venerdì, Agosto 23, 2019
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Anthosart Green Tool, un giardiniere virtuale

Una piattaforma online per progettare il verde urbano con le specie adatte al territorio, per aumentare la sostenibilità e minimizzare o azzerare i costi di gestione.

Si chiama Anthosart Green Tool ed è uno strumento facile da utilizzare:  bastano pochi click per entrare in un portale che illustra come progettare aree verdi scegliendo le specie giuste della flora d’Italia, “quelle più idonee sulla base dell’area geografica e delle caratteristiche ambientali”, spiega a OggiScienza Patrizia Menegoni, naturalista della divisione ENEA di Protezione e valorizzazione del territorio e del capitale naturale, responsabile scientifica del progetto.

Non tutte le specie stanno bene ovunque

“Dove mi trovo?” è la prima domanda della piattaforma online. Lo scopo di Anthosart è fornire conoscenze a quanti devono allestire spazi verdi – amministrazioni pubbliche, vivaisti ma anche cittadini privati – affinché costruiscano un verde urbano sostenibile. “Se in giardini, bordure, aiuole, tetti e pareti verdi riproduciamo comunità naturali del territorio, allora essi saranno veri luoghi di collegamento col paesaggio naturale, per riportare la natura in città, migliorando anche la qualità della vita e il benessere delle persone”.

Come funziona il database? È un po’ come essere di fronte a un giardiniere virtuale. Per prima cosa si deve indicare l’area geografica, l’altitudine d’interesse, il tipo d’infrastruttura da realizzare (aiuola, giardino roccioso, viale, ecc.), poi si passa a scegliere tipologia e colori preferiti, livello di luminosità, umidità e salinità del terreno. Una volta definiti i parametri è Anthosart a darti le soluzioni, proponendoti le specie più adatte e fornendoti schede botaniche, fotografie, approfondimenti culturali, consigli pratici e link utili.

Scegliere le specie vegetali appropriate al territorio significa minimizzare fino ad azzerare i costi: le piante nel loro habitat naturale non hanno bisogno di apporti di nessun genere. Trovano acqua, temperatura e suolo giusti senza sforzi dell’uomo. “Non si può produrre un prato all’inglese, che necessita umidità, nel clima secco mediterraneo. Con le specie non adatte si va incontro al moltiplicare dei costi di gestione quali acqua, fertilizzanti, nonché agenti chimici per contrastare le malattie e le condizioni di stress. Inoltre la diffusione di specie aliene minaccia la biodiversità e introduce nuovi allergeni”.

Il portale tiene contro anche del cambiamento climatico, “chiaramente non si poteva non prendere in considerazione l’aumento generale delle temperature medie, quindi tra i suggerimenti indichiamo una gamma di specie vegetali che spazia fino a quelle più termofile del luogo”.

Il verde urbano sbagliato in Italia

Si sentiva proprio l’esigenza di un tool di questo tipo. Basta guardarsi intorno per capirlo: in tutta Italia la presenza di alberi non autoctoni sta creando molti problemi e quello della flora invasiva è un problema sottovalutato. “Oggi raccogliamo i frutti di tante scelte sbagliate”, conferma Menegoni. Ci sono specie aliene introdotte per motivi industriali, come l’ailanto o albero del paradiso (Ailanthus altissima) inserito nell’800 per la bachicultura e oggi una delle specie più invasive della penisola, grave minaccia per la biodiversità.

Numerosi sono gli alberi piantati per motivi ornamentali. In Liguria, sulle coste domina la palma delle Canarie (Phoenix canariensis) o meglio dominava, finché il punteruolo rosso, un coleottero parassita cinese arrivato col commercio vivaistico, non la ha messa totalmente in ginocchio. “Quanti soldi, energie, composti chimici sono stati utilizzati per affrontare il problema tutt’oggi irrisolto, la cui radice è a monte, infatti, perché a fare da viale c’è quella palma e non ci sono specie liguri come il corbezzolo, il bagolaro, il carrubo, il melo selvatico o il fico comune”.

Altri problemi si registrano a Roma con il pino domestico (Pinus pinea), dove si assiste a cadute sempre più frequenti, proprio perché non è una specie adatta all’ambiente urbano, infatti, in città la sua longevità si dimezza. “Il taglio delle radici, il cemento, la mancanza di acqua, i continui lavori per i cavi e le condutture nel terreno arrestano prematuramente il suo ciclo vitale”. Serve cambiare anche il linguaggio. È sbagliato dire “’manutenere il verde’ come se stessimo parlando di edifici o di facciate. Ssemmai curare il verde, in quanto siamo di fronte a un sistema vivente, con le sue dinamiche, i suoi cambiamenti nel tempo e le sue relazioni con ciò che ha intorno”.

I numeri del portale e i numeri del mercato

“Dietro questo portale ci sono decine di persone e decine di anni di lavoro, è un progetto condotto dall’ENEA in collaborazione con Forum Plinianum e Società Botanica Italiana ed è stato finanziato dal Ministero dell’Istruzione; il portale consiste in un database con 1400 specie che sono state selezionate tra le oltre 7900 presenti nell’opera di riferimento Flora d’Italia di Sandro Pignatti”.

Inoltre per 2000 specie (al pool delle 1400 specie scelte perché adatte al verde urbano se ne aggiungono altre 600), il sito fornisce una scheda di carattere culturale, nella quale viene evidenziato il legame che la pianta ha avuto in letteratura, arte, musica, artigianato e valore per un territorio.

Il database di Anthosart Green Tool per la progettazione del verde urbano.

Si capisce l’importanza di questo tool guardando i numeri da capogiro del mercato. Se nelle aree verdi prendesse piede la scelta di specie spontanee, “si favorirebbe l’offerta del florovivaismo di ‘qualità’ con la produzione di specie della flora d’Italia non ancora presenti sul mercato”.

Da studi recenti emerge come in Italia la produzione florovivaistica superi i 2 miliardi e 500 milioni di euro, con oltre 27 mila aziende, 29 mila ettari coltivati e 100 mila lavoratori, mentre la spesa complessiva per consumi di gardening raggiunge i 2 miliardi e 700 milioni di euro e con un trend in crescita costante nel quinquennio 2017-2022. Positivi sono anche i dati europei e mondiali con un giro di affari che supera rispettivamente 34 e 86 miliardi di dollari.

È chiaro che la “conoscenza della flora spontanea deve diventare patrimonio anche per architetti, paesaggisti, florovivaisti; non può essere soltanto appannaggio dei botanici, non possiamo più permettercelo, qualunque progetto in futuro deve basarsi sull’ecologia”, conclude Menegoni.


Leggi anche: Il piano della Nuova Zelanda contro le specie invasive

Gabriele Vallarino
Giornalista e laureato in Biologia (Biodiversità ed Evoluzione biologica) all'Università di Milano. Su OggiScienza ha modo di unire le sue due grandi passioni: scrivere per trasmettere la bellezza della natura!

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