Marte: acqua, pirati e batteri, che succede sul Pianeta rosso?

La possibilità di acqua liquida su Marte apre nuovi interrogativi, anche giuridici

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ATTUALITÀ – Ha suscitato clamore, e non pochi sogni, la recente deduzione che ci potrebbe essere acqua salata liquida su Marte. Una nuova ondata di clamore si è sollevata quando è stato confermato che il rover Curiosity è a soli 50 km dal punto in cui sembra esserci acqua, e tecnicamente il robot è in grado di arrivarci. Ma non può, anzi, non deve andarci. Perché la domanda di base è: di chi è lo spazio? O meglio, che regole valgono?

Nel recente film di Ridley Scott, The Martian, il protagonista a un certo punto afferma che, secondo il diritto internazionale, si trova in acque internazionali e quindi lui è a tutti gli effetti un “pirata“. La realtà è un po’ diversa. Il diritto internazione per lo “spazio esterno” (outer space) ha come matrice il diritto del mare, soprattutto laddove esso tratta delle cosiddette “acque internazionali”. Il diritto del mare moderno nasce proprio dalla necessità da parte delle potenze europee di contrastare il fenomeno della pirateria: sin dai tempi antichi vigeva per prassi il diritto di libertà dei mari, ovvero che l’uso del mare e delle sue risorse era garantito a tutti gli stati nazionali riconosciuti (e alle organizzazioni a loro pertinenti, come per esempio le varie “Compagnie delle Indie”), a patto che non ne limitassero l’uso agli altri stati. Tuttavia, con l’espansione del colonialismo europeo alla libertà dei mari si affiancò per consuetudine il principio del “mare territoriale”: alcuni tratti di mare, soprattutto adiacenti alle coste, erano di pertinenza esclusiva degli stati rivieraschi.

Il principio di libertà dei mari andò quindi parzialmente modificandosi, e divenne, a tutti gli effetti, un principio di polizia internazionale (ancora di più rafforzato dal Trattato di Montego Bay che a oggi è l’insieme di principi che regola il mare): chiunque poteva usufruire dell’alto mare a patto che non limitasse la libertà altrui; se in una qualche maniera minacciava, per esempio saccheggiando le navi, il godimento di tale diritto, chiunque ne aveva la possibilità aveva l’obbligo di impedirglielo (per inciso, con Montego Bay si sono aggiunte una terza e una quarta zona tra il mare territoriale e le acque internazionali, chiamate rispettivamente “acque contigue” e “zona di interesse economico esclusivo”, che presentano aspetti giuridici di difficile interpretazione e che in questi anni sono al centro della vicenda dei due fucilieri di Marina italiani in India).

Dunque, per rispondere a The Martian, tecnicamente lui non è un pirata, poiché non limitava la libertà di uso di nessuno (e, per di più, apparteneva a uno stato sovrano internazionalmente riconosciuto). Ma torniamo alla domanda principale: Marte è davvero assimilabile al “mare aperto”? E perché, se così fosse, Curiosity non si può avvicinare alla (possibile) acqua marziana? In fin dei conti, se lo facesse, questo non pregiudicherebbe il diritto di godimento di nessuno.

In realtà, nello spazio non vige il diritto del mare. Ci sono trattati specifici (cinque in tutto) che regolano il transito e l’utilizzo delle risorse, anche se la distinzione tra “spazio estero” e “spazio interno” (o atmosferico) suona molto simile a “alto mare” e “mare territoriale”. Non c’è un consenso riguardo a dove inizi esattamente lo “spazio esterno“, anche se i più lo riferiscono a tutto ciò che sta oltre la Linea Karman (100 km sul livello del mare). Da quando l’Unione Sovietica lanciò il primo satellite durante una delle fasi più “calde” della Guerra Fredda, si pose il problema di come regolare l’attività umana nello spazio. Fu così creata l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’uso Pacifico dello Spazio Esterno (COPUOS) che arrivò a definire il primo trattato in materia, il cosiddetto “Trattato sullo spazio esterno“. Fondamentalmente, con questo trattato si applicava allo spazio il principio del res communis omnium (art. II del Trattato), lo stesso principio alla base del diritto del mare (da qui la confusione). Tale principio non significa che lo spazio esterno, compresa la Luna, non è di nessuno, ma che appartiene a una comunità (in particolare all’intera umanità) e qualsiasi membro della comunità può usufruirne, a patto di non volerne il possesso e di non danneggiare il bene in modo permanente.

Quest’ultima condizione, in particolare, è la ragione per cui Curiosity non può avvicinarsi all’acqua di Marte: poiché è stato verificato che alcune forme viventi terrestri possono resistere in condizioni estreme, Curiosity avvicinandosi potrebbe contaminare l’acqua e le potenziali forme di vita presenti nell’acqua. Tale eventualità è stata parzialmente esclusa per quanto riguarda la possibilità dei robot di prelevare campioni di terreno sui pianeti. Il principio di non contaminazione è stato formalizzato in uno dei cinque trattati che regolano lo spazio esterno, in particolare il “Accordo sulla Luna” (Moon Agreement), che prevede un intero articolo (il settimo) che impedisce la distruzione o l’alterazione permanente dell’ambiente extraterrestre. Dunque, Curiosity non può avvicinarsi alla possibile acqua (né liquida né ghiacciata, infatti anche i poli sono off-limits per l’atterraggio di rover terrestri) di Marte perché un trattato internazionale lo vieta. Ma soprattutto non deve, perché potrebbe rovinare una delle più grandi scoperte scientifiche di tutti i tempi. Già, ma se non possiamo modificare l’ambiente, come potremo colonizzare altri pianeti?

@gia_destro

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: NASA, Wikimedia Commons

3 Commenti su Marte: acqua, pirati e batteri, che succede sul Pianeta rosso?

  1. Già, ma se un eventuale microrganismo è sopravissuto per milioni di chilometri nel vuoto cosa gli impedisce di fare gli ultimi 50Km, magari trasportato dal vento, fino all’acqua?
    E i rover precedenti, dove sono caduti? Che forme di vita trasportavano?

    Mi sembra un po’ tardi per prendere precauzioni…

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