid, testato su 311 pazienti con DCL diagnosticato, per un periodo di 2 anni in 11 centri europei. Il Souvenaid contiene una miscela brevettata di nutrienti attivi tra cui acidi grassi omega-3, colina, uridina monofosfato, fosfolipidi, antiossidanti e vitamine del gruppo B. Questo è stato il primo trial clinico a documentare l’efficacia di un trattamento nutrizionale nel preservare tessuto cerebrale, memoria e capacità dei pazienti di continuare a svolgere attività normali della vita quotidiana.
Potete saperne di più sul DCL qui.

Leggi anche: Misurare l’invecchiamento con un test delle urine

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