giovedì, Agosto 22, 2019
DOMESTICI

Etologia base del gatto, ossia perché il gatto non è un cane

Molti scelgono di adottare un gatto pensando che la gestione sia più "semplice" del cane, ma si tratta di un animale con precise esigenze. Per soddisfarle, bisogna trovare dei compromessi tra i nostri bisogni e le sue necessità.

Fotografia: Pixabay

Chi ha un gatto lo sa bene: non è detto che accorra se lo chiami; una sgridata può risultare in una fuga, una soffiata furiosa o in uno sguardo indifferente; a lanciargli una pallina, il riporto non è scontato. Non stupisce che i gatti siano considerati animali indipendenti e, a differenza dei cani, poco addestrabili. È anche opinione diffusa che i gatti, in fondo, capiscano benissimo ciò che diciamo loro, ma ne siano ben poco interessati.

Cani e gatti sono ormai gli animali domestici per eccellenza. Condividiamo con loro gran parte delle nostre vite, li nutriamo, ne curiamo la salute e li coccoliamo. Eppure è evidente che il loro comportamento nei nostri confronti è profondamente dissimile. D’altra parte, il comportamento di un animale dipende dalle sue caratteristiche etologiche e, nel considerare il rapporto che un gatto può instaurare con noi, non si può non tenere conto di come queste si siano evolute e adattate nel processo di domesticazione.

Un antenato solitario

Il primo aspetto da considerare per capire la ragione di una così profonda differenza tra cani e gatti è nei loro antenati: il più stretto parente del cane è il lupo, un animale che basa la propria vita sul branco e, per farlo, deve cooperare con i compagni. La socialità dei lupi è tale che a specie attua anche comportamenti prosociali, ossia di beneficio per gli altri individui (caratteristica che nel cane si è conservata solo in modo parziale, come OggiScienza ha raccontato qui).

L’antenato del gatto è invece il gatto selvatico (Felis silvestris, e più precisamente F. silvestris lybica; il gatto domestico è la sottospecie F. silvestris catus), un animale strettamente solitario che si rapporta con i conspecifici solo durante il periodo riproduttivo, quando i maschi competono violentemente tra loro. Cacciano da soli e da soli difendono il loro territorio; le femmine non sono aiutate dal compagno per la cura della prole. Insomma, un comportamento che non potrebbe essere più distinto da quello cooperativo.

Due sottospecie, poche differenze

A confronto del cane rispetto al lupo, i discendenti domestici di questo felino hanno perso ben poco delle caratteristiche dell’antenato selvatico. Dal punto di vista morfologico, il gatto domestico differisce dal selvatico solo per la pigmentazione del mantello. Dal punto di vista genetico, un’analisi pubblicata su PNAS nel 2014 ha individuato differenze in geni coinvolti nella percezione sensoriale (in particolare udito e vista), nel metabolismo dei grassi e in alcuni geni coinvolti nelle capacità cognitive e nel comportamento.

Tuttavia, gli stessi autori evidenziano come le differenze tra il genoma del gatto domestico e quello selvatico siano modeste in confronto a quelle comparse nel cane. Non stupisce, quindi, che anche il comportamento si sia conservato sostanzialmente inalterato e non presenti tutte quelle caratteristiche di ricerca d’attenzione e approvazione del cane. C’è però un aspetto in cui il gatto domestico e quello selvatico differiscono profondamente, ossia la capacità del primo di formare colonie, condividendo il territorio con altri gatti e stabilendo strutture gerarchiche.

La vita nelle colonie feline

«I gatti tendono a formare colonie se vi è disponibilità di risorse», spiega a OggiScienza Simona Cannas, ricercatrice del Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università di Milano e specialista in etologia applicata e benessere animale. «Le colonie sono organizzate su linea materna e le femmine instaurano comportamenti di tipo cooperativo, con una gerarchia complessa che non è stabile né piramidale, bensì dinamica. Il maschio può interagire con le colonie attraverso due diverse strategie riproduttive: convivendo con una colonia in modo stabile, oppure dividendosi tra due o tre colonie».

