giovedì, Ottobre 22, 2020
IN EVIDENZASPAZIO

Archeologia Spaziale: intervista a Dr. Space Junk

Si chiama Alice Gorman ed è una leader riconosciuta a livello internazionale nel campo emergente dell’archeologia spaziale.

Archeologa australiana, la dott.ssa Gorman è nota soprattutto per i suoi studi pionieristici sull’era spaziale, dalle origini fino ai nostri giorni. Nella sua ricerca, la spazzatura spaziale viene vista sotto un’ottica diversa e diventa patrimonio di tutta l’umanità. Nota anche come “Dr Space Junk”, proprio per il suo interesse verso i detriti spaziali, in 10 Q&A, ci racconta di lei, di com’è nata la sua passione per l’archeologia spaziale e cos’è questa nuova scienza.

Dott.ssa Gorman, una breve presentazione. Come ha deciso di unire l’archeologia tradizionale all’archeologia spaziale?

Mi sono interessata all’astronomia e all’astrofisica sin dall’infanzia. Ma ero ugualmente affascinata dal comportamento umano. Questo mi ha portata verso l’archeologia “tradizionale”. Ho lavorato sul patrimonio aborigeno australiano e fatto ricerche sugli strumenti in pietra e sui loro usi nel profondo passato. Mi interessava capire cosa significasse diventare umano e come le persone usassero i manufatti come simboli.

Tutto è cambiato una notte, poco dopo aver finito il dottorato di ricerca, mentre guardavo le stelle. Improvvisamente mi venne in mente che anche la spazzatura spaziale era pare della testimonianza archeologica. Non importava che fosse recente; la spazzatura spaziale avrebbe potuto raccontare una storia di cambiamento culturale umano. Quindi ho iniziato un percorso completamente diverso.

Cos’è l’archeologia spaziale? Cosa studia e quali sono i suoi obiettivi?

L’archeologia spaziale esamina la cultura materiale [ossia gli oggetti e tutte le manifestazioni concrete che incorporano gli aspetti immateriali della cultura di un popolo n.d.r.] legata all’esplorazione spaziale nel XX e XXI secolo. Studiamo siti di lancio di missili, satelliti e spazzatura spaziale in orbita attorno alla Terra, siti di atterraggio planetario come quello dell’Apollo 11 sulla Luna e sonde spaziali profonde come la Voyager 1 e 2.

L’obiettivo è capire come gli umani usano la cultura materiale per adattarsi agli ambienti dello spazio, che si tratti di un robot su un altro pianeta o di un equipaggio che vive sulla Stazione Spaziale Internazionale. Riguarda il percorso a lungo termine del cambiamento tecnologico e culturale da 3 milioni di anni fa ai giorni nostri e capire come le attività umane stanno cambiando il sistema solare.

Cosa hanno in comune archeologia tradizionale e spaziale? E quali sono le differenze?

Un aspetto comune sia all’archeologia spaziale che tradizionale è lo scopo di comprendere come gli esseri umani usano oggetti ed ambienti materiali per modellare il loro mondo. Utilizziamo gli stessi metodi, come l’analisi dei modelli statistici nei manufatti e la relazione spaziale tra manufatti e strutture all’interno di un sito nel tempo.

Una delle principali differenze è che non puoi fare ricerche sul campo in luoghi al di fuori della Terra, non ancora, comunque. Un’altra è il lasso di tempo. L’Era Spaziale ha solo circa 60 anni, quindi abbiamo accesso anche a tutte le testimonianze documentate e possiamo parlare con le persone coinvolte nelle varie missioni. Il nocciolo per entrambi i tipi di archeologia è identico: non si tratta di ciò che la gente dice di aver fatto ma è ciò che l’evidenza materiale dimostra che la gente ha effettivamente fatto.

In questo campo pionieristico, ha applicato la conoscenza dell’archeologia tradizionale o ha dovuto reinventare tecniche di analisi? Ad esempio, sto pensando al problema della stratigrafia che in archeologia aiuta a dare identità ai reperti: lo stesso concetto potrebbe essere applicato sulla Luna o su Marte, ma come fare per i reperti in orbita?

Molte delle tecniche dell’archeologia tradizionale sono adeguate anche per lo spazio ma ci sono alcune nuove sfide. Una è che non è possibile eseguire ricerche sul campo dirette. Per studiare la cultura spaziale sulla Stazione Spaziale Internazionale, sto lavorando con Justin Walsh [archeologo] ed Erik Linstead [ingegnere, specializzato nel Machine Learning] della Chapman University in California, per applicare l’apprendimento automatico a migliaia di foto nell’archivio immagini della NASA. Grazie all’International Space Station Archaeological Project sarà la prima volta in cui qualcuno studierà un habitat spaziale usando una prospettiva archeologica.

