domenica, Ottobre 20, 2019
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Se mi lasci non vale: l’ansia da separazione nel cane

L'ansia da separazione è il secondo problema comportamentale più comune nei cani, dopo l'aggressività. Cosa succede nella loro testa, cosa fare per aiutarli a superarla e cosa non fare mai: ne parliamo con Luca Niero, educatore cinofilo.

Un cane su sette soffre di ansia da separazione. Questo significa che ogni giorno, anche più volte al giorno, una famiglia (con cani) ogni sette torna a casa e trova il divano sventrato, la biancheria disseminata per casa, la pipì sul tappeto, il sacco delle immondizie strappato in mille pezzi, i calzini smangiucchiati, il vicino inferocito per l’abbaio continuo. E un cane dall’entusiasmo incontenibile, fin troppo felice di rivedere la sua famiglia. Se, invece, quella famiglia ha già tentato di gestire il problema con sgridate e punizioni, allora probabilmente si troverà di fronte una situazione diversa, dovuta al cosiddetto “processo di anticipazione”: il cane con le orecchie abbassate scodinzola in maniera dimessa, perde qualche goccia di urina, ha un atteggiamento molto sottomesso. Tutti atteggiamenti che il proprietario, spesso, interpreta come segno che il cane sa di essere colpevole.

Il comportamento sano di un cane che non soffre di questo disturbo comportamentale è, invece, quello di rimanere rilassato, spesso inattivo e sonnecchiante quando manca il proprietario e di fare le feste senza eccessi al suo arrivo.

Una video analisi pubblicata sul Journal of Veterinary Behaviour nel 2013 e condotta su un campione di 30 cani senza ansia d’abbandono ha mostrato cosa fanno i cani se lasciati soli a casa per 90 minuti. Non sono stati rilevati abbai, ma brevi ululati o piagnucolii solo in alcuni e per un massimo di 4 minuti. Il tempo restante è stato vissuto con un po’ di gioco (una media di 6 minuti), un po’ di locomozione tranquilla, sbadigli, brevi esplorazioni dell’ambiente, e, per lo più atteggiamento passivo che potremmo definire di relax o sonno, per oltre 22 minuti di media. Senza distinzione significativa di età.
Anche l’iniziale comportamento ansioso dei cuccioli appena adottati lasciati da soli
 cala dopo pochi mesi dall’adozione, se non sopraggiungono disturbi comportamentali.

I comportamenti più comuni nell’ansia da separazione sono la distruzione e l’eccessiva vocalizzazione – pianto, abbaio, ululato – mentre alcuni altri sono meno comuni, ma possibili: l’eliminazione inappropriata (urina e feci), il comportamento ripetitivo (ad esempio girare su sé stessi) e l’autolesionismo (spesso il cane si lecca continuamente una zampa fino a ferirsi), tentativi di fuga, salivazione eccessiva, tremore, depressione.

Nonostante gli studi su questo argomento siano condotti quasi sempre su numeri ridotti di cani e portino a risultati non sempre uniformi, una preziosa review del 2014 conferma che i cani che sviluppano problemi comportamentali legati al distacco sono per lo più provenienti da rifugi, da precedenti abbandoni o sono stati separati dalla mamma prima dei 60 giorni. Alcuni fattori sarebbero utili a prevenire la comparsa di questo disturbo. In particolare si fa riferimento alla necessità di una vasta gamma di esperienze fuori casa, in casa e con altre persone per cuccioli tra i 5 e i 10 mesi, routine domestiche stabili, piccoli allontanamenti graduali dal cane, l’assenza di punizioni.

Ansia da separazione o paura di essere abbandonati?

Ai primi segnali di ansia è fondamentale rivolgersi ad un bravo educatore esperto in problemi comportamentali. Perché prima si affronta nella maniera corretta il problema – e senza pasticciare con letture da internet e consigli di amici – e più facilmente si troverà una soluzione. “L’ansia da separazione – spiega Luca Niero, educatore cinofilo esperto e socio fondatore dell’Associazione Cani per Caso – presuppone un’aspettativa: il cane vive il distacco dalla figura di accudimento con paura, perché sente di essere emotivamente fragile e sente che, senza il supporto di quella persona, non ce la farà a stare bene. Questo può accadere anche diverse volte al giorno, ogni volta che il proprietario esce, anche per poco tempo.

Nella vera e propria ansia da separazione il cane va proprio in crisi, una crisi che tende a salire col passare del tempo e che porterà il cane a manifestare un comportamento ansioso crescente, con vocalizzazioni, attività cinestesica o distruttiva, nel tentativo di ritrovare un equilibrio emotivo o di scaricare la frustrazione su oggetti di casa.

