Il Roundup della Monsanto, i ratti e il nostro fegato

Cinque anni fa, Séralini voleva dimostrare che il mais Monsanto resistente al glifosato Monsanto causa tumori al fegato e non gli era andata bene. Ritenta con il glifosato.

Due nuovi studi di Seralini si scagliano contro gli OGM. Queste ricerche sono pagate e promosse dalla Sustainable Food Alliance, che finanzia il Comitato di Séralini contro gli Ogm incarnati nel mais NK603. Crediti immagine: Rob Bertholf, Flickr

SALUTE – Riassunto delle puntate precedenti. In occasione del lancio di un libro contro gli Ogm nel 2012, Gilles-Cédric Séralini et al. avevano pubblicato i risultati di un esperimento sui ratti Sprague-Dawley: alimentati con il mais NK603, geneticamente modificato dalla Monsanto per resistere al suo erbicida Roundup, morivano di tumore al fegato. Quei ratti però tendono a soffrire di tumori al fegato anche con una dieta priva di Ogm. Dopo la ritrattazione perché i dati erano inconcludenti e nonostante la valutazione negativa dell’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare, l’articolo era ricomparso tale quale nel 2014 su una rivista compiacente.

Su Scientific Reports (nota 1), Séralini et al. hanno appena pubblicato due studi dai titoli fuorvianti che dovrebbero confermare indirettamente quello del 2012 e altri usciti in seguito, citati come evidenza già acquisita.

Il primo si propone di dimostrare, con un’analisi del proteoma, che nei chicchi (cariossidi) del mais NK603 le proteine sono diverse da quelle degli ibridi tradizionali. L’approvazione del NK603 sarebbe pertanto basata su un’equivalenza che non esiste. Annunciato l’obiettivo, gli autori cambiano idea nel giro di pochi paragrafi:

La vaghezza del termine “equivalenza sostanziale” causa un conflitto tra gli interessati su come determinare le differenze di composizione che bastano a dichiarare un OGM non sostanzialmente equivalente.

Quindi elencano differenze tra le proteine di NK603 trattato con Roundup, di NK603 e di un ibrido convenzionale non trattati con Roundup, coltivati rispettivamente a distanza di 85 metri di distanza per due anni. Concludono soddisfatti:

I profili proteomici dei cariossidi [di NK603 + Roundup] hanno rivelato alterazioni … che riflettono uno squilibrio nel metabolismo energetico. Cambiamenti nelle proteine nei metaboliti del glutatione indicavano un maggiore stress ossidativo.

Davvero?

Con decine di variabili incontrollate – per ciascuna varietà, i chicchi dei due raccolti sono stati mischiati, il NK603 trattato con Roundup era contaminato da micotossine ecc. –  sembra azzardato attribuire lo stress ossidativo al solo Roundup. L’obiezione principale però è riassunta da un commento:

Gli autori scrivono di quantificare proteine, ma sembrano in realtà aver quantificato singoli peptidi. Le proteine sono fatte di molteplici peptidi…

E così l’elaborata analisi statistica dei risultati si fonda sull’equivalenza inesistente tra proteine, cioè i nutrienti confrontati per l’autorizzazione, e alcuni loro peptidi. (2)

Ratti Wistar, no?

Nel secondo articolo, Séralini et al. ci riprovano con i ratti Sprague-Dawley (femmine): 10 ricevevano una dose quotidiana di Roundup nell’acqua e 10 formavano il gruppo di controllo. Dall’inizio del secondo anno la salute del primo gruppo peggiora poco a poco rispetto al gruppo di controllo. O forse no. Agli animali viene praticata l’eutanasia dopo 635+/- 131 giorni nel gruppo Roundup e 701+/-62 giorni nell’altro, una longevità variabile che fa variare il numero delle analisi e dei dati. In sintesi,

Le femmine trattate con il Roundup hanno mostrato tre volte più segni di patologia (15 in 8 ratti) del gruppo di controllo (6 in 4 ratti).