L’orbita terrestre è un intero livello successivo di complessità. Mentre gli oggetti spaziali spesso ricadono nell’atmosfera e vengono inceneriti, sopra una certa altitudine nulla se ne va. È tutto lì, i satelliti operativi che sfrecciano nelle stesse orbite dei satelliti morti e milioni di minuscole particelle. È tutto un movimento ad alta velocità. Sulla Terra, gli oggetti più profondi sono anche i più antichi. Questo non si applica in orbita. Le relazioni tra oggetti cambiano costantemente. Quindi sto lavorando a diversi modi per caratterizzare questo ambiente, usando approcci come sistemi dinamici e paesaggi culturali.

I detriti spaziali sono visti più come un problema e, a volte, come una minaccia piuttosto che come reperti archeologici, cosa possono dirci invece?

Il rischio che un veicolo spaziale operativo si scontri con un pezzo di spazzatura spaziale e si rompa, creando più detriti nel processo, è costante. Alcuni di essi avranno questa sorte. Ma possiamo essere smart su questo tema. Documenti e immagini non possono sostituirsi agli oggetti in sé. C’è davvero qualcosa negli oggetti materiali: ecco perché le persone vanno nei musei piuttosto che guardare fotografie di manufatti. Con il passare del tempo il contesto degli oggetti cambia. Immagina tra 100 anni, se tutti i primi satelliti dell’era spaziale fossero “ripuliti”. In futuro ci potremmo pentire delle scelte fatte ora.

Un singolo veicolo spaziale racconta le decisioni politiche ed ingegneristiche prese nel momento in cui è stato costruito. Molti dei primi satelliti erano sfere di metallo lucido: questo doveva aumentare la loro visibilità dalla Terra perché i metodi per rintracciarli erano ancora in fase di sviluppo. I satelliti sono cambiati da diversi ed unici, a design preconfezionati realizzati da grandi aziende. Questi cambiamenti materiali ci dicono come l’industria spaziale è cambiata nel tempo.

E quindi, come possiamo catalogare i detriti spaziali (in modo che diventino reperti) e come possiamo trasmetterli alle generazioni future? Non tutti potranno finire in un museo: alcuni finiranno bruciati al rientro in atmosfera, altri sul fondo degli oceani dove, in un certo senso, torneranno ad essere reperti tradizionali…

La maggior parte dei vecchi satelliti in orbita (tranne quelli che si sono persi o distrutti) sono già catalogati. Pertanto, non sarebbe difficile aggiungere semplicemente informazioni sul patrimonio, come il loro significato culturale, nei cataloghi esistenti, ad esempio il Registro delle Nazioni Unite. Ma i musei non sono la soluzione facile! L’ambientazione di un satellite nello spazio è una parte importante del suo significato culturale. Dovremmo lasciarli in orbita fintanto che non rischiano di scontrarsi con un veicolo spaziale funzionante.

A questo proposito è interessante la Declaration on the Responsibilities of the Present Generations Towards Future Generations del 1997. L’articolo 7 recita:

“Le generazioni presenti hanno la responsabilità di identificare, proteggere e salvaguardare il patrimonio culturale materiale e immateriale e di trasmettere questo patrimonio comune alle generazioni future”.
Quindi, mentre dobbiamo agire prima piuttosto che dopo per sbarazzarci di qualche detrito spaziale, dobbiamo anche pensare a cosa sopravviverà per le generazioni future per studiare e apprezzare. È nostra responsabilità fare in modo che le testimonianze siano diverse e non dominate da Stati Uniti ed URSS.

Cosa pensa invece della spazzatura spaziale come problema? Come lo risolveremo? Se lo risolveremo!

La spazzatura spaziale è un problema tecnico, un problema di relazioni internazionali e un problema concettuale. C’è una componente terrestre: progettare missioni spaziali in modo che non contribuiscano a creare più detriti. Nello spazio, invece, dobbiamo sviluppare una tecnologia in grado di rimuovere in sicurezza vecchi veicoli spaziali ed i frammenti. Per questo potremmo aver bisogno di nuovi sistemi di propulsione che non utilizzino enormi quantità di carburante pesante per manovrare.

Il problema delle relazioni internazionali è far sì che le nazioni siano buoni cittadini spaziali e negozino su come rimuovere attivamente i detriti senza che questi diventino un modo per colpire il veicolo spaziale di un’altra nazione.

Il problema concettuale è come definiamo l’ambiente spaziale. Lo spazio non è davvero vuoto: è pieno di raggi cosmici, plasmi, campi magnetici, meteore, elementi atomici, gas e polvere. Ora, a questo mix, abbiamo aggiunto materiali umani. Eliminati i grossi frammenti di spazzatura, rimangono solo particelle minuscole troppo piccole per essere viste. Questo per me vuol dire che dobbiamo iniziare a pensare in modo più creativo a ciò che rappresenta questa nuova entità. Quindi c’è del lavoro da fare.