Poi, qualcosa di leggermente diverso è l’ansia da abbandono, che riguarda, invece, il cane che ha già vissuto l’esperienza di essere abbandonato, anche più volte in qualche caso. Se pensa che possa succedere ancora, allora non si sente sereno quando la sua figura di riferimento si allontana ed entra, così, in uno stato crescente di ansia. La sua paura, però, non è quella di non farcela emotivamente a superare quel momento di solitudine, ma piuttosto che la sua famiglia non torni più”.

Individuo l’emozione e poi agisco

Di fronte all’ansia da separazione il buon educatore guarderà a più aspetti, che riguardano la vita passata e le abitudini del cane, gli aspetti genetici e il comportamento dei proprietari. “Alcuni cani – spiega Niero – hanno motivazioni di razza a ricevere o dare cure talmente forti che sono più predisposti a sviluppare disturbi legati al distacco, come ad esempio i molossi, che sono emotivamente fragili, che sono cani che amano la prossimità di un umano, che hanno un ‘mondo percepito’ molto piccolo. Sono i ‘cani colla’ per definizione e sono quelli che possono andare in crisi più facilmente rispetto al distacco dalla famiglia”.
Una buona pratica, secondo l’educatore, è quella di registrare il cane che sta da solo perché quello che accade può essere utile a capire quali sono le sue emozioni e, di conseguenza, trovare il modo più corretto per affrontare il problema nella pratica quotidiana.

In buona sostanza, la prima cosa da fare è proprio quella di capire a quale emozione siamo di fronte: è rabbia o piuttosto si tratta di paura e preoccupazione? È frustrazione da mancanza di attività? Noia? O incapacità emotiva e fragilità?

“Facciamo un esempio: il cane può andare in frustrazione perché va via la persona che lui ritiene di proteggere, ma il suo stato emotivo non riguarderà tanto la paura di stare solo, quanto piuttosto la rabbia: è il cane ‘controllore’ che vede venir meno il ‘controllato’. Si tratta di un effetto simile a quello del Border Collie con le pecore: il cane gregario e ubbidiente potrebbe vivere ansia da separazione legata alla mancanza di lavoro. Quando è in famiglia ha il ruolo di occuparsi del gruppo come fosse un gregge, quando manca il gregge o un componente della famiglia allora per lui può nascere la difficoltà, che spesso si traduce in rabbia. Dal video di una situazione così mi aspetterei di vedere e sentire il cane abbaiare, ma non un ululato o un pianto, più un abbaio di rabbia o un borbottio. Questo tipo di cani affronta il suo momento di difficoltà, in genere, all’inizio della separazione, mentre l’ansia cala col passare dei minuti”.

Al contrario il cane che vive la propria fragilità nel trovarsi senza la propria spalla, sperimenta la vera e propria ansia da separazione da manuale, quella che manifesta più facilmente emozioni diverse e che tende ad essere un percorso sempre più in salita al passare del tempo: “Questo tipo di situazione avrà una manifestazione comportamentale crescente – spiega Niero – Non sempre c’è distruzione: ci sono i vocalizzi o la cinestesica. E anche il tipo di atteggiamento distruttivo ci dice molto: il cane morde e distrugge cose che si frappongono tra lui e il suo target? Questo ci dice che lo fa per raggiungere chi è andato via. La distruzione è rivolta a oggetti che il cane ama? Potrebbe essere un tentativo per ritrovare il proprio equilibrio emotivo: la masticazione che gli permette di scaricare preoccupazione. Orienta l’attività sull’oggetto della sua relazione? In questo caso il cane mastica le cose del target. A volte capita che il cane vada a selezionare esclusivamente le cose di una specifica persona della famiglia, che per lui è l’ancora di salvezza: va a cercare nel cesto della roba sporca e prende e mastica solo i suoi calzini…”

Qualche volta è solo semplice “ignoranza”: il cane non ha mai imparato a vivere da solo e non ha idea di come si faccia. Deve capire come superare quel primo momento di distacco e niente di più. “In questo caso – spiega Niero – aiutare il cane strutturando un rito del saluto può risolvere il problema. Spesso si dice di ignorare il cane quando è il momento di uscire. Ma va fatto proprio il contrario! Piuttosto creo un segnale che faccia capire al mio cane chiaramente che me ne vado, non lo ignoro, perché così lui imparerà che a quel segnare è collegato il fatto che ritornerò. Se il suo problema è capire cosa succede, io allora gli faccio sapere che sto uscendo. In questo modo rendo prevedibile quella cosa e la ancoro ad un benessere (ad esempio gli do un gioco o qualcosa di molto buono da masticare). Ovviamente questo può valere per questa situazione. Altri cani non sono in condizioni mentali di fare nulla, si crogiolano in uno stato di disagio tale che fare qualcosa o mangiare qualcosa per loro sarebbe impensabile”.

