Deepwater Horizon, sette anni dopo: un disastro da 17 miliardi di dollari

Su Science un gruppo di 18 scienziati ha quantificato i danni alle risorse naturali devastate dallo sversamento di petrolio. Una cifra che potrà indirizzare il governo nella tutela e ripristino dell'ambiente del Golfo del Messico.

Le coste della Louisiana, colpite dallo sversamento di petrolio della Deepwater Horizon, si trovano su un’importante rotta migratoria per centinaia di specie di uccelli. Crediti immagine: Bill Lang, Wikimedia Commons

APPROFONDIMENTO – Sette anni fa, il 20 aprile 2010, esplodeva la piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della British Petroleum e finivano in mare 500 000 tonnellate di petrolio greggio. Più di 150 000 litri ogni giorno. Oggi quella macchia nera non si vede più a occhio nudo e gli emulsionanti chimici insieme ai batteri “mangia petrolio” hanno degradato, fin dai primi tempi, una grossa porzione degli idrocarburi. Ma gli effetti sull’ambiente sono stati enormi e continuano a pesare sul golfo. L’incidente è stato il versamento più grande e più grave nella storia degli Stati Uniti, superando addirittura il disastro della petroliera Exxon Valdez, che nel 1989 si incagliò in una scogliera e riversò in mare 262 000 barili di greggio: oltre 200 000 tonnellate di petrolio.

Nel Golfo del Messico il petrolio della Deepwater Horizon continuò a finire in mare per quasi 90 giorni, mentre la BP cercava di arginare il danno aspirandolo con un tubo (il programma “cut and cup”) ed era corsa contro il tempo per la costruzione di speciali cupole di contenimento.

Oggi gli scienziati hanno quantificato il danno ambientale di quel disastro: 17,2 miliardi di dollari alle risorse naturali, come scrivono Richard Bishop e i colleghi sulla rivista Science (qui il pdf) al termine di una valutazione durata sei anni e commissionata dalla NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) a un mese dall’esplosione della piattaforma petrolifera, nel 2010.

Quantificare il danno ambientale

È la prima volta che lo sversamento si traduce in una valutazione finanziaria, ma si tratta di un dato cruciale: come dice Kevin Boyle, co-autore della pubblicazione e professore di economia al Virginia Tech College of Agriculture and Life Science, è la prova che l’ambiente ha un valore quantificabile. Non solo per i cittadini degli Stati Uniti che vivono nel golfo, ma per tutti gli abitanti del pianeta.

Come stabilito dall’Oil Pollution Act (OPA) statunitense nel 1990, le stime come quella di Bishop e colleghi possono guidare le negoziazioni tra il governo e le parti responsabili, essere usate come prove nei processi e influenzare come verranno gestite le risorse per ripristinare l’ambiente danneggiato. Quali progetti di recupero privilegiare, a quali specie e habitat dare la priorità e via dicendo. Sempre secondo l’OPA, le valutazioni devono tenere conto del valore di un ambiente sia per quanto viene usato (pesca, spiagge, turismo) sia nel suo “non-utilizzo”, ovvero la soddisfazione che deriva dal solo fatto che esiste.

Una risorsa ambientale, è evidente, non acquista valore solo quando possiamo sfruttarla.

Trasformare il valore dell’ambiente in dollari può non essere semplice, ma come era già successo per altri studi in passato gli scienziati si sono rivolti ai cittadini americani. Hanno raccontato loro le condizioni ambientali del golfo pre e post incidente, i danni dello sversamento per la salute degli habitat e delle specie marine e terrestri che li occupano.

Servendosi di un sondaggio, hanno poi chiesto loro quanto sarebbero stati disposti a pagare per delle misure preventive, allo scopo di evitare danni di quella portata in futuro. Lo scenario era questo: pagando una tassa, una sola volta, avrebbero permesso al governo di mettere in atto un programma per proteggere il golfo nei seguenti 15 anni. Ogni nucleo familiare ha detto quanto avrebbe speso per tutelare il golfo e la media è stata di 153$. Moltiplicati per tutte le famiglie interpellate, 17,2 miliardi di dollari. “Le persone attribuiscono un valore alle nostre risorse naturali”, ha commentato Boyle in un comunicato, “perciò vale la pena di intraprendere provvedimenti importanti per prevenire altre catastrofi, in futuro, ma anche per correggere gli errori del passato”.

