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Lágrimas y sangre: il futuro della ricerca spagnola

JEKYLL – Lacrime e sangue. Ovvio che, riferendosi al paese iberico che ha appena vinto l’europeo, non si stia parlando di calcio (purtroppo!). Bensì di ricerca, scienza e sacrifici economici.

«Quantità o qualità?» è la domanda che si è posta Carmen Vela, il segretario di stato spagnolo per la ricerca lo sviluppo e l’innovazione. Domanda alla quale ha cercato di dare una risposta dalle pagine di Nature qualche settimana fa, in una lettera aperta ai ricercatori del proprio paese. Dopo i nuovi tagli ai fondi destinati al mondo della ricerca (la cifra più bassa mai stanziata nella storia della democrazia spagnola), l’unico modo per far sopravvivere la scienza, secondo il segretario Vela, sarebbe quello di ridurre il numero dei ricercatori e delle borse destinate ai giovani, puntando sulla qualità e l’eccellenza più che sulla quantità. La lettera ha suscitato forti polemiche nella comunità degli scienziati iberici, suggellate da una immediata risposta pubblicata dai giovani ricercatori e ripresa sulle pagine di El Mundo. A quasi un mese di distanza dalle affermazioni del segretario di stato, Jekyll ha chiesto a uno scienziato spagnolo, il professore di biochimica Guillermo Velasco dell’Università Complutense di Madrid, le sue impressioni sulla “questione spagnola”.

Come è cambiata la ricerca spagnola in questi ultimi quattro anni? 

La quantità di denaro pubblico investito in Spagna nel settore della ricerca (R&D in generale) è diminuita in misura molto significativa negli ultimi 4 anni. In realtà, poco prima della crisi il governo Zapatero aveva progressivamente aumentato il budget destinato all’R&D, raggiungendo un picco nel 2008-2009 pari a circa l’1,4% del PIL. Durante i primi due anni della crisi ci sono stati progressivi tagli e ora, con il nuovo governo di destra, il budget verrà nuovamente ridotto del 37% traducendosi solo nell’1% del PIL. I tagli hanno colpito diversi aspetti della ricerca, compromettendo in particolar modo il personale. L’inserimento di nuovi ricercatori nell’università o nel CSIC, lo Spanish Research Council, si è sostanzialmente arrestato, così come è stato fortemente ridimensionato il numero di contratti di re-incorporazione per quegli scienziati di livello formatisi o specializzatisi all’estero. Un altro tasto dolente è rappresentato dalle borse di ricerca, ridottesi drasticamente.

In qualità di scienziato, come risponde alle richieste di Carmen Vela sulle pagine di Nature?

Sebbene io condivida alcune delle sue affermazioni, sono completamente in disaccordo con l’idea che la quantità dei progetti o dei centri di ricerca debba essere ridotta. Come afferma la Vela, la scienza deve essere basata sull’eccellenza e sulla competizione, e ovviamente non tutti i ricercatori spagnoli in questo momento stanno “superando le frontiere della conoscenza”. Bisogna, quindi, perseguire sempre l’eccellenza scientifica e per far ciò bisognerebbe aumentare la pressione sul sistema della ricerca.

Che intende per “aumentare la pressione sul sistema ”?

Potremmo paragonare il sistema della ricerca a una piramide con pochi scienziati in grado di raggiungere risultati importanti, ma per ottenere questi obiettivi occorre disporre di una larga base di buoni professionisti con accesso a risorse economiche e a strutture adeguate. Più larga è la base della piramide, maggiore è la pressione dal basso, più scienziati raggiungeranno l’eccellenza e risonanza internazionale con le loro ricerche. Se qualcuno paragonasse la percentuale di ricercatori spagnoli per numero di abitanti con quella di altri paesi industrializzati, l’ovvia conclusione sarebbe quella di incrementare e stimolare il sistema di ricerca spagnolo, non di ridurlo.

Quali suggerimenti darebbe a Carmen Vela per migliorare le cose?

Il segretario Vela sa perfettamente, anche se probabilmente è obbligata ad affermare il contrario, che la strada per migliorare la qualità della ricerca spagnola non è quella di ridurre la quantità delle risorse, bensì quella di accertarsi continuamente e capillarmente che i soldi investiti vengano ben spesi. Il giusto atteggiamento, sebbene nel mezzo della crisi, sarebbe quello di incrementare i fondi migliorando il sistema di valutazione dei progetti di ricerca, prendendo spunto da quei paesi in cui questo avviene regolarmente e i soldi sono ben spesi. Per ironia, le domande di finanziamenti per progetti di ricerca in Spagna sono valutate secondo criteri molto competitivi e ambiziosi, e solo quei progetti che vengono classificati come eccellenti da due comitati indipendenti di valutatori vengono poi finanziati. Di fatto, con le nuove restrizioni di questo governo, molti scienziati che stavano conducendo ottime ricerche con ottimi risultati perderanno i loro fondi, con conseguenze distruttive in merito a carriere, formazione e qualità della ricerca, appunto.

