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Quanto conta il sesso in medicina?

Farmaci e terapie mirate per le donne potrebbero essere determinanti per avere cure sempre più efficaci

4896822030_e7fa872658_zSALUTE – Siamo uomini o donne in ogni cellula del nostro corpo. L’affermazione potrebbe sembrare banale. Eppure per lungo tempo non è stata considerata nell’ambito della ricerca, durante la sperimentazione di farmaci e addirittura nella pratica clinica. La medicina distingueva il genere solo quando ad avere qualche problema era l’apparato riproduttore. Invece è stato dimostrato da numerosi studi scientifici che il sesso è determinante per numerosi processi fisiologici: la coagulazione, l’immunità, il metabolismo energetico o la pressione del sangue, per esempio.

Come ha sottolineato Ilaria Campesi, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Sassari, “le questioni di genere iniziano a livello preclinico per arrivare alla clinica”. Le cellule di tutti i tessuti hanno differenze di comportamento a seconda del sesso e, così come gli animali da laboratorio di genere differente possono rispondere in modo diverso agli esperimenti, lo stesso accade anche quando si arriva al paziente, dove “può giocare un ruolo chiave nell’approccio alla terapia addirittura il genere del medico o del paziente”, ha concluso la Campesi.
E infatti il termine genere include anche il contesto sociale, culturale e le abitudini di vita che disitinguono un sesso rispetto all’altro.

Il National Institutes of Health Revitalization Act, il documento che ha iniziato a parlare di inclusione delle donne nella sperimentazione scientifica, ha compiuto più di 20 anni. Alcuni dei suoi propositi però devono ancora essere realizzati in modo pieno. “A livello clinico la sperimentazione è molto articolata”, ha spiegato la Campesi. “Quando negli esperimenti sono incluse le donne, occorre tenere conto della ciclicità della loro vita, della possibilità di gravidanze e dei possibili problemi etici che ne possono derivare qualora un farmaco abbia effetti teratogeni ignoti”.  A causa di tutti questi fattori, includere le donne nella sperimentazione significa alzare i costi.

Eppure la spesa maggiore nel creare esperimenti ad hoc per uomini e donne sarebbe compensata dall’emissione sul mercato di farmaci adeguati. Il risparmio sarebbe assicurato se si considera che, tra il 1997 e il 2001, otto farmaci su 10 sono stati ritirati dal mercato a causa degli effetti avversi sulle donne. In questi 20 anni sono stati fatti dei progressi: negli Stati Uniti sono sorti ben 21 istituti di ricerca interamente dedicati alla medicina al femminile. Nuove conoscenze sono servite ad aumentare il successo delle cure per alcune patologie quali il cancro al seno, alla cervice e le malattie cardiovascolari, come rilevato dal rapporto “Women’s Health Research: Progress, Pitfalls, and Promise“. Ma ancora tante sono le patologie in cui manca la distinzione di genere e quindi la possibilità di cure più mirate. È il caso delle malattie autoimmuni, della dipendenza da alcol e droghe, del cancro al polmone e dell’Alzheimer.

Anche in Europa sono sorti centri dedicati alla ricerca della medicina di genere, come a Berlino o a Stoccolma. In Italia c’è il Consorzio Interuniversitario Istituto Nazionale di Biostrutture e Biosistemi (INBB), dove opera anche il gruppo di Sassari guidato da Flavia Franconi, una delle prime nel nostro paese a dedicarsi alla medicina di genere.  “I centri di ricerca sono importanti, ma non possono occuparsi di tutte le condizioni e di tutti i problemi”, ha commentato la Campesi.  “Per questo è importante sensibilizzare ciascun gruppo di ricerca, perché faccia un’analisi mirata di genere anche nel proprio ambito di studio”.

Se andiamo nell’ambito della sperimentazione farmacologica sugli esseri umani,  i trials clinici sono diventati più inclusivi nei confronti delle donne. Secondo lo studio “Why are sex and gender important to basic physiology and translational and individualized medicine?” tuttavia, la partecipazione delle donne nei trials clinici varia ancora in un range che va dal 25 al 45% dei soggetti analizzati. In alcuni casi le donne sono addirittura escluse dagli esperimenti perché i dati derivati dal gentile sesso potrebbero complicare l’interpretazione dei risultati della sperimentazione. Cosa che lascia intuire come talvolta i risultati vengano mescolati, e le differenze di genere vengano appiattite da una media matematica. Facendo un bilancio dunque, “la medicina di genere è ancora a metà strada”, ha detto Ilaria Campesi. Se da un lato è stata presa coscienza della differenza di genere, ci sono alcuni aspetti che devono ancora essere migliorati.

@AnnoviGiulia

Leggi anche: L’identità di genere è nel cervello

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Kristin_a, Flickr

Giulia Annovi
Mi occupo di scienza e innovazione, con un occhio speciale ai dati, al mondo della ricerca e all'uso dei social media in ambito accademico e sanitario. Sono interessata alla salute, all'ambiente e, nel mondo microscopico, alle proteine.

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