CRONACA

GenEticaMente: facciamo il punto

CRONACA – Ha suscitato molto clamore l’annuncio della nascita del progetto GenEticaMente, un «polo di ricerca partecipata, alta formazione e comunicazione scientifica nel settore delle biotecnologie», promosso dalla Fondazione per i Diritti Genetici presieduta da Mario Capanna. Nel corso di una conferenza stampa, il 25 gennaio 2011 a Roma, Capanna ha presentato il progetto che avrà sede operativa nel castello di Monteroni e un impegno di spesa di 20 milioni di Euro in cinque anni, con il coinvolgimento di sette Ministeri, due amministrazioni regionali (Lazio e Puglia), due amministrazioni comunali (Roma e Ladispoli) e una cordata di aziende sostenitrici guidata da COOP. La notizia ha provocato proteste, un’interrogazione parlamentare e un’alzata di scudi della comunità scientifica. Anche noi ne abbiamo parlato qualche tempo fa. La rivista Science ha pubblicato un articolo molto critico che ha dato il via a un aspro dibattito ancora in corso fra i promotori dell’iniziativa e i tanti che chiedono trasparenza e chiarezza. Le perplessità, in un momento di taglio indiscriminato ai fondi destinati alla ricerca, riguardano principalmente la quota di fondi pubblici destinati all’iniziativa, le modalità di assegnazione e quelle di utilizzo.

Che linee di ricerca seguiranno alla FDG? Chi svolgerà praticamente il lavoro? Dove? Come verranno scelti i ricercatori? Che cosa si intende per “biotecnologie sostenibili” e per “ricerca partecipata”?

Per cercare di capirci qualcosa di più abbiamo fatto qualche indagine e posto alcune domande a Fabrizio Fabbri, direttore scientifico della FDG. L’impressione generale è che, come spesso accade per i progetti mastodontici e multimilionari che coinvolgono numerose istituzioni nazionali e internazionali, si manchi un po’ di concretezza.

Ma vediamo i vari punti uno per uno. I 20 milioni di Euro che Mario Capanna ha annunciato di aver già reperito in realtà sono una previsione su cinque anni. Al momento i fondi a disposizione di GenEticaMente ammontano a 4 milioni di Euro: 2,5 milioni da fondi principalmente europei e i restanti 1,5 milioni provenienti dalle amministrazioni del comune di Roma e della regione Lazio e da una cordata di aziende. «In buona parte quello andrà alla ristrutturazione del castello» afferma Fabbri, «ma la ripartizione nel futuro dovrebbe rimanere quella con una buona fetta derivante dal pubblico e ottenuta mediante la partecipazione a bandi ministeriali e europei. Ovviamente questa è una previsione di quello che potrebbe servire per far bene il programma che abbiamo in testa». E qual è il programma che hanno in testa?

Geneticamente è strutturato in tre macro-aree (ricerca, formazione e comunicazione) parzialmente indipendenti fra loro e che prevedono sia l’ampliamento di attività esistenti sia la creazione di nuovi progetti, tutti però caratterizzati da tre aggettivi molto di moda: “sostenibilità”, “partecipazione” e “euromediterraneo”. La collaborazione con i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo sarà la protagonista del settore della formazione. «Avevamo preso contatti con Libia, Turchia, Egitto e stiamo rivedendo i contatti con la Tunisia» spiega Fabbri. L’idea era quella di condividere con questi Paesi il Biosafety Scanner, un software messo a punto dalla FDG per calcolare la probabilità di contaminazione da OGM negli alimenti in commercio. Quindi scambiare con questi Paesi tecniche e conoscenze, ma, continua Fabbri, «adesso siamo in attesa di poter riprendere i contatti con chi rappresenterà i nuovi assetti democratici».

A differenza di quanto pubblicizzato scopriamo che le biotecnologie non saranno l’unico oggetto di studio della FDG. Fabbri ci spiega che si occuperanno «anche di nanotecnologie e in generale di tutte quelle nuove tecnologie che necessitano di un dibattito pubblico».

Come e dove? Stando al progetto di ristrutturazione depositato al comune di Ladispoli, non è prevista la costruzione di laboratori ma solo di sale congressi, aule, biblioteche e uffici. Per Fabbri «l’ipotesi al momento è quella di finanziare progetti esterni. Ci sono università con grandissimi potenziali professionali, ma con macchinari scarsi, pochi fondi, eccetera. Aggiungere un ulteriore laboratorio è quantomeno inutile e un pessimo esempio di ottimizzazione. Preferirei usare i soldi per potenziare l’esistente». Quindi la ricerca non verrà svolta e gestita direttamente dalla FDG, ma se le modalità di assegnazione dei fondi non sono ancora state definite, quello che è certo è che il processo prevederà il coinvolgimento dei cittadini e delle associazioni di volta in volta interessate. Fabbri ci fa l’esempio di una linea di ricerca che potrebbe essere la prima ad essere finanziata: «abbiamo pensato che si potesse fare un piano nazionale per l’adattamento dell’agricoltura italiana ai cambiamenti climatici per capire se le biotecnologie potessero costituire uno strumento per raggiungere questo obiettivo e abbiamo deciso di puntare sulla tecnologia della MAS (Marker Assisted Selection). In questo caso, le associazioni degli agricoltori dovrebbero essere le prime a essere coinvolte e, facendo un po’ tesoro delle vicende sugli OGM, di resistenza del pubblico a questa tecnologie, pensiamo che ci debbano essere associazioni ambientaliste e di consumatori, ma anche i produttori alimentari e la grande distribuzione».