Nel primo caso, prosegue Cannas, «avrà il vantaggio di una maggior disponibilità di cibo e maggiori possibilità di accoppiarsi, perché le femmine sono più predisposte ad accoppiarsi con un individuo conosciuto. Inoltre, convivendo stabilmente con una colonia può partecipare alla protezione della prole, perché nei gatti, sebbene di rado, è stata riportata l’uccisione dei piccoli da parte dei maschi per indurre un nuovo calore nella femmina. Se invece il gatto si divide tra più colonie, può aumentare la variabilità genetica della prole».

Mantenersi selvatici

Perché il gatto domestico ha perso così poco della sua natura selvatica? Vi sono varie ragioni che contribuiscono a  rispondere a questa domanda. In parte, ciò può dipendere da una minor limitazione dei contatti che il gatto domestico ha avuto con il selvatico rispetto a quanti ne abbia avuto il cane con il lupo, che ha portato a reincroci più frequenti. «Il minor controllo da parte dell’uomo, unito al fatto che il gatto spazi nel territorio molto più di un cane, ha probabilmente facilitato i reincroci della sottospecie domestica con la selvatica», spiega Cannas.

A ciò, si aggiunge che la domesticazione del gatto è avvenuta in tempi molto più recenti di quella del cane: se gli studi datano la prima intorno ai 30.000 anni fa, la seconda è avvenuta tra i 10.000 e i 4.000 fa. «Non vi sono certezze sull’esatto periodo di domesticazione del gatto. Molti studiosi supportano, per il gatto ancor più che per il cane, l’ipotesi dell’autodomesticazione, secondo la quale è stato il gatto ad avvicinarsi per primo agli insediamenti umani, verosimilmente attirato dalla facile possibilità di predazione dei piccoli animali che saccheggiavano i granai, quindi con la comparsa d’insediamenti umani stabili e basati sull’agricoltura. Ciò non toglie che l’uomo abbia avuto parte attiva nel processo, cioè che non si sia limitato a tollerare la presenza del gatto ma ne abbia tratto vantaggio: se dunque all’inizio il gatto si è avvicinato, poi l’uomo ha contribuito a farlo rimanere», spiega Cannas.

Una selezione limitata

Ma in questo processo, la selezione da parte dell’uomo è stata molto limitata rispetto a quella sul cane. Le razze di gatti domestici che conosciamo ora hanno cominciato a essere selezionate circa 150 anni fa, su basi puramente estetiche. La Cat Fanciers’ Association, la più grande associazione che registra le razze di gatto domestico, è nata nel 1906 e a oggi ne riconosce appena 42, contro le oltre 300 riconosciute per i cani dalla FCI. «L’uomo ha iniziato a selezionare i cani ben prima che in epoca vittoriana esplodesse la moda della selezione dei cani spinta su criteri morfologici», spiega Cannas. «E il criterio di selezione era basato su aspetti comportamentali, in particolare la docilità, oltre che sulle caratteristiche che rendevano una razza particolarmente idonea a un determinato lavoro».

Nel gatto, tutto ciò non è avvenuto. «A permettere il rapporto mutualistico con l’essere umano è stato principalmente il comportamento predatorio del gatto», spiega a OggiScienza Giovanna Guardini, veterinaria comportamentalista che da anni si occupa di etologia del gatto.

«Nel gatto, l’istinto alla predazione è molto forte, sebbene presenti, oltre a una componente innata, anche una componente appresa: i piccoli imparano a uccidere le prede dalla madre, che le porta nel nido semi-vive e li incoraggia a praticare il morso letale sulla nuca. Questo avviene difficilmente nelle cucciolate nate e cresciute in appartamento e spiega perché i gatti domestici, a differenza dei selvatici, non sempre uccidano la preda e la mangino. Infatti, nei gattini la cui madre non abbia insegnato tale abilità, il repertorio comportamentale della caccia non si completerà e affinerà al di là dell’inseguimento e della cattura della preda. La caccia, per il gatto domestico, può rimanere quindi come un comportamento non perfezionato ed essere limitato a una sorta di gioco del “tira e molla” con la preda. In natura questo non sarebbe possibile perché un cacciatore “incompetente” non avrebbe alcuna possibilità di sopravvivere».

