SALUTE

Il mercato delle (probabilmente) false speranze, dall’Egitto con furore

600px-Em_flavavirus-HCV_samp1cSALUTE – Un’invenzione che avrebbe dovuto rivoluzionare chimica, biochimica, fisica e biofisica, cambiando le modalità con cui vengono diagnosticate molte malattie al giorno d’oggi. E invece no perché era una bufala, ma ci sono voluti un articolo del Guardian (poi modificato) del corrispondente dall’Egitto Patrick Kingsley, la conseguente polemica che ha scatenato e due articoli di smentita pubblicati sulla stessa testata per venirne a capo.

C-Fast, questo è il nome del prototipo, è una sorta di antenna che è stata modificata a partire da un rilevatore per le bombe. Secondo Gamal Shiha, uno degli inventori (nonché annoverato tra i più rinomati esperti di cure del fegato d’Egitto), sarebbe in grado di rilevare la presenza dell’epatite C in un paziente nel giro di pochi secondi, grazie a una tecnica chiamata ‘comunicazione cellulare elettromagnetica a distanza’. Siccome l’articolo è uscito sul Guardian, sezione scienza, in molti avranno messo da parte i dubbi (forti) continuando a leggere, probabilmente diventando sempre più scettici riga dopo riga specialmente scoprendo che Shiha stava testando lo strumento anche per la diagnosi di epatite B, sifilide e soprattutto HIV, ricordando un po’ il Trimprob, uno strumento che in maniera simile avrebbe dovuto diagnosticare il tumore alla prostata, ma fu presto tolto dal mercato in quanto non vi era evidenza scientifica a supportarne il funzionamento. O anche il rilevatore di bombe che avrebbe dovuto funzionare più o meno allo stesso modo, e invece no.

Come avrebbe dovuto svolgersi la diagnosi da parte di C-Fast (qui il brevetto)? Secondo quanto riporta Shiha, testimonianza che, come riporta Kingsley, sarebbe stata validata in varie circostanze dal Guardian, l’antenna percepisce delle particolari frequenze elettromagnetiche, definite come una sorta di ‘firma molecolare’ emessa da un ceppo di epatite C. Posizionato nelle vicinanze di individui sani, invece, C-Fast rimane completamente immobile. “Non è un miracolo, funziona”, ha dichiarato Massimo Pinzani dello University college London’s institute for liver and digestive health, aggiungendo che una volta validato avrebbe davvero potuto rivoluzionare le modalità di diagnosi dell’epatite C (che in Egitto ha un preoccupante tasso di diffusione). Il giorno dopo la pubblicazione dell’articolo, tuttavia, alla sua testimonianza è stata aggiunta una dichiarazione un po’ più cauta, in cui precisava che pur avendo assistito alla dimostrazione era necessaria una validazione da parte di un team indipendente di esperti.

L’invenzione in sé arriva da un ingegnere esperto nel rilevamento di ordigni, Brigadier Ahmed Amien, che è riuscito a convincere gli scienziati (compreso Shiha) inizialmente scettici a fare delle prove. Secondo quanto riportato, C-Fast è stato testato su 1.600 persone, non fallendo mai nell’identificare i pazienti malati e con solo il 2% di risultati falsi positivi. Fortunatamente lo stesso Shiha rimane comunque piuttosto scettico, o meglio prudente, e dopo il rifiuto del paper su C-Fast da parte di due riviste scientifiche lui stesso dichiara che da revisore non l’avrebbe accettato.

Al primo articolo sul Guardian ne sono seguiti due di commento, uno di Suzi Gage, studentessa di epidemiologia translazionale all’Università di Bristol, e uno di Sile Lane, di Sense About Science. La posizione di Gage è chiara fin dall’inizio, dichiarando che affermare che l’opinione degli scienziati è divisa sul funzionamento (o non funzionamento) di C-Fast è un po’ come dire che lo è sull’omeopatia. Insomma, c’è poco di scientifico nell’aria. “È di vitale importanza che i test vengano sempre effettuati in doppio cieco. Ad esempio, se ci troviamo di fronte a un rilevatore di epatite C, né chi manovra lo strumento né chi viene ‘visitato’ deve essere al corrente della presenza della malattia. Se i pazienti sono già stati testati, e sanno della loro condizione, potrebbero inconsciamente farlo capire a chi fa la ‘diagnosi'”. A oggi, neppure nel brevetto, non vi è traccia di una spiegazione scientifica del perché questo strumento dovrebbe funzionare.

Il messaggio che arriva dall’altro articolo è forse anche più preoccupato (e preoccupante), perché secondo Sile Lane lo strumento non fa altro che vendere speranza, un mercato molto pericoloso che come sempre fa leva sulle condizioni critiche dei pazienti, e sulla mancanza -a volte- di alternative. Anche noi in Italia ne sappiamo qualcosa. Inoltre, secondo Lane, si tratta di poco più che un’antenna attaccata a una maniglia. Che per di più urla al miracolo, perché se un’analisi del sangue riporta il 15% di falsi positivi nel diagnosticare l’epatite C, il fatto che C-Fast ne abbia solo il 2% è praticamente fantascienza, soprattutto visto che non è stata spiegata scientificamente la motivazione per cui dovrebbe individuare la malattia; la ‘comunicazione cellulare elettromagnetica a distanza’ continua a non convincere gli scienziati.

“È una dura battaglia quella per fermare questo genere di promozione fuorviante, e la vendita di false speranze a persone disperate”, conclude Sile Lane, aggiungendo che è fondamentale che i media facciano la loro parte, evitando di fornire un megafono a fantomatiche invenzioni e terapie senza che vi sia evidenza scientifica, etichettandole in ogni caso come scienza.

Crediti immagine: PhD Dre, Wikimedia Commons

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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