Sennonché la “patologia” a volte non è patologica. Si tratta di una sindrome o di uno “spettro” di sintomi con centinaia di marcatori che presi singolarmente non indicano una disfunzione del metabolismo men che meno nei ratti. Secondo gli autori non importa:

Nell’insieme i disturbi del metaboloma e del proteoma hanno mostrato una sovrapposizione sostanziale con i biomarcatori della steatosi epatica non alcolica [NAFLD] e della sua progressione a steatoepatite. Confermano quindi che una disfunzione epatica funzionale risulta da un’esposizione a una dose bassissima di erbicida a base di glifosato.

Sull’arco di due anni (circa) la dose bassissima ogni giorno diventa un’overdose. Di che cosa non è chiaro. Come gli altri erbicidi al glifosato, il Roundup contiene molecole, dette adiuvanti, a volte tossiche di per sé o in sinergia e spesso protette da segreto industriale.

Media creduloni cercansi

Queste ricerche sono pagate e promosse dalla Sustainable Food Alliance, che finanzia il Comitato di Séralini contro gli Ogm incarnati nel NK603. Nel comunicato stampa sostiene che la NAFLD

colpisce attualmente circa il 25% della popolazione mondiale, e nel Regno Unito una persona su tre soffre dei primi stadi della malattia, con fattori di rischio che includono obesità o sovrappeso, diabete, livelli elevati di colesterolo o di trigliceridi nel sangue.

La stima, molto dibattuta, sembra corretta per gli Stati Uniti. Nel mondo, la NAFLD potrebbe rappresentare invece il 25% delle malattie del fegato diagnosticate con biopsie e non da “segni”. Nel Regno Unito ne soffre il 5% della popolazione, si legge al link fornito dalla Sustainable Food Alliance.

Nella letteratura, la NAFLD viene associata all’obesità (la co-morbidità prevalente) e attribuita alle stesse cause: cattiva alimentazione, assenza di esercizio fisico, un elevato consumo di bibite con fruttosio estratto da mais tradizionale ecc. Sembra esserci una predisposizione genetica perché l’incidenza è maggiore in alcune popolazioni.

Per Michael Antoniou, un collaboratore abituale di Séralini, invece

I nostri risultati sono molto preoccupanti perché dimostrano per la prima volta un rapporto causale tra un consumo di Roundup a un livello ambientale rilevante e una malattia seria come la steatosi epatica non alcolica.

Quale “rapporto causale”?

Nell’articolo non ce n’è traccia. Antoniou, Séralini et al. elencano fattori – dagli inquinanti più persistenti del glifosato alle diete sbagliate – noti per contribuire a varie sindromi metaboliche e precisano che

non esistono dati sugli effetti biologici del glifosato nei tessuti umani a questi livelli che confermino o contraddicano i nostri dati.

“Dati” è dire molto. Dei 58 metaboliti che dimostrerebbero tali effetti, nel gruppo trattato con il Roundup, scrivono gli autori, soltanto 3 hanno un valore p significativo. Aggregati in maniera opportuna, gli altri 55 si prestano a una “interpretazione biologica” che occupa i due terzi dell’articolo. (3)

Note

  1. Fra le riviste open access del gruppo Nature-Springer, Scientific Reports è la meno costosa per gli autori e anche la meno esigente come s’è visto nel caso della presunta fusione nucleare semifredda.
  2. Per critiche approfondite, rimando ad Alison Van Eenennaam per il “Genetic Literacy Project”, Grant Jacobs su “Code for Life”, Dan MacLean et al. su “Science Media Culture”.
  3. Detto questo, alcuni dati saranno validi per forza. Sarebbe molto improbabile che bere per tutta la vita acqua al glifosato giovasse alla salute dei ratti  – o di altri animali.

Leggi anche: Il caso Seralini: l’importanza della peer-review e dell’onestàSeralini, OGM, un paper sparito ma poi ricomparso

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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