sabato, 14 Dicembre, 2019
GRAVIDANZA E DINTORNI

Nutrire la mente dei bambini: cosa serve per crescere bene

Uno stile genitoriale attento, positivo e responsivo e nidi di qualità. Non serve poi molto per promuovere lo sviluppo cognitivo e socio-emotivo dei bambini, ma un'indagine di Save the Children mostra che per molti versi siamo ancora indietro.

Bambini svegli, sereni, capaci di stare in gruppo. E poi adulti con una buona posizione socio-economica e soddisfatti di sé. Chi non vorrebbe dei figli così? Ricette dettagliate – e miracolose – per centrare l’obiettivo non ce ne sono (e tutto sommato per fortuna, perché siamo già abbastanza pieni di decaloghi sulle cose da fare o da non fare per crescere i figli), ma è ormai provato che per promuovere lo sviluppo emotivo, relazionale e cognitivo di un bambino, consentendogli la sua massima espressione, sono fondamentali le esperienze dei primissimi anni di vita.

“In genere si parla dei primi 1000 giorni, dal concepimento al secondo compleanno, ma possiamo essere un po’ più elastici e fare riferimento ai primi due o tre anni” dice a OggiScienza Giorgio Tamburlini, pediatra, presidente del Centro per la salute del bambino di Trieste e tra gli autori, nel 2018, di un documento dell’Organizzazione mondiale della sanità (in collaborazione con Unicef e Banca mondiale) dedicato proprio a quella che in inglese si chiama nurturing care, una cura attenta e proficua per lo sviluppo precoce del bambino.

Il documento lo dice chiaro e tondo nella seconda pagina: “Se cambiamo l’inizio della storia, possiamo cambiare tutta la storia”. Significa, in soldoni, che il modo in cui ci prendiamo cura dei bambini fin da quando sono piccolissimi – anzi, fin da quando sono ancora nella pancia della mamma – condiziona molto il loro sviluppo futuro, la possibilità di esprimere appieno le loro potenzialità e addirittura quanto bene andranno a scuola e quanto saranno produttivi e gratificati in ambito professionale.

Le nostre fondamenta neurobiologiche

“Perché è proprio in questa finestra temporale che si gettano le fondamenta neurobiologiche di molte delle nostre competenze cognitive (come leggere, far di conto, ricordare, prestare attenzione, elaborare piani e cambiarli al cambiare del contesto) e socio-relazionali” spiega Tamburlini. Ma significa anche – ed è forse uno degli aspetti più rilevanti della questione – che chi parte da condizioni svantaggiate, per esempio per via di un contesto socio-economico più degradato, può recuperare lo svantaggio grazie a particolari attenzioni proprio nei primi anni di vita. Attenzioni della famiglia, certo, ma non solo, perché come ricorda un famosissimo proverbio africano, “ci vuole un intero villaggio per crescere un bambino”.

È Tamburlini stesso a chiarire di cosa parliamo. “Da un lato, uno stile genitoriale positivo e responsivo, che sappia incoraggiare, valorizzare e sostenere i bambini, e mettersi in ascolto dei loro bisogni, rispondendovi in modo adeguato”. Uno stile, dunque, che non ignori o trascuri i bambini e che non li lasci soli quando esprimono richieste relative a bisogni profondi, per esempio liquidandoli in fretta con un “cosa vuoi che sia” quando piangono. Al contrario, uno stile che sappia accoglierli, che presti loro attenzione, che si lasci andare a momenti di condivisione (la lettura di un libro, il racconto di una filastrocca, l’ascolto di una canzoncina e così via) che sono importantissimi per “nutrire la mente” dei piccoli. Uno stile della cui importanza genitori oggi sempre più in difficoltà, presi tra impegni di lavoro, precarietà economica, distrazioni digitali, dovrebbero essere resi più consapevoli. Ed ecco uno dei ruoli importanti del “villaggio”.

Ai bambini, però, serve anche la disponibilità di servizi educativi di qualità: asili nido con educatori di solida formazione pedagogica (“dobbiamo ricordare che l’Italia è il paese di Maria Montessori e del metodo Reggio Children?” chiede il pediatra), in un buon rapporto numerico con i bambini e in costante aggiornamento, e con spazi, arredi e materiali adeguati e funzionali per i piccoli. Qui potrebbe aprirsi la polemica, perché la questione degli effetti del nido sullo sviluppo dei bambini è stata a lungo controversa, e per certi versi lo è tuttora.

“Ma i risultati d’insieme della letteratura scientifica nazionale e internazionale puntano oggi verso una conclusione ben chiara: se il nido è davvero di qualità, la sua frequenza porta a una serie di benefici cognitivi e non cognitivi” afferma il pediatra, che con Anduena Alushaj, sempre del Csb di Trieste, ha fatto di recente il punto sull’argomento in un articolo pubblicato sulla rivista Medico e bambino. Gli autori citano per esempio i risultati di uno studio americano secondo il quale i bambini che hanno esperienza continuativa di servizi educativi di qualità nei primi tre anni di vita presentano uno sviluppo cognitivo e linguistico migliore in questi anni e si dimostrano più collaborativi e meno aggressivi di quelli con esperienze minori.