In sostanza, quindi, la selezione del gatto è stata meno guidata dalla mano umana perché l’abilità nella predazione e la confidenza acquisita con l’uomo erano più che sufficienti per il suo ruolo nella società.

Un felino semi-domestico?

Molti ricercatori, proprio sulla base della forte rassomiglianza morfologica, genetica e comportamentale del gatto domestico con il selvatico, definiscono la sottospecie come “semi-selvatica”. Ma non tutti sono d’accordo, anche perché non è facile stabilire limiti netti nel processo di domesticazione; come notano il paleogenetista Greger Larson e l’archeologa Melinda Zeder in un articolo del New Yorker, ogni limite è necessariamente arbitrario e il processo di domesticazione può essere visto come una sorta di simbiosi tra l’essere umano e un’altra specie, che procede nel tempo.

«Io non concordo nel definire i gatti “semi-domestici”. Vi sono sicuramente soggetti con caratteristiche comportamentali più “selvatiche”, nell’accezione comune del termine: non amano il contatto e non si fanno avvicinare. Ma nemmeno si nascondono. Queste sono caratteristiche per il cui sviluppo hanno un grosso peso le differenze inter-individuali e le esperienze sociali che il gatto ha vissuto», commenta Cannas. «Inoltre, sebbene le ricerche sul gatto siano molto meno presenti rispetto a quelle sul cane, vi sono alcuni studi che indicano come il gatto domestico presenti comportamenti legati proprio all’adattamento della vita con l’uomo».

Comunicare: gatto-gatto e gatto-essere umano

Questi riguardano, ad esempio, alcuni aspetti della comunicazione inter-specifica. «La comunicazione vocale felina è tipica della relazione del gatto con l’essere umano», spiega Guardini. «Tra di loro, i gatti comunicano prevalentemente tramite il canale olfattivo, in primis, e quello visivo, con la postura e le espressioni facciali: il miagolio è limitato alle interazioni conflittuali e agonistiche, al richiamo della madre per i cuccioli e ai richiami della gatta in estro. Nel corso del tempo, il gatto ha però compreso che il miagolio è un modo efficace per richiamare l’attenzione del proprietario ed esprimere un bisogno; il fatto che il proprietario risponda, anche solo avvicinandosi al gatto o parlandogli, fa da rinforzo positivo, per cui il comportamento viene riproposto».

Come riporta una review del 2017, un altro segnale che il gatto usa nella comunicazione sia con l’uomo che con i suoi consimili è la coda tirata su (la postura tail up), che non è utilizzata dal gatto selvatico e si ricollega all’intenzione di un’interazione amichevole. «È uno dei comportamenti del gatto domestico che denotano la disponibilità al contatto o alla relazione», continua Guardini.

Alcuni studi hanno anche evidenziato come cani e gatti siano egualmente in grado d’interpretare la puntatura del dito, usata ad esempio per segnalare un boccone nascosto, sebbene, nel caso in cui il cibo fosse stato reso irraggiungibile, i gatti non mostrassero i comportamenti di richiesta d’attenzione e aiuto che presentano invece i cani. Infine, un recentissimo lavoro pubblicato su Scientific Reports ha mostrato come i gatti siano in grado di riconoscere il proprio nome; secondo gli autori, sebbene questo sia molto lontano dalla comprensione del linguaggio, indica comunque come il gatto sia in grado di discriminare tra i diversi indizi vocali passati dall’essere umano.

Etologia del gatto: i gatti in casa

Date le caratteristiche etologiche del gatto, è comunque possibile collaborare con lui? Il gatto è in qualche modo addestrabile? E vale la pena provarci?

