martedì, Ottobre 22, 2019
SALUTE

Più mercurio nel pesce con il cambiamento climatico

Acque più calde costringono i pesci a consumare più calorie, aumentando l'accumulo del metallo pesante nei loro tessuti (e sulla nostra tavola)

La colonnina del termometro non è l’unico tipo di mercurio a salire in risposta al cambiamento climatico. La stessa sorte spetta all’accumulo di questo metallo pesante negli organismi marini, con effetti tossici anche gravi che si ripercuotono lungo l’intera catena alimentare. Fino a raggiungere le nostre tavole: nell’essere umano, il consumo di pesce è di gran lunga la principale fonte di mercurio.

Uno studio coordinato da Elsie Sunderland, professoressa di Biochimica all’Università di Harvard, e pubblicato su Nature, dimostra come l’aumento delle temperature degli oceani favorisca l’accumulo del metilmercurio, la forma più diffusa e tossica di mercurio organico, nei tessuti dei pesci, vanificando in parte gli sforzi fatti negli ultimi anni per ridurne le emissioni. Gli autori hanno sviluppato un modello che simula efficacemente il modo in cui vari fattori ambientali – tra i quali l’aumento della temperatura degli oceani e la pesca eccessiva – incidono sui livelli di metilmercurio.

Il bioaccumulo

Sebbene sia presente solamente in piccole concentrazioni nell’acqua di mare, una volta ingerito il metilmercurio si accumula nei tessuti degli organismi. E poiché pesce grande mangia pesce piccolo, il suo livello aumenta a ogni anello della catena alimentare: ecco perché i grandi predatori come il pesce spada ne accumulano maggiormente. Tuttavia, per quanto il principio sia ben documentato, il tasso di accumulo nei diversi organismi marini può variare anche di molto, rendendo impossibile il tentativo di ricavarne un disegno universale.

“Modellizzare i livelli di metilmercurio in organismi come i cefalopodi o il pesce spada è sempre stato un problema poiché non rispettano gli schemi canonici di bioaccumulo, basati sulle dimensioni” ha commentato Sunderland. La questione non riguarda solamente la salute degli ecosistemi marini ma anche il consumo umano di pesce: come insegna la grave contaminazione ambientale descritta nel 1956 nella cittadina giapponese di Minamata, nell’uomo il metilmercurio può oltrepassare la barriera ematoencefalica e provocare gravi danni al sistema nervoso centrale.

L’Unione europea ha già vietato o limitato l’uso di questo metallo in molti prodotti e processi industriali. La Convenzione di Minamata, entrata in vigore nel 2017 e ratificata da 120 nazioni, rappresenta la principale iniziativa globale per proteggere la salute umana e l’ambiente dal mercurio.

Merluzzi e spinaroli

Per tentare di svelare l’arcano, i ricercatori hanno analizzato 30 anni di studi condotti sugli ecosistemi del golfo del Maine, lungo la costa atlantica tra Stati Uniti e Canada, compresa un’analisi a lungo termine del contenuto stomacale di due grandi predatori come il merluzzo nordico e lo spinarolo. Pur avendo abitudini alimentari simili, e aggirandosi per giunta nello stesso ecosistema, le due specie mostravano tendenze completamente opposte.

Tra il 1970 e il 2000 i livelli di metilmercurio nel merluzzo bianco erano aumentati dal 6 al 20%. Viceversa, quelli dello spinarolo erano diminuiti di una percentuale compresa tra il 33 e il 61%. Secondo gli autori, la spiegazione andava cercata nella pesca eccessiva delle aringhe, di cui entrambe le specie si nutrono. Nel corso degli anni ’70, il collasso della loro popolazione ha costretto i due predatori a rivolgere altrove le loro attenzioni: il merluzzo le ha sostituite con pesci piccoli come alose e sardine, più poveri in metilmercurio delle acciughe, mentre lo spinarolo si è dedicato a totani e altri molluschi, più ricchi in metilmercurio.