Inoltre, un secondo punto molto importante, di cui non viene fatta menzione nella lettera di Carmen Vela, riguarda la rigidità e l’endogamia del sistema della ricerca in Spagna. Occorre a mio avviso un intervento immediato. La posizione e il salario dei ricercatori e dei professori appartenenti alle strutture pubbliche sono principalmente basati sull’anzianità, piuttosto che sulla qualità e la rilevanza del loro lavoro. La riorganizzazione delle responsabilità, degli incentivi e degli stipendi degli scienziati (includendo anche i professori universitari) secondo parametri di qualità del proprio lavoro è un passo imprescindibile, che produrrebbe immediati benefici nel sistema di ricerca del mio paese.

Considerando che solo l’1% del PIL è destinato alla ricerca scientifica in Spagna, pensa che altri tagli potrebbero essere fatali? Per quali istituzioni?

Come ho già detto in precedenza, i tagli attuali hanno già prodotto la disintegrazione di numerosi gruppi di ricerca, che in assenza di finanziamenti hanno dovuto fermare la loro attività. Tutto ciò ha comportato, ovviamente, la riduzione del numero di dottori di ricerca e, cosa ben più pericolosa, del numero di laureati interessati alla carriera scientifica. È facile, quindi, prevedere che le università pubbliche saranno le prime vittime dei tagli.

Inoltre, considerando che l’economia del mio paese è quasi esclusivamente legata al mattone e al turismo, ridurre i finanziamenti al settore dell’R&D è un atteggiamento suicida, che porterà a una forte riduzione della capacità della Spagna di produrre ricerca competitiva, generare conoscenza e produrre brevetti.

Come stanno sopravvivendo alla crisi i vostri eccellenti programmi di formazione pre/post dottorale (Ramon y Cajal, Juan de la Cierva…)?

In questo momento il futuro dei giovani ricercatori spagnoli è incerto. È estremamente difficile costruirsi una carriera in patria. Persino chi ha usufruito delle borse di eccellenza del programma Ramon y Cajal non riesce a trovare un lavoro stabile e duraturo. Formare ottimi scienziati non basta. Occorre garantir loro un’opportunità di carriera nel mondo della ricerca. Ovviamente ora le prospettive sono nere, è praticamente impossibile trovare occasioni di lavoro.

Basandosi sulla sua esperienza di ricercatore spagnolo, pensa che le attuali scelte in politica della ricerca siano quelle giuste per il futuro dell’R&D in Spagna? Da scienziato, come si sopravvive alla crisi?

Sono davvero critico con il modo in cui il governo spagnolo sta affrontando la crisi, in particolar modo per come sta gestendo il settore dell’R&D. La mia impressione è che i politici (e il paese in generale) non credano realmente nell’idea di cambiamento economico attraverso l’innovazione, ma piuttosto tramite la speculazione. Simili politiche, come tagli indiscriminati al posto di riorganizzazione e monitoraggio, vengono perseguite anche per il sistema dell’educazione e sanitario. La mia opinione è che Carmen Vela sia stata obbligata ad affrontare una situazione complicata e grave e probabilmente non ha nessuna voce in capitolo sui fondi destinati alla ricerca, di conseguenza si è concentrata sull’eccellenza. Questa è sempre una buona idea, ma applicabile in particolare nei casi in cui il paese destina il 2-3% del PIL alla scienza. La situazione in Spagna è completamente differente. Sono sicuro che il segretario sappia, come noi tutti, che si deve investire e non tagliare. Se si attuasse il ridimensionamento del sistema della ricerca, da dove prenderemmo i dottorandi o i borsisti post-doc? Sono sicuro che Carmen Vela la pensi esattamente come me, e allora mi chiedo: se uno è obbligato a fare e dire esattamente il contrario di ciò che pensa, allora forse non sarebbe più opportuno dimettersi?

Crediti per la foto: SLU Madrid Campus / Flickr

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  1. «Quantità o qualità?» è la domanda che si è posta Carmen Vela, il segretario di stato spagnolo per la ricerca lo sviluppo e l’innovazione. Domanda alla quale ha cercato di dare una risposta dalle pagine di Nature qualche settimana fa, in una lettera aperta ai ricercatori del proprio paese. Dopo i nuovi tagli ai fondi destinati al mondo della ricerca (la cifra più bassa mai stanziata nella storia della democrazia spagnola), l’unico modo per far sopravvivere la scienza, secondo il segretario Vela, sarebbe quello di ridurre il numero dei ricercatori e delle borse destinate ai giovani, puntando sulla qualità e l’eccellenza più che sulla quantità.

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