La Mas è utilizzata da decenni dagli agronomi per il miglioramento genetico delle piante coltivate ed è sostanzialmente paragonabile a un processo di selezione accelerata. Se la tecnica tradizionale prevede che l’agricoltore scelga le piante con le caratteristiche morfologiche più adatte al suo scopo (come la maggior produttività, la resistenza alla siccità, frutti più grossi o con determinate proprietà organolettiche) e le incroci fra loro per ottenere piante “migliori”, con la MAS si fa più in fretta perché il processo di selezione viene velocizzato dalle tecniche di caratterizzazione genetica di piante e semi. Il discorso che ci fa Fabbri è simile a quello di molti scienziati che fanno ricerca nel campo della MAS. Bisogna produrre più cibo per sfamare la popolazione mondiale in crescita, ma bisogna anche fare i conti con la scarsa accettazione pubblica degli OGM e con le difficoltà di produzione e commercializzazione che si portano dietro. Il tutto cercando di non peggiorare una situazione ambientale in precipitoso declino con una riduzione drastica della biodiversità, l’alterazione dei cicli biogeochimici, lo sfruttamento del suolo, eccetera.

Ma ci sono due problemi. Il primo riguarda la sostenibilità del processo. Per capire se un processo produttivo è realmente sostenibile sono necessari studi che analizzino l’impatto ambientale, economico e sociale. Sono necessarie valutazioni di impronta ecologica (emissioni di anidride carbonica, utilizzo dell’acqua o di azoto) e di ciclo di vita del prodotto. Insomma la sostenibilità non può solo essere annunciata, ma deve essere misurata e ogni tecnologia, dalla MAS agli OGM, dovrebbe essere valutata e soppesata sulla base degli indicatori numerici che ne stabiliscono l’impatto.

Il secondo problema riguarda l’ultima parola magica, cioè la partecipazione. In seguito all’annuncio di voler far “ricerca partecipata”, la FDG è stata accusata di voler mettere l’ignoranza al potere. Ma quale sarà il ruolo dei soggetti coinvolti? «Non entreranno nel merito delle tecniche utilizzate, ma potranno essere coinvolti nella scelta dei caratteri da selezionare, o delle varietà su cui lavorare o nelle decisioni sulla commercializzazione delle varietà prodotte. Stiamo, per esempio, studiando con dei giuristi metodi di remunerazione della ricerca che non passino attraverso la brevettazione. La nostra ipotesi è quella che si possa arrivare ad avere un rapporto differenziato a seconda di chi è il destinatario del prodotto» afferma Fabbri.

La FDG si rifà a realtà simili esistenti in altri Paesi dicendo e vuole farsi promotrice di un «tavolo che metta assieme i soggetti che parteciperanno ai progetti di ricerca». Il CURA in Canada o il Picri in Francia sono programmi pubblici volti al finanziamento esclusivo di progetti promossi da istituzioni scientifiche affiancate a una o più associazioni della società civile. Un esempio di progetto Picri sugli OGM lo potete trovare qui.

Nel caso di GenEticaMente la situazione è diversa sia perché l’ente promotore è una fondazione privata che utilizza denaro anche pubblico, sia perché la FDG farà parte del processo partecipativo e anche perché ha imposto alcuni paletti irremovibili, come per esempio l’esclusione degli OGM dal tavolo di discussione perché in qualche modo contro natura (anche se poi del tutto innaturale non è).

Che un processo partecipativo nelle decisioni che riguardano scienza e tecnologia sia necessario è ormai indubbio. Luca De Biase ne scriveva qui a proposito dell’energia nucleare con considerazioni possono essere applicate anche alle biotecnologie o alle nanotecnologie. La partecipazione pubblica potrebbe diventare uno strumento potentissimo per la stessa produzione di conoscenza. Mettere assieme le competenze tecniche degli scienziati, con l’esperienza pratica di agricoltori, consumatori e commercianti potrebbe portare a un arricchimento. Tuttavia, la scelta di recintare la partecipazione e impedire sulla base di una posizione ideologica (più o meno condivisibile, ma sempre ideologica) di preclusione agli OGM, sminuisce un po’ il ruolo dei partecipanti al tavolo di discussione e li relega in qualche modo a quello di controllori del processo di ricerca. Che è un po’ un peccato.

Staremo a vedere se la FDG sarà all’altezza del compito che si è preposta. Il primo appuntamento pubblico con il lancio del primo progetto dovrebbe arrivare presto. Entro la fine dell’anno ci dice Fabbri. Stay tuned.

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