CRONACAULISSE

La crisi dei carnivori

8221479907_7f9c927a02_cCRONACA – I grandi carnivori sono in crisi. Leoni, linci, orsi e lupi stanno diventando sempre più rari nei loro ecosistemi naturali, a causa soprattutto della persecuzione ad opera dell’uomo, della frammentazione degli habitat e delle prede in costante diminuzione. Un’analisi svolta su 31 specie di carnivori di grandi e medie dimensioni, pubblicata su Science, dimostra che il 75% di esse sono in netto declino, mentre 17 occupano oggi appena la metà del loro areale originario. Sembrano particolarmente minacciati il Sudest asiatico, l’Amazzonia e l’Africa orientale e meridionale: in queste regioni geografiche, spesso viste come roccaforti della biodiversità, è confinata la maggior parte delle specie a rischio.  Mentre i grandi carnivori sono stati decimati già da tempo nelle zone più densamente popolate, come l’est degli Stati Uniti e l’Europa occidentale.

I dati raccolti dagli autori, un team internazionale guidato da William Ripple della Oregon State University, mostrano che il calo dei predatori al vertice della catena alimentare influenza in modo decisivo le altre specie che compongono la stessa comunità biologica. Nelle acque al largo dell’Alaska, per esempio, un calo delle lontre marine dovuto alla predazione da parte delle orche ha portato a un aumento dei ricci di mare e alla frammentazione delle foreste di laminaria, ampie distese di alghe brune che danno vita a ricchi ecosistemi. Negli anni ’90, il declino che ha colpito i lupi e i coguari nel Parco di Yellowstone ha favorito un drastico aumento delle loro prede, costituite da cervidi, che a loro volto hanno messo a repentaglio la sopravvivenza di numerose specie legate alle specie vegetali di cui questi animali si nutrono, in un incontrollabile effetto a cascata.

Viceversa, i casi virtuosi di reintroduzione di carnivori in aree in cui erano diffusi in passato mettono in evidenza i benefici forniti agli ecosistemi. Il ritorno dei carnivori nello Yellowstone ha favorito l’aumento della biodiversità, la diminuzione dell’anidride carbonica e ha contrastato la diffusione di alcune malattie.

Gli autori, sulla scia di questi dati confortanti, auspicano un impegno internazionale per lo sviluppo di iniziative per la conservazione dei grandi mammiferi sul modello della Large Carnivore Initiative for Europe, un gruppo affiliato all’organismo che si occupa di redigere la “lista rossa” delle specie a rischio, l’International Union for the Conservation of Nature (IUCN).

Per consentire la conservazione dei grandi carnivori sarà però necessario intervenire anche sull’opinione pubblica. Molte popolazioni ancora temono la loro presenza, o addirittura perseguitano attivamente alcune specie sotto l’influsso di antichi pregiudizi culturali, che sono sempre duri a morire. “La tolleranza dell’uomo è un tassello essenziale per la conservazione di questi animali”, puntualizza Ripple, che sottolinea come la conservazione dei grandi carnivori porterà con sé importanti vantaggi per le popolazioni umane, ma che allo stesso tempo ogni specie ha diritto di per sé alla propria esistenza. “Questi animali hanno un intrinseco diritto all’esistenza, ma stanno anche fornendo preziosi servizi economici ed ecologici agli esseri umani”.

Crediti immagine: Fabio Perelli, Flickr

3 Commenti

  1. Spesso bisogna combattere contro l’ignoranza della gente. Conosco persone che sono felici per lo sterminio (si, sterminio) dei lupi sull’appennino lucano (roba di anni fa). Va bene, questi animali sono un pericolo per le greggi, ma distruggerli non fa altro che creare altri (e ben più gravi problemi). Il caso di Yellowstone è emblematico e secondo me è il più nitido, semplice, logico esempio delle conseguenze negative provocate su di un intero ecosistema con la semplice (perché tale appare) eliminazione di una specie scomoda.

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