Oceani e acquacoltura possono salvare la pesca

È una pratica antica, ma negli ultimi decenni ha subito una crescita impressionante. Eppure l'acquacoltura negli oceani non ha ancora raggiunto un pieno sviluppo, anche a causa di problemi economici e politici nei Paesi che potrebbero sfruttarla.

Attualmente dall’acquacoltura arriva la metà dei prodotti ittici che consumiamo abitualmente. Crediti immagine: NOAA

AMBIENTE – Se tutti i Paesi bagnati dall’oceano ricorressero all’acquacoltura, non ci sarebbero più problemi di approvvigionamento di pesce. È questo in sintesi il frutto di uno studio pubblicato su Nature Ecology and Evolution. I risultati ottenuti dai ricercatori dell’Università della California – Santa Barbara, rivelano che le coste oceaniche sono ricche di hot spot particolarmente adatti alle pratiche di acquacoltura, al punto di garantire una quantità di pescato superiore ad almeno cento volte l’attuale quantità di pesce consumato a livello globale.

Conosciuta fin dai tempi degli antichi Romani, e ancora prima dagli aborigeni australiani, la pratica dell’acquacoltura è rinata negli ultimi decenni diventando un’industria vera e propria, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, quando l’allevamento ittico copriva appena il 10% delle risorse di pesce.

Secondo uno degli ultimi rapporti FAO dedicati alla pesca, oggi dall’acquacoltura arriva la metà dei prodotti ittici che consumiamo abitualmente. Negli ultimi quindici anni questa crescita eccezionale ha reso l’allevamento in mare la filiera produttiva di cibo animale in assoluto in più rapido sviluppo, e tra le soluzioni più efficaci per rispondere alla crescente domanda di approvvigionamento alimentare, in particolare dopo l’ultima crisi economica. Questi numeri vanno comparati a una crisi generale della pesca tradizionale, la cui gestione ha già da tempo superato i livelli di sostenibilità ed è pesantemente minacciata dal mercato di frodo. Ma anche a fronte di questo trend negativo, il recente, impressionante sviluppo dell’acquacoltura conferma quale sia la strada giusta da intraprendere mentre la popolazione mondiale crescerà fino a 10 miliardi entro il 2050.

Le previsioni fatte dagli stessi autori dello studio del resto non lasciano dubbi “Ci aspettiamo che l’acquacoltura cresca ulteriormente di quasi il 40% entro i prossimi 10 anni”, ha dichiarato Halley Froehlich, coautore dello studio e postdoc del Centro Nazionale per le Analisi Ecologiche. Ma se non c’è dubbio che l’acquacoltura sia il futuro, l’obiettivo può essere raggiunto solo guardando agli oceani, appunto.

“Gli oceani sono una grande opportunità per il futuro dell’alimentazione”, ha sottolineato Rebecca Gentry, primo autore dello studio, “ma sono in gran parte sprecati”. Questo enorme potenziale si potrebbe sbloccare utilizzando appena lo 0,015% del totale dell’area oceanica, un’estensione pari al Lago Michigan.

La stima ottenuta dallo studio è frutto di una simulazione basata su una mappatura dell’oceano tenendo conto di parametri geografici, fisici e biologici. Il gruppo di ricerca guidato da Rebecca Gentry ha definito una griglia suddividendo l’area di ciascun oceano in settori di 0,042° di ampiezza in latitudine. Ciascuna di queste microaree è stata poi caratterizzata in base ai dati noti della zona per quanto riguarda la temperatura media, la profondità, l’equilibrio ecologico, e il potenziale di produttività delle specie adatte all’acquacoltura – un gruppo di 180 specie in particolare, tra bivalvi, ostriche e molluschi. Sottraendo da una prima stima tutte le zone soggette a vincoli ambientali e pressate dalla presenza umana (pesante traffico marittimo, inquinamento, scarsità d’ossigeno).

Lo studio degli scienziati di Santa Barbara fornisce un importante primo prospetto dei passi da seguire. Purtroppo, ci sono diversi ostacoli da superare, non sono solo di tipo infrastrutturale. I Paesi individuati a maggiore potenziale, infatti, non sono ancora pronti e risentono di bassi livelli di sviluppo economico e problemi politici e di sicurezza. Le coste meridionali del Kenya, per esempio, sono nella top ten dei Paesi bagnati dall’oceano, ma gli attacchi terroristici e la continua instabilità del governo rendono improbabile un investimento nell’acquacoltura nel prossimo futuro.

Leggi anche: Pesca e oceani, frenare l’overfishing con i Big Data

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