Se dovesse sceglierne uno, qual è il detrito spaziale più significativo (e perché) ed il più bizzarro? Ha qualche detrito spaziale nella sua collezione archeologica?

Per il pezzo più significativo, è difficile superare Vanguard 1, il più antico oggetto umano in orbita. È stato lanciato dagli Stati Uniti nel 1958 [dopo lo Sputnik 1 e l’Explorer 1 ] ed ora ha un aspetto meravigliosamente rétro, con il suo corpo d’argento e sei antenne. Una delle cose che adoro di più è che ci sono volontari in tutto il mondo reclutati per cercarlo con binocoli e telescopi, quindi ci sono intere comunità di persone che amano molto questo satellite.

Il più bizzarro? Bene, deve essere l’auto sportiva rossa Tesla lanciata da Elon Musk nel 2018. Ha un manichino in una tuta spaziale al posto di guida, che è più che inquietante. Le auto sportive rosse sono un simbolo molto maschile ma alcuni pensano che potrebbe essere una sovracompensazione, per dirla con delicatezza…

Uno dei miei beni più preziosi è un pezzo dell’isolamento del serbatoio del carburante dello Skylab, la stazione spaziale americana che è caduta sulla Terra, sull’Australia occidentale, nel 1979. Ho anche un pezzo del sistema di alimentazione di un vettore Europa [fu il precursore della famiglia di vettori Ariane dell’ESA n.d.r.]. Era un razzo ibrido con un primo stadio britannico, un secondo stadio francese, un terzo stadio tedesco e un satellite italiano, lanciato dall’Australia negli anni ’60.

Quale potrebbe essere il futuro dell’archeologia spaziale?

In futuro, penso che ogni missione spaziale assumerà un consulente del patrimonio spaziale. Essi potranno capire, ad esempio, se l’orbita proposta per un satellite è pericolosa per i satelliti del patrimonio, o se un sito di atterraggio proposto sulla Luna, su Marte o sugli asteroidi causerà danni al patrimonio esistente in quel luogo. Faranno piani di gestione del patrimonio culturale (Cultural Heritage Management Plans) in modo che le operazioni sulla superficie lunare minimizzino la quantità di danno che potrebbero creare ai luoghi significativi, come i siti di atterraggio dell’Apollo ed una cinquantina di altri siti di atterraggio robotici sulla Luna. È stato davvero incoraggiante vedere l’eredità culturale inclusa in documenti come l’Accordo Artemis e le Vancouver Recommendations on Space Mining sull’estrazione di materie prime nello spazio. E, naturalmente, con le missioni umane pianificate sulla Luna e su Marte, ci sarà molto di più su cui lavorare!

Quali sono le sue pubblicazioni, ricerche ed iniziative più significative svolte finora in questo campo?

Dato il mio background lavorativo sull’eredità aborigena, una delle mie prime indagini è stata su come gli indigeni hanno vissuto l’era spaziale. I primi siti di lancio di missili, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, si trovavano nelle terre degli indigeni in diversi paesi, perché si riteneva che questi luoghi fossero “vuoti”. Ma ovviamente non lo erano affatto. Penso che sia davvero importante reinserire questa parte della storia.

Attraverso la mia ricerca sono stata in grado di stabilire che i lander russi Venera su Venere sono in realtà probabilmente ancora in piedi intatti sulla superficie del pianeta dell’amore. Se ci saranno mai missioni future che torneranno in superficie, li troveranno lì come sentinelle [EnVision dell’ESA e VERITAS della NASA sono due orbiter proposti per il 2023 e 2026 rispettivamente n.d.r.].

Un’altra indagine è stata sugli effetti della polvere lunare sollevata durante le attività in superficie, come l’estrazione di campioni nei siti di atterraggio dell’Apollo. Questo mi ha portata a considerare le qualità della luce e dell’ombra come parte del significato estetico di quei luoghi. Ho anche elaborato delle regole per valutare il significato culturale della spazzatura spaziale e le procedure per la creazione di liste del patrimonio e notifiche sui rischi di collisione. Gran parte della mia ricerca è descritta nel mio recente libro, “Dr Space Junk vs the Universe: Archaeology and the Future”.


Leggi anche: L’impatto del Covid-19 visto dallo spazio

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Immagine: Pixabay

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Elisabetta Bonora
Romana, ligure di adozione. Nella vita professionale mi occupo di web, marketing & comunicazione a 360 gradi. Nel tempo libero sono una incontenibile space enthusiast, science blogger ed images processor, appassionata di astronomia, spazio, fisica e tecnologia, affascinata fin da bambina dal passato e dal futuro. Dal 2012 gestisco il sito web aliveuniverse.today, dal 2014 collaboro con diverse riviste del settore e nel 2019 è uscito il mio primo libro "Con la Cassini-Huygens nel sistema di Saturno". Amo le missioni robotiche.... per esplorare nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima! Ovviamente, sono una fan di Star Trek!
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