«In effetti, anche nel gatto si possono usare alcune strategie di addestramento impiegate per i cani, come il metodo del clicker, nel quale un suono è associato al rinforzo positivo», spiega Guardini. «Ma bisogna ricordarsi che la specie è meno motivata alla collaborazione, per cui per avere successo sono necessarie formazione teorica e molta pazienza; le sessioni devono essere brevi e la scelta del premio accurata. Ne può valere la pena, però, perché il lavoro con il gatto rappresenta una stimolazione importantissima in ambiente domestico, dal punto di vista dell’arricchimento sia cognitivo sia relazionale. Tra le patologie comportamentali che riscontro sul lavoro, moltissime sono legate allo stress e alla noia, e lavorare con il gatto può essere di giovamento per superarle».

«Intervenire sul comportamento del gatto è complesso e bisogna anche chiedersi fino a che punto sia giusto. È corretto scoraggiare comportamenti che sono del tutto naturali? Ad esempio, il gatto è un quadrupede rampicatore: dobbiamo impedirgli di saltare sul tavolo o sulla finestra? È chiaro che si devono trovare dei compromessi, cercando di garantire la soddisfazione delle necessità del gatto, una creatura che ha bisogni fondamentali di esplorazione e predazione», riflette Guardini.

«Molti scelgono di adottare un gatto pensando che la sua gestione sia più semplice di quella di cane, ad esempio perché può essere lasciato da solo per tempi molto più lunghi. Ma la decisione di portare un gatto in casa dovrebbe essere fatta in piena consapevolezza delle sue caratteristiche etologiche, di quel suo “principio di selvatichezza” che non è andato perduto nel corso della domesticazione».


Leggi anche: Le rare immagini del gatto dorato della Tanzania

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Anna Romano
Biologa molecolare e comunicatrice della scienza, amo scrivere (ma anche parlare) di tutto ciò che riguarda il mondo della ricerca.

2 Commenti

  1. Carissima, io anni fa mi ritrovai ad accudire per un paio di anni una colonia felina. Rimasi sbalordito! Leggendo il tuo report, mi pare di capire che noi umani provochiamo certi comportamenti nei gatti che in un certo senso vengono umanizzati.
    Non sono d’accordo su questo. Sono i gatti che cercano disperatamente un compromesso per relazionarsi con noi umani. Una ricerca di tanti anni fa mise in luce che le colonie feline dei ruderi romani sono formate da femmine che cooperano, obbligate a ciò, dal condiviso luogo dove gattare e gattari (pochi) portano da mangiare.
    Io ho notato che i felini sono estremamente plastici nel comportamento, e come è giustamente riportato nel post, le sole femmine sono cooperative; ma non è stato l’uomo a domesticarle, sono proprio così. Quindi i gatti si adattano alla situazione che trovano.
    Io ho visto cose incredibili nella colonia che ho accudito, le emozioni: gelosia, pulsione di affermazione sulle sorelle, paura, passione, altruismo. E il linguaggio? Non ho insegnato ai gatti ad alzare la coda e muovere la punta in modo circolare per manifestare la propria indecisione o stato interrogativo. Non ho insegnato loro a toccarmi il mento per avere delle coccole.
    Sono andato a caccia di grilli con le gatte: si sono messe a semicerchio intorno, e reagivano ai miei comandi fatti con le braccia. A dire tutto avevo sempre accanto la prima gattina che avevo conosciuto e che per questo era diventata il capo della colonia. Le gatte guardavano me e poi la gattina, e si muovevano secondo i miei comandi. Non mi ero accorto di essere stato notato da altri, e finita la caccia fui fermato da un gruppetto di persone che mi espressero tutta la loro meraviglia; mi chiesero se quei gatti fossero stati addomesticati, quasi fossero stati animali da circo. Era la prima volta.
    La ringrazio di avere parlato dei miei animali preferiti (insieme a tanti altri).

    1. Ciao Silvio, grazie per il commento! Non direi che “provochiamo dei comportamenti”: il gatto domestico ha però acquisito delle caratteristiche comportamentali che mancano nella controparte selvatica, e che sono impiegate nella relazione con noi o con noi e con gli altri gatti. Il fatto che rispondiamo, come spiega la dottoressa Guardini, è un rinforzo al comportamento. Bellissimo l’episodio della caccia ai grilli 🙂

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