martedì, Ottobre 27, 2020
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Se il coronavirus si diffonde nel sud del mondo

L’OMS avverte: la pandemia sta accelerando e COVID-19 potrebbe dilagare anche in Africa, America Latina e Australia.

L’Europa è ormai diventata l’epicentro della pandemia di COVID-19 e purtroppo l’Italia è il Paese che sta pagando il tributo più alto in termini di vittime. Il contagio si è già diffuso in 167 nazioni di ogni continente, imponendo l’isolamento di un miliardo di persone. Eppure, almeno per il momento, nei Paesi del sud del mondo il numero di casi resta limitato. Nessuno ha una spiegazione per questa distribuzione ineguale. È possibile che la trasmissibilità del nuovo coronavirus sia suscettibile a condizioni climatiche di temperatura e umidità, come avviene per l’influenza, che si diffonde da un emisfero all’altro seguendo la stagionalità. La questione non è priva di implicazioni perché, in tal caso, si potrebbe sperare che da noi l’epidemia possa attenuarsi con l’arrivo dell’estate.

Nello scenario più pessimistico, al contrario, è solo questione di tempo prima che il virus circoli diffusamente in ogni angolo del pianeta. In molti Paesi del sud del mondo, a partire dalle nazioni dell’Africa sub-sahariana, ma anche in alcuni Stati dell’America Latina, gravati da sistemi sanitari vulnerabili, si rischia una catastrofe umanitaria. Molto dipenderà tuttavia anche dall’efficacia delle misure di contenimento che saranno adottate dai governi in questi giorni cruciali.

Cosa accade in Africa

Sebbene il numero di contagi sia ancora contenuto rispetto all’Asia e all’Europa, il nuovo coronavirus ha già raggiunto la maggior parte delle nazioni africane. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), al 23 marzo nell’intero continente si sono registrati circa 1.400 casi in 43 Paesi, con 40 vittime. Sudafrica (402 casi, nessuna vittima), Egitto (327 casi, 14 vittime) e Algeria (230 casi, 17 vittime) sono le nazioni più colpite. Si tratta di Paesi con stretti legami commerciali con la Cina, tuttavia la maggior parte dei contagi appare riconducibile a viaggiatori provenienti dall’Europa. Il primo caso risale al 27 febbraio e si trattava di un cittadino italiano in viaggio in Nigeria.

L’OMS sospetta però che la diffusione della COVID-19 in Africa sia sottostimata. La maggior parte dei contagi potrebbe infatti essere sfuggita ai sistemi di monitoraggio, come suggerisce uno studio condotto sull’Egitto da un team di ricercatori canadesi. Del resto, fino a gennaio in tutta l’Africa si contavano soltanto due laboratori (uno in Sudafrica e uno in Senegal) in grado di eseguire i tamponi per rilevare il coronavirus. L’OMS è corsa ai ripari e oggi i centri attrezzati sono una quarantina, ma la disponibilità dei kit diagnostici è ancora insufficiente.

Poiché i rischi sono maggiori per gli anziani, alcuni ricercatori hanno ipotizzato che il numero limitato di contagi osservati in Africa sia attribuibile anche a una diversa distribuzione anagrafica: nella maggior parte dei Paesi africani la popolazione ha infatti un’età media che si aggira intorno ai 18-19 anni, mentre in Cina e in Italia l’età media è rispettivamente di  37 e 45 anni.

È inoltre possibile che – complice il volume minore del traffico aereo e degli scambi commerciali con gli altri continenti – le misure di contenimento adottate dai Paesi africani siano riuscite a ritardare l’ingresso della COVID-19. Nelle regioni dell’Africa centrale l’epidemia di Ebola ha insegnato che la prevenzione e il contenimento sono l’unica difesa efficace. Diversi Paesi si sono perciò organizzati per identificare i casi sospetti alla frontiera e rallentare la diffusione della malattia. Dopo l’epidemia di Ebola del 2013 è stato istituito anche l’Africa Centres for Disease Control and Prevention, che oggi coordina gli sforzi dei governi per migliorare i sistemi di sorveglianza e attrezzare i laboratori. Diversi governi hanno inoltre imposto restrizioni sui collegamenti aerei con le destinazioni a rischio e quarantene per chi manifesta i sintomi; scuole e università sono state chiuse; raduni di massa ed eventi pubblici, compresi quelli religiosi, sono stati annullati. E questo anche in Paesi come Kenya, Etiopia, Ghana o Uganda dove si sono avuti pochissimi casi.

Secondo Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm, la gestione delle epidemie maturata con l’Ebola ha senz’altro contribuito a ritardare l’ingresso del coronavirus in Africa, anche rispetto a quanto avvenuto in Europa. Carraro, che è appena rientrato da Juba, la capitale del Sud Sudan, racconta che in aeroporto la temperatura dei passeggeri è controllata con l’impiego di termoscanner, mentre in caso di febbre si attiva la quarantena. Stessa procedura nello scalo di Addis Abeba, in Etiopia, dove nonostante i voli frequenti con la Cina finora si sono registrati appena 11 casi.

L’allarme dell’OMS

Il timore è che queste precauzioni non siano sufficienti per impedire la diffusione della COVID-19 nel continente africano, dove i sistemi sanitari di molti Paesi scontano gravi carenze di personale medico, attrezzature e farmaci. «Il mio continente deve svegliarsi», ha detto lo scorso 19 marzo il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, che è nato in Etiopia. «Il consiglio migliore che posso dare all’Africa è di prepararsi al peggio», ha aggiunto.