Quando la popolazione di aringhe è tornata a crescere, i due contendenti sono tornati alle loro abitudini originarie, aumentando in un caso e diminuendo nell’altro, il loro apporto di mercurio. Un altro aspetto da non trascurare è la dimensione della bocca. A differenza di noi, i pesci non masticano perciò ingoiano solamente prede che le loro fauci possano contenere. Tuttavia, ci sono delle eccezioni. I pesce spada, per esempio, usano il rostro per trafiggere prede di grandi dimensioni di cui nutrirsi in seguito con calma. Mentre i molluschi cefalopodi, catturate le prede con i tentacoli, usano i becchi affilati per farle a brandelli.

Phelps è un tonno

La dieta non è l’unico fattore che influenza i livelli di metilmercurio nei pesci. Mentre stava sviluppando il modello, la prima autrice dello studio, Amina Schartup, ha incontrato non poche difficoltà nel giustificare il colossale accumulo del metallo nel tonno, spropositato perfino per un predatore all’apice della catena alimentare. Schartup risolse il mistero ispirandosi a una fonte improbabile: il nuotatore statunitense Michael Phelps.

“Mentre guardavo le Olimpiadi alla televisione, i commentatori dissero che, durante la competizione, Phelps consumava 12.000 calorie al giorno” ricorda Schartup.  L’informazione ha acceso nella sua testa una scintilla. “Ho pensato ‘sono sei volte quelle che consumo io!’ Se fossimo dei pesci, il nuotatore sarebbe esposto a dei livelli di metilmercurio sei volte maggiori”. Proprio come Phelps, i tonni sono dei nuotatori formidabili, ritenuti a buon diritto tra i pesci più veloci e resistenti di tutti gli oceani. Il loro metabolismo d’atleta richiede molta più energia degli altri pesci e di conseguenza altrettanto cibo. Ben di più di quanto farebbe presumere la loro taglia corporea.

Un altro fattore che aumenta il fabbisogno di calorie è la temperatura dell’acqua: al suo aumentare, i pesci consumano più energia per nuotare. Ancora una volta, il golfo del Maine si è dimostrato un ottimo banco di prova, poiché qui il riscaldamento globale procede a tappe forzate. I ricercatori hanno osservato come tra il 2012 e il 2017 i livelli di metilmercurio nel tonno rosso sono aumentati del 3,5% ogni anno.

Previsioni

Sulla base del modello, i ricercatori prevedono che, rispetto al 2000, l’aumento di 1 grado centigrado della temperatura dell’acqua porterebbe ad un aumento del 32% dei livelli di metilmercurio nel merluzzo e del 70% nello spinarolo. Ma non solo: il modello consente infatti di simulare contemporaneamente diversi scenari. Per esempio, un aumento di 1 grado e una riduzione del 20% delle emissioni di mercurio si tradurrebbero in un aumento dei livelli di metilmercurio del 10% nel merluzzo e del 20%  nello spinarolo.

Mentre una riduzione del 20% delle emissioni e il mantenimento dell’attuale temperatura dell’acqua, ridurrebbe del 20% i livelli di metilmercurio in entrambi i pesci. “Abbiamo dimostrato che i benefici del ridurre le emissioni di mercurio sono reali, indipendentemente da ciò che accade nell’ecosistema. Tuttavia, se vogliamo continuare su questa strada non possiamo regolamentare solamente le emissioni di mercurio ma anche quelle dei gas serra” conclude Sunderland.


Leggi anche: Il pesce giusto: la salute del mare passa dagli acquisti

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.    Immagine: Pixabay

Davide Michielin
Indisposto e indisponente fin dal concepimento, Davide nasce come naturalista a Padova ma per opportunismo diventa biologo a Trieste. Irrimediabilmente laureato, per un paio d’anni gioca a fare la Scienza tra Italia e Austria, studiando gli effetti dell’inquinamento sulla vita e sull’ambiente. Tra i suoi interessi principali vi sono le catastrofi ambientali, i fiumi e gli insetti, affrontati con animo diverso a seconda del piede con cui scende dal letto.

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