Le valutazioni ambientali tra Louisiana e California, molto probabilmente, continueranno a monitorare l’ambiente per decenni. Il lavoro scientifico in questo senso oggi si svolge sotto la bandiera della Gulf of Mexico Research Initiative (GoMRI), iniziativa finanziata con 500 milioni di dollari da British Petroleum dopo l’incidente, per monitorare gli effetti del petrolio sugli ambienti costieri e marini colpiti nel corso di dieci anni dallo sversamento.

Dopo il disastro: opinione pubblica ed ecosistemi messi alla prova

Nel 2015, a cinque anni dall’incidente, gli scienziati dell’Università della Florida avevano usato un approccio simile per raccogliere le opinioni di quasi 450 residenti del golfo in un sondaggio telefonico. Con risultati piuttosto interessanti considerata la portata dello sversamento: il 42% degli intervistati pensava che la comunità del golfo fosse diventata più resistente in seguito all’incidente e il 41,1% era soddisfatto della situazione dell’industria ittica post-disastro (a oggi, però, sappiamo che i killifish ma anche i grandi pesci pelagici, come tonni e pesci spada, hanno subito gli effetti degli idrocarburi). Solo il 28,7% si sentiva personalmente danneggiato mentre una persona su due, il 50,4% degli intervistati, era convinta che il pesce pescato nel golfo fosse sicuro per il consumo alimentare.

Fin da subito è stato evidente agli scienziati che le conseguenze dell’incidente sugli ecosistemi del Golfo del Messico si sarebbero protratte per decenni. Le coste della Louisiana, duramente colpite, sono un’area di svernamento cruciale per più del 70% degli uccelli marini del Paese e almeno un centinaio di specie tropicali vi sosta durante le migrazioni per riposarsi e rifocillarsi.

Ma l’unicità di questo disastro ambientale è divenuta evidente anche da ciò che è accaduto sott’acqua all’arrivo del petrolio. Normalmente il fenomeno che segue avvenimenti simili è quello della neve marina: in condizioni di stress, come in presenza di grandi quantità di inquinanti, il fitoplancton emette una mucillagine, soprannominata sea snot. Questa mucillagine forma dei “fiocchi” a partire da detriti, alghe, escrementi animali e residui, che vengono incollati insieme in una sorta di nevicata al di sotto del livello dell’acqua. Ma nel Golfo del Messico è successo qualcosa di diverso.

Le argille tipiche del fiume Mississippi e gli emulsionanti chimici usati per ripulire il mare dal petrolio – che hanno avuto effetti devastanti sui coralli – hanno trasformato la neve in qualcosa di più simile a una tempesta sottomarina, particelle pesanti e ricche di petrolio che sono precipitate sui fondali dove si sono accumulate (il fenomeno è stato chiamato MOSSFA, per marine oil snow sedimentation and flocculent accumulation). La British Petroleum ha contestato da subito queste scoperte, dicendo che se la neve marina è un fenomeno già noto e documentato non c’erano prove che avesse contribuito al deposito di petrolio sul fondale. Gli effetti devastanti su organismi come i foraminiferi, in siti in prossimità di queste “pozzanghere di petrolio”, sono stati documentati in un altro studio, anch’esso contestato dalla BP.

Qualsiasi evento climatico estremo potrebbe riportare a galla questi accumuli e le paludi salmastre della Louisiana, duramente colpite dallo sversamento di petrolio, svolgono un’importante funzione di mitigazione proprio nei confronti degli uragani. Ma gli effetti tossici del petrolio hanno danneggiato anche la vegetazione, causando fenomeni di erosione sia in Louisiana che in Florida e Alabama, facendo arretrare la linea di costa di svariati metri. Ora che gli scienziati hanno identificato i gruppi animali più gravemente colpiti, nonché conoscono meglio le potenziali interazioni tra argille, emulsionanti chimici, neve marina e via dicendo, potremmo essere più preparati nel caso dovesse verificarsi un incidente simile in futuro. Ma il disastro Deepwater Horizon ha cambiato per sempre il profilo del Paese, letteralmente.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Deepwater Horizon, uno studio durato quattro anni misura le conseguenze sui delfini

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista scientifica freelance e traduttrice editoriale specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; dal 2013 collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e il magazine OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro, «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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