“Anche i giornalisti devono utilizzare il metodo scientifico”. Intervista a Luca De Biase

Credits: boris_licina/FlickrJEKYLL Lo scorso novembre in rete, soprattutto fra gli addetti ai lavori, si è parlato molto del report della “Post-Industrial Journalism:  Adapting to the Present” redatto da C.W. Anderson, Emily Bell e Clay Shirky. A detta di molti, e degli stessi autori, un vero e proprio “manifesto del giornalismo moderno” , piuttosto che un report, assolutamente da leggere e inserire nel proprio bagaglio culturale se si vuole fare questo mestiere (di cui abbiamo scritto anche su Jekyll).  Ne abbiamo discusso con un esperto di media e di innovazione, Luca De Biase, presidente della fondazione Ahref, editor di Nòva al Sole24ore e tanto altro ancora, per approfondire alcuni aspetti del report particolarmente interessanti per chi ha a che fare con questo mestiere.

Nel report viene descritto un nuovo modo di fare giornalismo che deve sapersi adattare all’ecosistema digitale e alla società che cambia, se vuole sopravvivere. È l’epoca della cosiddetta “società della conoscenza”. Cosa pensa, a tal proposito, del rapporto tra giornalismo post-industriale e la società della conoscenza?

Quando gli osservatori si sono accorti della fine del processo di industrializzazione in Occidente hanno aperto un dibattito sulla società che si formava e hanno trovato un concetto provvisorio riferendosi alla società post-industriale. In quel modo si segnava un passaggio, si affermava la fine di molte abitudini interpretative, ma non si riconoscevano le caratteristiche della nuova epoca. La maturazione dell’analisi ha consentito di proporre concetti più orientati a descrivere la struttura della nuova società che a sottolineare la scomparsa della precedente: sicché dapprima si è parlato di “società dell’informazione” e poi di “epoca della conoscenza”. Si trattava in ogni caso di un cambio di paradigma, dunque dell’avvento di un nuovo quadro interpretativo generale, di una nuova visione del mondo. E ovviamente prima o poi ci si doveva accorgere che questo aveva conseguenze anche per il giornalismo.

Il rapporto di Anderson, Bell e Shirky, riferendosi al giornalismo post-industriale sottolinea quanto questo ambito della generazione di sapere sia ancora legato a ciò che non c’è più e dunque quanto abbia bisogno di prendere consapevolezza del nuovo contesto paradigmatico. Quello che non c’è più è l’editoria dei giornali che controlla la tecnologia produttiva e il copyright, governa tutta la filiera della produzione di giornali, controlla la risorsa scarsa dello spazio sul quale si può pubblicare. Accorgendosi di quello che non c’è più il giornalismo entra nella fase post-industriale. Ma che cosa significa passare all’epoca della conoscenza?

Significa scoprire che il valore economico si concentra sul contenuto immateriale dei prodotti, che i prodotti materiali sono media che trasportano messaggi, che la creazione di nuovo valore discende dalla ricerca e dall’innovazione più che dalla produzione di massa, che il pubblico ha il potere di scegliere e di partecipare perché la risorsa scarsa è il suo tempo, la sua attenzione e il suo orientamento a considerare rilevante un contenuto.

In questo senso il giornalismo dell’epoca della conoscenza sposta l’asse dell’innovazione dalla tecnica di produzione alla ricerca di nuovo sapere, di nuovo design, di nuove forme di esposizione dell’informazione, non per imporre il frutto del proprio lavoro ma nella speranza che questo venga adottato “da quello che un tempo veniva chiamato pubblico”. Questo non può che avvenire sulla scorta di un metodo: la qualità della ricerca e del valore che genera discende dalla qualità del metodo con il quale viene condotta.

In questa nuova prospettiva il giornalismo appare come “scienza”, inteso come un lavoro di precisione che utilizza dati e analisi. I giornalisti devono comportarsi come scienziati, che si basano sul metodo scientifico?