Quanto tempo ci vuole?

Chiunque stia vivendo una di queste situazioni non può che chiedersi quanto tempo serve per risolvere l’ansia d’abbandono. E, come spesso accade quando c’è la mente di mezzo, la risposta definitiva non c’è. Però, secondo Luca Niero, non c’è situazione che non possa essere risolta o migliorata, ma bisogna essere tenaci.

“È più facile indirizzare su qualcosa di specifico il cane che tende ad arrabbiarsi e fargli vivere le sue emozioni ‘spostandole’ su un oggetto che siamo noi a scegliere, mentre un cane che entra nel panico vive una sofferenza talmente profonda che necessariamente il percorso sarà più lungo: dobbiamo creare quella autostima e quell’equilibrio emotivo che lo porteranno a dire ‘ok, ce la posso fare’. Lo aiutiamo costruendo la sua autostima a piccoli passi e rendendogli prevedibile quello che accade, inserendo l’allontanamento in dosi quasi omeopatiche. Più lo lasciamo vivere il disagio e più lo vivrà. Non può imparare dalla sua fragilità, impara solo cos’è la depressione: non reagisce più e subisce, ma non risolve nulla.

Per superare il disagio, invece, dobbiamo rendere il cane più sicuro di sé, fornendogli quegli strumenti utili per poter superare la situazione del distacco. Quelle tecniche che prevedono di ignorare il disagio e che iniziano con qualcosa tipo ‘prima o poi si abituerà’ crollano miseramente. Più passa il tempo, peggio sta il cane. Al contrario, il più delle volte la prima cosa da fare è eliminare del tutto le situazioni in cui il cane resta da solo trovando qualsiasi mezzo perché sia sempre presente qualcuno. Su questa base, poi, gradualmente si introduce con metodo e criterio l’esperienza dello stare da solo, solo dopo aver creato un’abilità del cane a reggere la rabbia, a bastarsi, o ad acquisire la consapevolezza che il ritorno è sicuro. Difficile? Certamente sì, ma non impossibile. E la durata dell’intervento, o la qualità del risultato, sono direttamente proporzionali a quanto è strutturato il problema”.

I tre “no”

1. Prima regola: non lasciarlo solo.
“Non lasciare solo il cane credendo che debba solo abituarsi – spiega Luca Nero – perché non solo non funziona, ma può peggiorare il problema e rendere sempre più difficile risolverlo”. Si rischia di portare la paura e la sofferenza a livelli cronici e da quel punto in poi il percorso di “guarigione” diventa sempre più difficile.

2. Seconda regola: No alle punizioni…
… e soprattutto niente punizioni retroattive. La punizione data a distanza dal comportamento indesiderato, quando torniamo a casa e la troviamo distrutta, non è comprensibile per il cane. Non capendo il motivo per il quale lo stiamo sgridando si sentirà ancora più insicuro.

3.Terza regola: Non aspettare
Iniziare subito un percorso alle prime avvisaglie, non aspettare e, una volta iniziato, cercare di superare la frustrazione delle difficoltà. Tenere duro, in molti casi, è l’unica chance di farcela.

E per concludere: il cane che prova ansia d’abbandono è un cane che soffre molto. Il fatto rilevante per noi spesso è la nostra frustrazione quotidiana nel trovare danni in casa, è anche una questione di gestione per e con i vicini, ma è prima di tutto un problema per il cane. Se sta male in nostra assenza, soffre, va in crisi, si deprime o vive un grande stato di angoscia e frustrazione ogni volta che andiamo a fare la spesa, possiamo davvero pensare che punizioni e forzature lo aiutino a vivere più sereno?


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.    Fotografia: Pixabay

Sara Stulle
Libera professionista dal 2000, sono scrittrice, copywriter, esperta di scrittura per i social media, content manager e giornalista. Seriamente. Progettista grafica, meno seriamente, e progettista di allestimenti per esposizioni, solo se un po' sopra le righe. Scrivo sempre. Scrivo di tutto. Amo la scrittura di mente aperta. Pratico il refuso come stile di vita (ma solo nel tempo libero). Oggi, insieme a mio marito, gestisco Sblab, il nostro strambo studio di comunicazione, progettazione architettonica e visual design. Vivo felicemente con Beppe, otto gatti, due cani, quattro tartarughe, due conigli e la gallina Moira.

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