martedì, Gennaio 18, 2022

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Basta davvero crederci?

LA VOCE DEL MASTER - Può davvero l'atteggiamento del medico influenzare anche a livello chimico la risposta di un paziente ad una terapia o anche solo alla somministrazione di un placebo? Ci rispondono Giorgia Silani, ricercatrice di neuroscienze cognitive alla Sissa di Trieste e Fabrizio Benedetti, responsabile del Laboratorio di Neurofisiologia dell'effetto placebo dell'Università di Torino, che abbiamo intervistato in occasione dell'incontro "Neuroscienze dell'empatia" tenutosi durante Infinitamente, il festival di arte e scienza dell'Università di Verona. Nel suo ultimo studio, pubblicato sul numero di Marzo della rivista Pain, Fabrizio Benedetti e i suoi collaboratori hanno analizzato come una suggestione verbale positiva da parte del medico curante attivi nel cervello il rilascio di sostanze chimiche simili alla morfina, le endorfine, e alcune simili alla cannabis,ovvero i cannabinoidi.

Nella testa di vili ed eroi

COSTUME E SOCIETÀ - Cosa fareste in una situazione d’emergenza, come un incendio, un terremoto o un naufragio? Pensereste solo a fuggire e salvarvi la pelle, o vi fermereste ad aiutare a qualcun altro in difficoltà, rischiando magari la morte? Probabilmente non si può sapere finché non ci si trova realmente a vivere un’esperienza del genere. Il panico e l’istinto di sopravvivenza possono portare a compiere azioni che non avremmo mai pensato di poter compiere. Viceversa, la disperazione può tirar fuori un coraggio da leoni che non credevamo di avere. Nell’incidente della Costa Concordia, il comandante Francesco Schettino, abbandonando la nave e migliaia di passeggeri al loro destino, è diventato l’emblema della viltà umana, mentre il commissario di bordo Manrico Gianpetroni che con la gamba spezzata ha continuato a prestare aiuto è stato celebrato da eroe. Perché i due hanno agito in maniera così diversa? Cos’è scattato nella testa dell’uno e dell’altro? Esistono delle basi neurofisiologiche che predispongono alcune persone verso comportamenti più o meno valorosi?

Ti combatto, ma un po’ ne soffro.

COSTUME E SOCIETÀ - Se uno per ben due volte nel giro di qualche anno si ritrova per caso in mezzo a rivolte etnico-politiche qualche domanda se la pone. Oltre a fare gli scongiuri ogni volta che intraprende un viaggio, Emile Bruneau si è anche chiesto come mai un gruppo possa odiare tanto un altro. Una domanda che probabilmente gli è nata schivando le pallottole durante i tumulti scoppiati alla caduta dell’apartheid nel 1994 in Africa, dove Bruneau lavorava come volontario. Oppure nel 2001, quando si è trovato nel bel mezzo dei violenti scontri tra le Tigri del Tamil e l’esercito mentre era far visita a un suo amico in Sri Lanka. Fatto sta che ora, diventato ricercatore all’MIT di Boston, ha appena pubblicato uno studio su Philosophical Transactions of the Royal Society: Biological Sciences dove in pratica ha cercato di identificare i meccanismi neurologici nei conflitti tra gruppi.

La prova scientifica che lo sbadiglio è contagioso

COSTUME E SOCIETÀ - Immaginate di dover passare un anno ad analizzare quattrocento coppie di fidanzati, conoscenti, amici, colleghi, parenti, insomma con qualche legame, mentre… sbadigliano. Roba da distorsione mandibolare, ma è proprio quello che hanno fatto due ricercatori italiani, Ivan Norscia ed Elisabetta Palagi (rispettivamente dell’Università di Pisa e dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr di Roma), pubblicando lo studio su PlosONE. L’obiettivo è stato quello di fornire la prima evidenza etologica di un fatto sperimentato da tutti: che lo sbadiglio è contagioso, soprattutto se c’è un legame empatico con lo “sbadigliante”. I due hanno esaminato oltre un centinaio di adulti di varia nazionalità nei contesti più disparati: durante i pasti, sul treno, al lavoro, etc., tra l’Italia e il Madagascar.

Imbarazzo vicario

NOTIZIE - Credo sia uno dei motivi per cui non ho la televisione. Sono particolarmente soggetta all’”imbarazzo vicario”, e mi fa star così male che mi risulta impossibile guardare quei programmi televisivi dove la gente si mette in ridicolo (“X-factor”, “amici” e tutte le possibili declinazioni). Ora grazie a uno studio su PLoS One scopro che il problema è che sono fortemente empatica, e che tutte le mie aree cerebrali per l’”empatia del dolore” si attivano a palla di fronte ai “casi umani”. Sören Krach e Frieder Paulus, della Philipps-University di Marburg, in Germania, e Christopher Cohrs della Queen's University di Belfast, UK, hanno studiato l’esperienza soggettiva e i correlati neurali dell’”imbarazzo vicario”, cioè quell’emozione che si prova di fronte a qualcuno che si mette in ridicolo di fronte a un pubblico.
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