AMBIENTE

JeDI: un database globale per le meduse

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AMBIENTE – Uno studio internazionale, condotto dall’Università di Southampton, ha permesso la creazione del primo database globale open-access per il monitoraggio delle meduse. Lo scopo è mappare tutte le popolazioni che abitano i nostri oceani e rendere disponibili le informazioni non solamente agli esperti, ma anche ai media e al grande pubblico. Si chiama Jellyfish Database Initiative (JeDI).

Secondo gli esperti del Global Jellyfish Group, infatti, è impossibile impostare un dibattito serio sulle tendenze future, sull’impatto ecologico, biogeochimico e sociale delle fioriture di questi animali senza avere a disposizione informazioni aggiornate sulla loro biomassa e sui modelli di distribuzione. Il database nasce proprio con l’obiettivo di superare questo ostacolo, piuttosto significativo, di fronte alla biodiversità in continuo cambiamento dei nostri oceani. Gli scienziati hanno usato JeDI per mappare la biomassa delle meduse di tutti gli oceani fino a 200 metri di profondità, esplorando anche le cause ambientali che determinano i modelli di distribuzione osservati finora. I risultati sono stati pubblicati su Global Ecology and Biogeography.

Come spiega Cathy Lucas, biologa marina dell’Università di Southampton, la creazione di una banca dati così ricca è stata possibile grazie alla collaborazione dei ricercatori di meduse di tutto il mondo, con la partecipazione attiva della comunità scientifica su scala globale. Grazie a JeDI chiunque può trovare risposta a domande che spaziano dalla diffusione delle popolazioni di meduse a livello locale, regionale e globale, fino alle potenziali implicazioni della loro presenza sull’ecosistema. Dati alla mano, i ricercatori hanno dimostrato che le meduse e il resto dello zooplancton gelatinoso sono presenti in tutti gli oceani del pianeta, con le maggiori concentrazioni registrate alle medie latitudini dell’emisfero settentrionale.

Nell’Atlantico del Nord, spiegano gli esperti, l’ossigenazione dell’acqua e la temperatura del mare risultano essere i principali driver della diffusione delle meduse. Conoscenze approfondite sulla presenza temporale e spaziale della biomassa permettono di studiarne la fluttuazione nel corso degli anni. “Se in futuro la biomassa aumenterà, soprattutto nell’emisfero settentrionale, potrebbe influenzare l’abbondanza e la biodiversità dello zooplancton e del fitoplancton”, spiega Rob Condon, uno degli scienziati coinvolti nello sviluppo di JeDI. “Gli effetti potrebbero riguardare il funzionamento degli ecosistemi, come i cicli biogeochimici e la biomassa ittica”. La continua raccolta di dati, insieme all’analisi della loro evoluzione negli anni, permetterà anche di valutare quante e quali delle modifiche nella distribuzione della biomassa siano da attribuire al cambiamento climatico antropogenico. 

Crediti immagine: the_tahoe_guy, Flickr

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Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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