Il continente non sembra attrezzato per affrontare l’emergenza. In tutto il Sudafrica, il Paese più preparato della regione, sono disponibili meno di mille posti letto in terapia intensiva. Una capacità che scende ad appena qualche decina di posti letto nelle capitali di molti Paesi africani. In Sud Sudan non esistono neppure reparti di terapia intensiva. Con pochi mezzi per assistere i pazienti più gravi e la concomitanza di altri fattori di rischio – dalla malnutrizione alla difficoltà di accesso all’acqua potabile, fino alla diffusione di altre malattie debilitanti come la malaria, la tubercolosi e l’Aids – se il virus dovesse dilagare nelle metropoli sovraffollate, nei villaggi remoti e nei campi profughi dell’Africa sub-sahariana, la letalità rischierebbe di essere molto più elevata di quella osservata in Cina o in Europa.

Nell’Africa sub-sahariana milioni di persone non hanno neppure la possibilità di seguire le più semplici raccomandazioni dell’OMS, come lavarsi spesso le mani con il sapone, mantenere una distanza di sicurezza con le persone sintomatiche o rispettare l’isolamento se si è contagiati. In Uganda, per esempio, come ha spiegato al Guardian Pauline Byakika, specialista in malattie infettive presso il Makerere University College of Health Sciences, il rischio è aggravato dalla scarsa ventilazione, dall’affollamento e dalle carenze igieniche di molte abitazioni. «Dove vivono cinque o sei persone in una casa con una o due finestre, un’intera famiglia può ammalarsi ancora prima che qualcuno se ne accorga».

America Latina

La COVID-19 non sembra risparmiare neppure l’America Latina. Il Paese più colpito è il Brasile, dove finora si sono registrati più di 1.600 casi e 25 vittime. Seguendo una parabola simile a quella di Donald Trump negli Stati Uniti, anche il presidente Jair Bolsonaro è passato dal negare ogni pericolo al dichiarare lo stato di emergenza, dopo che migliaia di persone a Rio de Janeiro e a São Paulo avevano protestato contro il tentativo di sminuire il rischio.

In Messico (316 casi e due vittime) il presidente Andrés Manuel López Obrador è parso titubante nel prendere misure di contenimento che potrebbero danneggiare l’economia, mentre la maggior parte dei Paesi latinoamericani, dall’Argentina al Cile al Perù, hanno già chiuso le frontiere. L’Equador, il secondo Pese più colpito con 981 casi e 18 vittime, ha sospeso persino i collegamenti con le Galápagos.

In Cile, dove finora ci sono stati 746 contagi e due vittime, il presidente Sebastián Piñera ha proclamato lo stato d’eccezione costituzionale per catastrofe, che consente al governo di impiegare anche l’esercito. La Colombia (277 casi, 3 vittime) ha invece imposto una quarantena nazionale per tre settimane.

Cuba (40 casi, una vittima), che ha risposto alla richiesta d’aiuto della Lombardia inviando 65 medici e infermieri, ha chiuso le frontiere ai non residenti, imponendo il rimpatrio dei 60 mila turisti presenti sull’isola, pur sapendo che l’impatto economico rischia di essere molto elevato.

Australia e Nuova Zelanda

Il nuovo coronavirus ha raggiunto anche l’Oceania. L’Australia ha superato i 1.700 casi, con 7 vittime, mentre in Nuova Zelanda si contano 102 casi e nessuna vittima. Nel tentativo di contenere l’epidemia, il 20 marzo i governi di entrambi i Paesi hanno chiuso le frontiere agli stranieri non residenti. Quando ci fu la pandemia di influenza Spagnola, grazie a una rigida quarantena, l’Australia riuscì a scongiurare la seconda ondata di contagio, che tra settembre e dicembre del 1918 fece la gran parte dei morti. Ma passata l’emergenza, il governo australiano tolse le restrizioni e quando arrivò la terza ondata pandemica, nei primi mesi del 1919, 12 mila persone persero la vita.

Un secolo dopo, in un mondo sempre più globalizzato, è probabile che neppure l’Australia possa confidare sull’isolamento per tenere alla larga un virus tanto contagioso, che ora minaccia anche le regioni del sud del mondo. Secondo l’OMS, infatti, la pandemia starebbe accelerando. «Ci sono voluti 67 giorni per arrivare ai primi centomila contagi, 11 giorni per arrivare a duecentomila e appena 4 giorni per arrivare a trecentomila», ha dichiarato Tedros nel briefing del 23 marzo, esortando ancora una volta i governi del mondo a non farsi trovare impreparati.


Leggi anche: Con COVID-19 in Italia è cresciuto il mercato dei farmaci illegali

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine copertina: Pixabay

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Giancarlo Sturloni
Sono un giornalista scientifico esperto di comunicazione del rischio. Svolgo attività di comunicazione, formazione e consulenza in campo sanitario e ambientale. Sono co-fondatore del collettivo NatCom - Communicating nature, science & environment. Insegno Comunicazione del rischio alla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste e all’Università degli Studi di Trieste. Sono autore di diversi libri tra cui "La comunicazione del rischio per la salute e per l'ambiente" (Mondadori Università, 2018) e "Il pianeta tossico" (Piano B, 2014). Con Daniela Minerva ha curato il volume "Di cosa parliamo quando parliamo di medicina" (Codice, 2007).
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