O, ancora, studi italiani sui dati dei test di valutazione scolastica INVALSI (per esempio questo), secondo i quali i bambini che hanno frequentato il nido mostrano nella scuola primaria migliori risultati nelle competenze matematiche e linguistiche, oltre che effetti positivi su indicatori come capacità di ascolto e di concentrazione, capacità di stabilire relazioni amicali e di cooperare con i compagni, creatività nel gioco”.

Attenzione, però, a non farsi prendere da un facile entusiasmo: tutto questo non significa che basta un buon nido per creare un bambino smart. “Il nido è importante – puntualizza Tamburlini – anche perché consente alle mamme di riprendere l’attività lavorativa, e lo è a maggior ragione per famiglie con basso livello di istruzione e bambini che vengono da contesti di povertà educativa. Ma è comunque la famiglia a pesare di più sullo sviluppo del bambino. Con una battuta, potremmo dire che un bambino è molto figlio delle relazioni che ha con i genitori e abbastanza figlio di quelle che ha al nido”.

La situazione italiana

La grande domanda, a questo punto, è come siamo messi in Italia rispetto a pratiche e servizi di nurturing care. Per rispondere viene in auto l’ultimo rapporto di Save the Children sulla maternità in Italia, pubblicato a maggio 2019 e purtroppo le notizie che porta non sono buone. I dati riportati raccontano che il tasso di copertura degli asili nido (cioè il rapporto tra posti disponibili e numero di potenziali utenti tra zero e due anni) è pari al 24%, cioè ben al di sotto di una soglia minima del 33% indicato dai cosiddetti Obiettivi di Barcellona. Con differenze regionali drammatiche, se si pensa che nella maggior parte delle regioni del Sud Italia non si supera il 15%. Non solo: le testimonianze raccolte dall’organizzazione attraverso il progetto Fiocchi in ospedale, realizzato in collaborazione con aziende sanitarie e associazioni territoriali per ascoltare e accompagnare futuri e neo genitori, raccontano anche di grandi difficoltà dei genitori a mettere in pratica quei semplici atteggiamenti di nurturing care che possono fare la differenza.

L’associazione Pianoterra onlus, attiva per esempio presso l’ospedale Cardarelli di Napoli, lo ha verificato per quanto riguarda il gioco, inteso come tempo e spazio di qualità per “dialogare” con i propri bambini, mettersi in relazione con loro, nutrirli non solo dal punto di vista alimentare, ma per favorire lo sviluppo cognitivo ed emotivo. “Nel tempo passato con i genitori nelle sale d’attesa dei reparti pediatrici dell’ospedale abbiamo osservato che la modalità tipica di interazione con i bambini, anche piccolissimi, passa spesso attraverso i dispositivi digitali” racconta a OggiScienza la psicologa Arianna Russo, responsabile dell’area nascita e maternità dell’associazione.

“Che sia per intrattenere o calmare i piccoli nella noia dell’attesa o consolarli dopo una puntura dolorosa, mamma o papà ricorrono in genere a smartphone e tablet. Molto meno, invece, a piccoli giochi, canzoncine, racconti”. E quando gli operatori di Pianoterra onlus hanno cominciato ad allestire dei piccoli spazi-gioco in questi ambienti (“ma niente giochini sonori e luminosi: solo mattoncini di legno, pastelli, libri, marionette, una piccola palla o cestini con con oggetti di vita quotidiana”) i genitori sono rimasti inizialmente sorpresi di quanto le attività proposte attirassero i bambini. “Poi hanno cominciato a sedersi per terra con i bambini e a giocare con loro e ci hanno riportato una soddisfazione grandissima”.

In effetti non c’è bisogno di molto per giocare con i bambini piccoli in modo davvero utile a promuoverne lo sviluppo. “Se pensiamo a un bambino di pochi mesi, quello di cui ha veramente bisogno è una buona relazione con l’altro, in particolare con i genitori, perché questa rappresenta la via di mediazione verso la scoperta di se stessi e del mondo” afferma la pedagogista Francesca Romana Grasso, formatrice e consulente oltre che esperta di letteratura per l’infanzia. “Dunque quello che importa davvero è anzitutto guardarsi negli occhi, poi proporre nenie, canzoncine e filastrocche, e via via giochi di contatto seduti sulle ginocchia o con le mani, come ‘piazza bella piazza’ o quelli che permettono di imparare a conoscere le dita”.

E quando il bambino cresce diventa fondamentale lasciargli la libertà di movimento e di esplorazione dell’ambiente. “Non serve iperstimolarlo con mille giocattoli e attività. Bastano un cestino dei tesori con oggetti di uso comune per l’esplorazione sensoriale (avendo magari l’accortezza di spargerne il contenuto a terra su un tappeto quando il bambino non è ancora in grado di raggiungere e mantenere in modo autonomo la posizione seduta) o il comune ambiente di casa (naturalmente messo in sicurezza), dove il piccolo troverà tantissime cose interessanti da studiare”. E sicuramente non devono mancare libri e musica da leggere e ascoltare insieme.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.    Immagine: Pixabay

Valentina Murelli
Giornalista scientifica, science writer, editor freelance

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