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Quanto ci costa la mancata prevenzione

CRONACA – Ogni autunno con l’arrivo di piogge e temporali molto intensi il territorio italiano va in tilt: i fiumi esondano e le colate di fango invadono i centri abitati travolgendo e spazzando via tutto quello che incontrano sul loro percorso. Tra i casi più recenti: Genova, l’isola d’Elba, le Cinque Terre, Aulla, la provincia di La Spezia. E puntualmente, superata la fase critica, si aprono le polemiche, il valzer delle responsabilità e la conta dei danni.

L’emergenza maltempo ci costa 876mila euro al giorno. Il calcolo è stato fatto da Legambiente che ha analizzato i fondi stanziati per le principali emergenze idrogeologiche degli ultimi due anni, dalla colata di fango in provincia di Messina nel 2009 fino ai recenti eventi in Lunigiana e nella provincia di La Spezia. In totale lo Stato ha speso più di 639 milioni di euro. Per lo più si tratta di stanziamenti inferiori ai 30 milioni di euro, ma per l’alluvione che colpì il Veneto circa un anno fa, causando più di 400 milioni di danni, sono stati erogati 300 milioni. Il lungo elenco illustrato nell’infografica non solo evidenzia la gravità dei disagi provocati dal maltempo, ma soprattutto l’elevato costo di una politica che non investe in prevenzione e pianificazione del rischio.

A questa situazione si aggiunge la totale assenza di risorse per attuare il piano straordinario per il dissesto idrogeologico. È l’ex ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, a lanciare l’allarme una settimana fa. Il piano, che prevede lo stanziamento di 2,5 miliardi di euro tra fondi statali, regionali e del ministero dell’Ambiente, ancora oggi tarda a partire per via dei tagli delle recenti manovre economiche che hanno quasi azzerato i fondi a disposizione. In solo 4 anni il ministero dell’Ambiente ha visto le proprie risorse ridursi del 90%: da 1,3 miliardi di euro nel 2008 si è scesi a 230 milioni nel 2012, ridotti ulteriormente a 120 milioni dopo la manovra di agosto. Ad oggi, quindi, il ministero può contare su un bilancio pari più o meno a quello di città di provincia di media grandezza. Con la legge di stabilità sono stati recuperati altri 300 milioni, facendo così aumentare lo stanziamento previsto per il 2012 a 420 milioni. Una cifra ancora insufficiente per dare attuazione e continuità alle politiche per la prevenzione del dissesto idrogeologico. Il ministro Tremonti aveva promesso nel Consiglio dei Ministri del 14 ottobre altri 500 milioni provenienti dai fondi Fas, ma nella legge di stabilità non c’è nessuna traccia. Per ora ci sono state garanzie solo per l’assegnazione di 150 milioni.

Questa tendenza ad affrontare le emergenze ripagando i danni causati da frane e alluvioni non solo genera costi insostenibili per le popolazioni colpite ma contribuisce a disperdere le già poche risorse che dovrebbero essere destinate a una politica di prevenzione. Del resto in Parlamento si discute del problema del dissesto idrogeologico solo quando violenti nubifragi, alluvioni o frane provocano enormi danni o vittime. Si interviene soprattutto con interrogazioni e/o ordini del giorno per chiedere risarcimenti o indennizzi per le vittime, mentre si trascurano le azioni di prevenzione e messa in sicurezza del territorio.

4 Commenti

  1. Se gli amministratori del territorio dovessero pagare *di tasca propria* i danni causati dalla mancata prevenzione, sicuramente il problema si risolverebbe in pochissimo tempo.
    Al solito, in Italia al problema dell’incompetenza si aggiunge quello della de-responsabilizzazione: d’altronde non è un caso che la burocrazia si sia tanto frammentata negli ultimi decenni, perché in un sistema così frammentato è molto semplice scaricare il barile da un ente all’altro.
    La totale indifferenza delle stesse popolazioni sia rispetto all’incuria del proprio territorio, sia rispetto alla pessima amministrazione dello stesso, completa il quadro disastroso che ci si presenta.
    Speriamo solo che i nuovi mezzi di comunicazione instillino negli italiani un poco di consapevolezza e di memoria storica in più.

  2. […] Ma di che cosa si tratta? “Il radar – spiega Visconti – è un’apparecchiatura che trasmette brevi impulsi di onde elettromagnetiche ad alta potenza e analizza il segnale di ritorno, ricavando informazioni sulla presenza di idrometeore nell’atmosfera, cioè gocce di pioggia, neve o grandine”. I radar integrano le informazioni provenienti da satelliti e sensori pluviometrici, riuscendo a localizzare le precipitazioni intense di breve durata, le più pericolose e difficili da annunciare. “Naturalmente, prevedere la pioggia non corrisponde a prevedere l’impatto al suolo, che è tutt’altra cosa”, sottolinea Visconti. “Come dimostrano i tragici eventi recenti, l’entità di un’esondazione dipende più dallo stato del territorio che dall’entità stessa dei fenomeni atmosferici”. Esistono diversi tipi di radar, a seconda delle lunghezze d’onda. Quelli più pratici e precisi sono i miniradar in banda X: poco costosi, mobili, con un raggio d’azione fino a 50 chilometri, sono l’ideale per l’allerta meteo in città. Attualmente, il Cetemps (che gestisce due stazioni radar in Abruzzo, sul Monte Midia, nei pressi di Tagliacozzo, e a Tufillo, in provincia di Chieti) sta sperimentando un radar in banda X a Roma, sul tetto della Facoltà di Ingegneria di Roma La Sapienza. Uno simile è presente in Piemonte, gestito dall’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa). Intanto gli Stati Uniti, dove fanno i conti con eventi meteo più estremi dei nostri, si stanno dotando di una rete radar di nuova generazione, chiamata Nexrad. Una migliore previsione meteo aiuterà a limitare i danni delle alluvioni. Non risolverà però il problema a monte, chiamato prevenzione. […]

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