SCOPERTE

Non solo Inca: le civiltà precolombiane tra genetica e linguistica

Quando mancano le testimonianze scritte, può essere difficile ricostruire alcuni eventi del passato. È il caso dell'America precolombiana: una nuova ricerca fa luce su una civiltà che è vissuta in Perù prima degli Inca.

SCOPERTE – Non avevano né la ruota, né la scrittura, eppure gli Inca riuscirono a formare e governare uno dei più estesi imperi del mondo, almeno fino all’arrivo dei Conquistadores spagnoli. Quando gli europei arrivarono, con armi da fuoco e vaiolo al seguito, gli Inca erano da poco riusciti a sottomettere un popolo che aveva dato parecchio filo da torcere all’impero: i Chachapoya. Chiamati anche Guerrieri delle nuvole, dalle nebbie delle foreste pluviali di alta quota in cui vivevano (nell’attuale Perù del nord), riuscirono a opporsi a ben quattro imperatori prima di essere alla fine schiacciati a dispersi con la politica dei mitma. Nel Quechua, la lingua dell’impero, i mitma erano i coloni che gli Inca spostavano da un angolo all’altro dell’impero sostituendo le popolazioni ribelli. Con questa strategia di ripopolamento coatto gli imperatori si assicuravano la fedeltà su tutto il territorio.

“La storia è scritta dai vincitori”, spiega a OggiScienza la dottoressa Chiara Barbieri, antropologa molecolare del Max Planck Institute di Jena, e nel caso di queste civiltà precolombiane la totale assenza di scritti, eccetto quelli redatti dai Conquistadores sulla base di testimonianze orali, rende problematica una ricostruzione obiettiva. Ora, grazie un’indagine genetico-linguistica Barbieri e collaboratori presentano su Scientific Reports risultati che contrastano con la presunta estinzione della civiltà Chachapoya.

Come ci spiega Barbieri, lo studio è cominciato grazie all’interesse del linguista del Max Planck Paul Heggarty, studioso della lingua Quechua. Nell’attuale regione di Chachapoyas, dove ora rimangono le rovine dell’antica civiltà, alcuni anziani ancora parlano un dialetto Quechua distinto da quello degli altri parlanti delle regioni confinanti. In questa zona, inoltre, alcuni cognomi sembrano conservare tracce del Chacha, la lingua estinta dei Chachapoya. Vista l’intima relazione tra geni e lingue, sono stati coinvolti i genetisti per cominciare un campionamento mirato in base a questi indizi linguistici.

L’analisi del cromosoma Y e del DNA mitocondriale ha trovato una diversità genetica non rilevata dagli studi precedenti. La regione era attraversata da rotte migratorie e in linea di principio questa diversità potrebbe essere spiegata dall’incontro di diversi gruppi, anche per effetto della colonizzazione forzata degli Inca. Questo però dovrebbe lasciare tracce genetiche condivise con le altre popolazioni, che invece sono praticamente assenti.

L’ipotesi più parsimoniosa secondo Barbieri e colleghi è che le isole di diversità genetica scovate in questa regione discendano da una popolazione relativamente stabile, che ha mantenuto una continuità per almeno 20 generazioni (circa 600 anni): “Questa traccia genetica è in linea con l’idea che l’attuale popolazione sia almeno in parte discendente da popolazioni che avevano sviluppato una diversità locale prima dell’arrivo degli Inca, e che nemmeno questi ultimi sono riusciti a eradicare completamente.”

Questo spiegherebbe anche i particolari cognomi e i nomi delle località che ricordano l’estinta lingua Chacha, mentre per quanto riguarda il moribondo dialetto Quechua la stessa variante è parlata in un’altra zona delle Ande, ma le analisi non hanno svelato connessioni genetiche tra le due popolazioni. Probabilmente gli Inca riuscirono a imporre una lingua franca nell’impero, ma l’albero genealogico delle attuali varianti linguistiche non combacia necessariamente con quello genetico dei rispettivi parlanti.

La ricerca, spiega ancora Barbieri, non sarebbe stata possibile senza il contributo di ricercatori locali. Il linguista Jairo Valqui (Universidad Mayor de San Marcos, Lima, Peru) esperto delle estinte lingue Chacha, è lui stesso Chachapoyano e la sua conoscenza delle famiglie ha facilitato molto il lavoro degli altri linguisti e dei genetisti coinvolti. Anche in questo studio inoltre i ricercatori hanno lavorato per ampliare la partecipazione delle persone, una buona pratica che si sta diffondendo in particolare nell’antropologia molecolare.

Nel caso di questa ricerca è stato possibile anche discutere di persona i risultati prima ancora di scrivere la ricerca. Come ha raccontato l’antropologa anche sul suo suo blog, il lavoro è stato presentato lo scorso febbraio con una conferenza nell’auditorium municipale della città di Chachapoyas e i commenti dei cittadini sono stati molto utili ai ricercatori per capire quello che interessa sapere (e far sapere) a queste popolazioni sulle proprie origini.

Come ha dichiarato Jairo Valqui: “Questo è importante per la società peruviana attuale. Per molto tempo c’è stato un grande entusiasmo per gli Inca, ma spesso a costo di mettere da parte tutto il resto dei reperti archeologici, e anche la diversità del nostro patrimonio linguistico e genetico. Come ci ricordano questi risultati: Perù non è solo Machu Picchu, e le popolazioni indigene non erano solo gli Inca.”

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Stefano Dalla Casa
Giornalista e comunicatore scientifico, mi sono formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrivo abitualmente sull’Aula di Scienze Zanichelli, Wired.it, OggiScienza e collaboro con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione. Ho scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione "Autisti marziani" (Zanichelli, 2014). Su twitter sono @Radioprozac

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