giovedì, Aprile 22, 2021
DOMESTICIRUBRICHE

Quando la selezione eccede, non solo nei cani

La selezione di caratteristiche molto marcate nei pet, spesso tramite incroci tra consanguinei, non è limitata ai cani: riguarda anche alcune razze di gatti e conigli, con impatti negativi per la salute.

Qualche tempo fa, abbiamo raccontato su questa rubrica di come la selezione, soprattutto per tipi estremi  – cioè per alcune caratteristiche anatomiche molto marcate – possa essere deleteria per le razze canine. Da una parte, infatti, i tratti su cui la selezione umana spinge possono portare a ben precisi problemi di salute, come la respirazione difficoltosa dovuta al muso schiacciato dei cani brachicefali. Dall’altra, i tratti ricercati hanno spesso una trasmissione recessiva, per cui la selezione si accompagna facilmente all’incrocio tra consanguinei, che porta alla depressione da consanguineità (o inbreeding depression), con un generale peggioramento della salute dell’animale.

Per quanto riguarda i cani, i problemi legati alla selezione eccessiva sono tutto sommato abbastanza noti non solo tra veterinari e allevatori ma anche tra i non esperti, grazie anche a documentari quali “Pedigree dogs exposed”. Tanto che alcune ricerche ora sono dedicate a capire quali fattori influenzino la diffusione di razze con problemi di salute ben conosciuti, così da individuare su quali fronti si può agire per aumentare la consapevolezza degli acquirenti (OggiScienza ne ha parlato per esempio qui). Meno noto, invece, è che la selezione estrema non riguarda solo i cani.

Fissare i tratti

«Il problema della selezione per tipi estremi, che facilmente procede di pari passo con gli incroci tra consanguinei, è diffusa in tutte le specie domestiche. La mutazione di partenza, che determina quel particolare trappo fenotipico, sorge spontaneamente nella popolazione, ma in alcuni casi può essere limitante per la vita in natura», spiega Stefano Paolo Marelli, zoonomo del Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Milano Statale. «Per un animale selvatico, quindi, non ci sarebbe continuità nella sua discendenza e la mutazione non si conserverebbe. Negli animali domestici, invece, l’interesse verso la particolarità fisica, o verso determinate caratteristiche come quelle correlate alla riproduzione o a particolari tratti comportamentali sono selezionate e “fissate” molto frequentemente con incroci tra consanguinei (soggetti che si assomigliano per determinati tratti in quanto parenti) causando una gravissima perdita di variabilità genetica, variabilità genetica che costituisce la risorsa primaria dell’evoluzione in qualsiasi specie animale e vegetale».

È la base della selezione avvenuta per tutti gli animali domestici, vuoi per avere, per esempio, un animale d’allevamento più grande (e quindi con più carne), vuoi per un cane con un fiuto particolarmente sviluppato, o cacciatore molto abile. Ma l’equilibrio tra salute e rischio si perde quando la selezione eccede, spingendo per tratti molto marcati, anzi sempre più marcati. Tra gli animali tenuti come pet, i cani sono quelli su cui la selezione umana ha lavorato di più, portando alle circa 300 razze oggi riconosciute dalla Fédération cynologique internationale (FCI, la federazione internazionale degli allevatori); tuttavia, anche specie con una storia di domesticazione più recente sono state selezionate per tratti fenotipici particolari e non sempre salubri.

Gatti…

«Per quanto riguarda le specie non-cane, un riferimento è innanzitutto il gatto. Anche se il gatto ha una variabilità biologica nelle razze selezionate inferiore a quella che possiamo avere nel cane (dove troviamo razze diversissime tra loro: basta pensare a un Chihuahua e a un Alano), sono comunque presenti delle variabili fenotipiche d’interesse che possono essere anche parametri di criticità per il suo benessere», spiega Marelli. «E si tratta di variabili perfettamente sovrapponibili a quelle del cane, prima fra tutte la brachicefalia. Ovviamente, il gatto è un animale che, nella forma selvatica, ha un muso mediamente più corto rispetto a quello di un lupo. Tuttavia, permane il problema legato all’estremo accorciamento, Nel gatto come nel cane, infatti, il muso schiacciato è potenzialmente associato a diversi problemi di salute».

Le razze feline brachicefale, la più conosciuta delle quali è il persiano (ma esistono anche, per esempio, l’himalayano Persiano Colorpoint e l’Exotic Shorthair), possono infatti presentare problemi alle vie respiratorie dovuti alle narici ristrette, al naso schiacciato (più precisamente, la struttura del turbinato e della conca nasale) e alla ridotta lunghezza del muso. «A ciò si aggiungono i problemi legati all’esoftalmo, ossia all’occhio sporgente (la dimensione dell’occhio è infatti fissa, cioè non diminuisce al diminuire della dimensione del cranio), che lo rende più soggetto a traumi», ricorda Marelli. La brachicefalia estrema può anche essere correlata alla presenza d’idrocefalo (un accumulo di liquido nel cranio), con conseguenti problemi neurologici.

Uno studio pubblicato nel 2019 su Scientific Reports e dedicato specificatamente ai gatti persiani elenca anche altri problemi comuni alla razza, tra cui quelli dermatologici, associati sia al manto folto sia e lungo sia a possibili predisposizioni genetiche alla dermatofitosi (un’infezione micotica), e dentali. Questi ultimi, legati ancora alla conformazione del cranio, influenzano il benessere dell’animale anche rendendo difficoltosa l’alimentazione.

