AMBIENTE

Se il bio-pesce tanto bio non è

“How Green is Your Eco-label?”, ovvero, “quanto è verde la tua eco-etichetta”? Non è la domanda di un discografico padano, ma il titolo di uno studio appena realizzato dalla University of Victoria e sostenuto dal Pew Environment Group. L’università canadese ha paragonato i prodotti ittici industriali che beneficiano del bollino “verde” con quelli presenti sul mercato senza eco-etichetta.

A livello internazionale questo tipo di riconoscimento dovrebbe identificare il pesce d’allevamento con un ridotto impatto ambientale. Già, “dovrebbe”, perché i risultati della ricerca non sono affatto confortanti. La conclusione riassuntiva è che la maggior parte dei prodotti dotati di eco-etichette non sono meno dannosi per l’ambiente rispetto quelli che adottano opzioni convenzionali d’allevamento. Inoltre le logiche degli attestati eco premiano l’incidenza della singola azienda, ma gli effetti cumulativi del settore soffocano del tutto i benefici delle riduzioni dell’impatto ambientale delle singole realtà o piccoli gruppi certificati.

Lo studio, che è stato revisionato da vari esperti indipendenti, usa le metodologie derivanti dal Global Aquaculture Performance Index per determinare il punteggio numerico di performance di venti differenti eco-etichette per l’allevamento di pesce, come il salmone, merluzzo, rombo e cernia. La valutazione non ha riguardato le eco-etichette per gli allevamenti in acqua dolce, come il tilapia o il pesce gatto.

Come parametri, gli autori hanno usato dieci fattori ambientali, come l’uso di antibiotici, di anti-parassitari, le contaminazioni biologiche, l’energia richiesta per la produzione in acquacultura, e la sostenibilità di quel pesce usato poi come mangime (ricordate le farine animali?).

“La nostra ricerca dimostra che la maggior parte delle eco-etichette degli allevamenti di pesce non garantisce più del dieci percento di miglioramento rispetto allo status quo”, dichiara John Volpe, principale autore del report. “Con l’eccezione di qualche buon esempio, un terzo delle eco-etichette valutato utilizza standard dello stesso livello o più basso di quelli considerati convenzionali nella pratica industriale”.

“Le eco-etichette possono aiutare gli allevatori a identificare pratiche migliori e i consumatori a selezionare il giusto tipo di pesce, ma solo se si basano su standard significativi”. Precisa Chris Mann, direttore del progetto del Pew Acquaculture Standards. “Gli acquirenti e i venditori dovrebbero richiedere che le prove di sostenibilità siano dimostrate, non semplicemente dichiarate”.

Greenpeace, cane da guardia in fatto di sostenibilità ambientale, da anni ha una posizione negativa rispetto all’acquacoltura, e questo studio conferma vecchi timori. “Al momento non riteniamo tali schemi di classificazione affidabili, sia per l’acquacoltura che per la pesca. Tra l’altro non mi risultano esserci standard veramente internazionali di certificazione di prodotti ittici “bio” (che sarebbero di competenza dell’IFOAM)”, dichiara a Oggiscienza Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia.

La situazione nei nostri mari secondo Giannì è particolarmente delicata: “La nostra valutazione è che lo sforzo di pesca sia spesso in eccesso, con una generale carenza di valutazioni serie sullo stato degli stock. Inoltre, nel Mediterraneo e soprattutto in Italia persiste un grave problema di pesca illegale”.

Ritornando alla ricerca canadese, per Jennifer Jacquet, esperta nel campo, lo studio è un’ulteriore dimostrazione di quanto si sostiene da tempo. “Per troppo tempo abbiamo sentito slogan di cambiamento in favore dei consumatori senza dimostrare l’efficacia di questo tipo di azioni”, ci spiega. “Studio dopo studio è evidente che strumenti come le eco-etichette nel migliore dei casi hanno effetti marginali. Tutto questo ci ricorda che la migliore forma di coinvolgimento è essere cittadini, e non consumatori”.

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