LA VOCE DEL MASTER

Il mondo ha fame di accordi

Il primo summit sulle politiche agricole dei 20 paesi più potenti al mondo si è concluso a Parigi con un nulla di fatto. Un’occasione mancata per mettere a freno la volatilità dei prezzi delle derrate alimentari. E le ONG rilanciano l’allarme per i soliti noti, i paesi del cosiddetto “terzo mondo”

LA VOCE DEL MASTER- Chi si aspettava un colpo di scena dalla riunione dei ministri dell’agricoltura del G20 è rimasto a bocca asciutta. Nessuna mossa coraggiosa è stata messa in campo per risolvere il vertiginoso aumento delle materie agricole registrato negli ultimi dieci anni. Nonostante i toni trionfalistici del ministro francese Bruno Le Maire, che ha parlato di un “accordo storico”, a Parigi si è registrato un drammatico nulla di fatto. Troppi gli interessi in ballo per dare una risposta concreta agli oltre 900 milioni di persone malnutrite nel mondo (stime FAO). Eppure, l’incontro si era aperto sotto i migliori auspici perché la Francia, presidente di turno del G20, ha fatto della lotta contro l’aumento dei prezzi dei beni agricoli un vero e proprio cavallo di battaglia.

Il documento finale, approvato dai 20 Big del Pianeta, si è concentrato soltanto sui sintomi dell’attuale crisi alimentare, come la mancanza di trasparenza sui dati di produzione, consumo e riserve delle commodities agricole. L’unico obiettivo raggiunto prevede infatti la creazione di un sistema mondiale delle informazioni sul mercato agricolo (AMIS- Agriculture Market Information System), in grado di monitorare la domanda e gli stock dei prodotti cerealicoli. Peccato che la FAO, l’ente trans-governativo a cui è stato affidato questo compito, non ha soldi in cassa per coprire le spese del progetto mentre le grandi multinazionali (raccolte nell’acronimo ABCD), che trarrebbero i maggiori benefici dall’aumentata trasparenza, sono solo “invitate” a partecipare. Per non parlare del fatto che a Cina e India, riluttanti a sottoscrivere l’accordo, è stata concessa una proroga indefinita per aderire all’AMIS. Insomma, molto rumore per nulla.

Analisti del settore agroalimentare, come Olivier De Schutter, relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto al cibo, contesta ai ministri del G20 una certa miopia nell’inquadrare il problema della volatilità dei prezzi come mera conseguenza della scarsità di beni agricoli. Secondo De Schutter, infatti, la risoluzione di Parigi non poteva prescindere da una maggiore regolamentazione delle manovre finanziare nel settore della produzione agroalimentare. Giochi speculativi che si sono intensificati dopo la crisi economica americana del 2007 e che, guarda caso, hanno portato un anno dopo all’impennata dei prezzi delle derrate alimentari. Ma come può l’alta finanza influenzare il mercato dei beni agricoli? Esistono altri fattori che destabilizzano i prezzi dell’agroalimentare? Procediamo con ordine.

Punto uno. La crisi dei prezzi degli alimenti di base, particolarmente vistosa tra il 2007 e il 2008 (quando il costo del riso e del grano è raddoppiato mentre quello del mais è aumentato di un terzo) si è originata per cause che hanno agito all’interno dell’economia di mercato. In particolare, è stata la compravendita speculativa di titoli derivati legati ai beni alimentari ad aver innescato un circolo vizioso nel settore agricolo, generando panico tra gli investitori e determinando una scarsità di risorse solo apparente. Infatti, quando operatori privati o istituzionali assistono allo scambio caotico di contratti futures mentre altri attori finanziari scommettono sul rialzo dei beni alimentari, ritardano le vendite e preferiscono stoccare il cibo, in vista di una possibile situazione di carenza. Quindi, in realtà, ci sono abbastanza risorse materiali ma pochissime per la finanza; la bolla esplode, facendo schizzare i prezzi delle derrate alimentari, e solo quando la legge della domanda e dell’offerta basata sulla disponibilità reale riprende il sopravvento, il panico finisce. Intanto, la sopravvivenza di milioni di persone è stata gravemente minacciata da questo gioco perverso al rialzo. Su questo punto, i 20 ministri dell’agricoltura hanno deciso di non pronunciarsi e di rimandare la questione ai colleghi del G20 economico.

Punto due. Secondo le maggiori ONG, in prima linea per difendere il diritto all’alimentazione, sarebbe necessario rintrodurre le cosiddette “riserve alimentari pubbliche”. Gli stock permetterebbero di stabilizzare il mercato agricolo, fisiologicamente volatile, assorbendo, ad esempio, l’eccesso di offerte e scongiurando il ribasso dei prezzi. Una proposta “statalista” secondo il G20 di Parigi, da prendere in considerazione solo in caso di emergenze alimentari; l’unica risposta possibile all’altalena dei prezzi è l’aumento della produzione mondiale all’interno di una visione marked-oriented.

Punto tre. Sugli incentivi ai produttori di biocarburanti, accusati di sottrarre terreno prezioso alla coltivazione a scopi alimentari, è pesato il veto di Stati Uniti e Brasile, le due maggiori potenze mondiali in questo settore. Alla vigilia del summit parigino, la FAO e la Banca Mondiale avevano incalzato il G20 a sospendere gli aiuti economici alle grandi imprese degli agro-carburanti. Per tutta risposta, si legge sul documento finale che  “saranno necessari altri studi” per individuare il peso dei biocarburanti sull’aumento dei prezzi dei beni alimentari.

Punto quattro. Ai cambiamenti climatici, che tanto peso hanno avuto nell’aumento dei prezzi agricoli (basti pensare alla diminuzione cerealicola di Australia e Ucraina), è stato dedicato uno spazio limitato nelle 24 pagine del documento finale. Poche righe per ribadire che il G20 appoggia la convenzione delle Nazioni Unite sul clima, quella di Copenhagen, e per sottolineare la necessità di promuovere un’agricoltura ecosostenibile e più attenta all’uso delle risorse idriche.

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