Esatto, i giornalisti devono utilizzare il metodo scientifico come fossero scienziati, come scrive anche Robert Niles sulla rivista di Online Journalism (Ojr). Certo questo approccio presenta diverse sfaccettature, e quello che si applica al laboratorio di chimica non si applica all’archivio storico; è necessario, però, che il giornalista che si occupa di informazione lo tenga in considerazione, perché la qualità dell’informazione dipende proprio dal metodo con il quale viene raccolta e pubblicata. E riguarda il modo in cui le informazioni sono documentate, verificate, contestualizzate e interpretate.

Stiamo andando verso un giornalismo sperimentale, che pensa con un metodo empirico, orientato a teorie e ipotesi, aperto alle verifiche, strutturato per raccontare i fatti e valutarli in base a una prospettiva “storica”: cioè consapevole della durata, dell’ecosistema, della relazione tra la visione del passato e del futuro, della meravigliosa quantità di possibilità che uniscono le azioni e le loro conseguenze. Il giornalismo scientifico, poi, è particolarmente adatto per questa transizione, per la materia che segue, e potrebbe essere un esempio importante per l’insieme del giornalismo. Che ne uscirebbe notevolmente migliorato.

Un altro aspetto che caratterizza il giornalista post-industriale è il peso dato alla ricerca. Come si relaziona questo aspetto al cambio di paradigma che stiamo affrontando?

Proprio a commento del report di Anderson, Bell e Shirky, sul mio blog scrissi un post che riprendeva questo problema: il concetto di “post-industriale” richiama un passaggio storico destinato a trascorrere velocemente, destinato a lasciare presto spazio all’”epoca della conoscenza”. In questo contesto, la generazione di valore è connessa in gran parte alla ricerca. Il metodo di ricerca è fondamentale per il giornalismo moderno e riguarda il modo in cui le informazioni sono documentate, verificate, contestualizzate e interpretate.

Questo cambio di paradigma chiede al giornalismo di tornare a essere ricerca, oltre che cura della selezione di informazioni da fornire al pubblico. Il sapere artigiano del giornalismo si unisce alla ricerca e alla generazione di conoscenza per arrivare, se riesce, a servire il pubblico del futuro. E nel fare questo lavoro i giornalisti dell’era post-industriale sono supportati dalle nuove tecnologie digitali, in continua evoluzione.

Foto di apertura: boris_licina/Flickr

3 Commenti su “Anche i giornalisti devono utilizzare il metodo scientifico”. Intervista a Luca De Biase

  1. Tutto condivisibile ed auspicabile, eccetto l’insistenza su IL METODO scientifico! Parlare di un solo metodo scientifico – alludendo, penso io, al metodo ipotetico e deduttivo – è un atteggiamento dogmatico. Infatti,si tratta di un principio apodittico:si esclude la possibilità di qualsiasi altro metodo scientifico, il che è indimostrabile … sceintificamente. Come dire, “Tu sei il mio dio, e non c’è altro dio al di fuori di te”. A mio parere, la più grave mancanza del “giornalismo” è la libertà del giornalista.

  2. Utilizzare un metodo scientifico in un mondo dominato dall’informazione impone il rispetto di pochi principi, diffusi invece nel mondo accademico, quali ad es. la rigorosa citazione delle fonti. Concretamente, la serieta’ del mondo scientifico si sostanzierà non nella limitazione della liberta’, bensi nell’uso consapevole delle parole e delle analisi, per evidenziare con fatti, numeri, analisi a posteriori, la tesi che si intende proporre al lettore. Negli articoli descrittivi, un approccio scientifico puo’ essere ricondotto di fatto a tre soli principi etici: fedelta’ al contenuto, partecipazione di molti al dibattito, per generare contributi concreti, nonche’ condivisione del principio di non esclusione, per la condivisione sociale, che non vuol dire necessariamente anche condivisione di pensiero, ma che allargherebbe il campo di rappresentazione dei contenuti, per favorire il superamento delle inutili barriere di comprensione, dovute spesso allo scarso livello di conoscenze diffuse. Anche dai giornalisti.

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