… e non solo

E ancora, i problemi connessi alla brachicefalia si presentano non solo in cani e gatti ma anche nei conigli. In questo caso, gli studi sono più limitati ma evidenziano soprattutto problemi legati ai denti. Sempre nel 2019, uno studio pubblicato su Animals ha cercato di capire, proponendo immagini di conigli con musi di diversa lunghezza, a capire quali tratti del muso dei conigli siano più apprezzati, e quindi come possano influenzare l’allevamento (e le vendite). I risultati mostrano che, in effetti, i più apprezzati sono quelli che presentano un certo grado di brachicefalia. In Gran Bretagna, per esempio, le razze ariete nano (minilop) e olandese nano (nano colorato), ambedue con un muso corto, sono di gran lunga le più diffuse. Nei conigli, inoltre, sono stati evidenziati anche problemi legati alle orecchie cadenti di alcune razze, che le predispongono a patologie uditive e (ancora) dentali anche dolorose.

Tra i casi in cui la selezione ha compromesso il benessere delle specie vale poi citare anche il cosiddetto topo ballerino, che deve i suoi movimenti caratteristici a una mutazione che causa un difetto nel labirinto dell’orecchio (con conseguente perdita di equilibrio). O alcune razze di canarini, come il Gibber Italicus, molto esili e dalle articolazioni estremamente dritte che limitano fortemente il movimento. «Per fortuna, si tratta di razze ben poco diffuse rispetto a quanto avviene in cani e gatti con fenotipi estremi», commenta Marelli.

Benessere animale: fattori estrinseci

«Al di là dei problemi fisiologici, i tratti che limitano la possibilità di esprimere l’etogramma tipico della specie di appartenenza compromettono il benessere dell’animale, come ricorda anche la Convenzione europea per il benessere degli animali da compagnia», continua il ricercatore. «Inoltre, è importante ricordare che alcune delle caratteristiche selezionate dalla nostra specie richiedono attenzioni particolari – in altre parole, possono compromettere il benessere dell’animale indirettamente, se il proprietario non le tiene in considerazione. Per esempio, esistono razze “nude”, prive di pelo (diffuse soprattutto tra i gatti e le cavie): l’assenza del mantello può causare una capacità più limitata di termoregolazione e una maggior facilità a ferirsi. Entrambi aspetti che chi convive con queste razze deve avere ben presente. Così come il pelo particolarmente lungo e folto (come appunto quello dei gatti persiani) implica una maggior attenzione da parte del proprietario per evitare la formazione di nodi e l’accumulo di sporco che possono favorire, per esempio, dermatiti e infezioni».

Il benessere dei pet, insomma, coinvolge tanto fattori intrinseci (quelli genetici) quanto estrinseci (legati all’ambiente e alla gestione del pet) e richiede quindi la massima consapevolezza da parte di chi sceglie di accudirli. Sappiamo che la moda può avere un peso importante nella scelta di un animale da compagnia, e anche di una specifica razza: lo abbiamo visto accadere di recente con il picco di vendite di husky correlati alla serie “Il trono di spade”, con i pesci chirurgo di “Alla ricerca di Dory”, perfino con i fennec dopo “Zootropolis” (come aveva raccontato qui Eleonora Degano). Conoscere i rischi di salute ai quali alcune razze sono soggette è fondamentale per evitare tanto gli abbandoni (come spesso avviene con animali la cui gestione è meno semplice di quanto possa far presupporre un film) quanto l’incentivo per una selezione che non tenga in conto la salute. Così come conoscere le cure e le accortezze di cui ha bisogno una specifica razza è necessario per garantirne il benessere fisico e psicologico.

«Possiamo guardare alle razze degli animali da compagnia (e non) come una conservazione della biodiversità, intesa come espressione culturale dell’adattamento, per esempio, a un determinato compito o ambiente. Le razze sono, in altre parole, dei serbatoi genetici che permettono di trovare delle frequenze geniche di determinati tratti morfologici e comportamentali sostanzialmente costanti, diverse da quelle di un’altra razza», conclude Marelli. «Ma la selezione (e quindi l’allevamento) deve sapersi fermare quando limita il welfare, violando le cinque libertà fondamentali descritte ancora nel 1965 dal Brambell Report. In generale, negli ultimi anni abbiamo assistito a una certa evoluzione in questo senso; soprattutto per i cani, ma anche per i gatti e altri animali da compagnia, la formazione e la sensibilizzazione di veterinari e allevatori sono aumentate. Rimane più difficile passare queste conoscenze, derivanti dagli studi etologici, veterinari e genetici anche ai non esperti del settore. Proprio per questo, sarebbe molto utile che chi desidera adottare un particolare animale, e ancor di più una specifica razza, si rivolgesse a specialisti ancor prima della scelta».


Leggi anche: Specie esotiche in casa? Serve più consapevolezza

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.    

Immagine: Pixabay

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Anna Romano
Biologa molecolare e comunicatrice della scienza, amo scrivere (ma anche parlare) di tutto ciò che riguarda il mondo della ricerca.
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