LIBRI

Culle di vetro, storia della fecondazione artificiale

A 40 anni dalla nascita della prima bambina concepita in provetta, la giornalista scientifica Margherita Fronte ripercorre storia e prospettive delle tecniche che hanno permesso quell'evento straordinario

LIBRI – Quarant’anni sono un compleanno importante. Una cifra tonda, simbolica, che spesso invita a qualche festeggiamento più grandioso del solito e magari a qualche bilancio. A maggior ragione se il compleanno è quello di una donna la cui venuta al mondo ha cambiato per sempre la storia della medicina.

Parliamo di Louise Brown, che ha spento le sue prime 40 candeline il 25 luglio scorso: un evento che come molti avrebbe voluto privato (lo ha scritto per l’occasione sull’Independent), ma che non poteva che essere pubblico, perché Louise è stata la prima bambina al mondo concepita in provetta, la prima figlia della fecondazione in vitro.

Le “culle di vetro”

E proprio con l’immagine della sua nascita avvenuta con parto cesareo nell’ospedale di Oldham,in Inghilterra – “prima la testa, poi il corpicino sporco e coperto dalla vernice caseosa, che ha protetto la sua pelle delicata durante la gestazione” – si apre Culle di vetro, il libro che la giornalista scientifica Margherita Fronte ha dedicato alla storia della fecondazione artificiale, pubblicato nel 2017 da Enciclopedia delle donne.

Dal primo, potente vagito della bambina, il libro fa un salto indietro nel tempo, per un breve ma esauriente resoconto sugli albori dell’embriologia, dalle ipotesi dei filosofi greci classici (Aristotele in primis) agli esperimenti su animali (rane, salamandre, bachi da seta, ma anche cani) di Lazzaro Spallanzani, a fine Settecento. Circa centocinquanta pagine dopo, il libro si chiude con un bilancio su successi e limiti della tecnica, che dal 1978 a oggi ha dato la vita a milioni di bambini nel mondo: sei milioni, secondo una mostra celebrativa in programma allo Science Museum di Londra fino a novembre).

In mezzo c’è, appunto, tutta la storia di una rivoluzione di conoscenza – basti pensare, ricorda Fronte, che ancora “all’inizio del Novecento i medici ritenevano che la donna fosse fertile durante le mestruazioni” – tecnica, clinica e sociale.

Una storia fatta di decenni di esperimenti, che fallimento dopo fallimento hanno portato ai primi risultati positivi, prima con modelli animali e finalmente nell’uomo, in una descrizione indiretta ma efficacissima di come funziona la scienza. Compresi, ovviamente, scontri e rivalità tra ricercatori, opposizioni pubbliche – per esempio quella, accesissima, che dovettero contrastare nei primi anni Ottanta i coniugi Georgianna e Howard Jones, a capo di un neonato centro di medicina riproduttiva a Norfolk, in Virginia – difficoltà legate alla ricerca di finanziamenti, rapporti con la riflessione bioetica, esplosa più che mai proprio con la nascita della piccola Louise.

Una storia, ancora, fatta di biologi e medici interessati a capire meglio come funzionasse la riproduzione umana, come si sviluppassero gli embrioni, in che modo si potesse dare alle coppie non fertili la possibilità di stringere un giorno tra le braccia un bimbo loro. Tra tutti spicca la figura di Robert Edwards, premio Nobel nel 2010 proprio per lo sviluppo della fecondazione in vitro, uno dei due uomini – l’altro è stato il ginecologo Patrick Steptoe – a cui Louise Brown deve la vita, oltre che il suo secondo nome. “Quando sono nata – scrive Brown sull’Independent – Steptoe ed Edwards hanno suggerito di darmi Joy (gioia, NdR), come secondo nome. Dissero che la mia nascita avrebbe portato gioia a moltissime persone”.

Il diritto ad avere un figlio

A Edwards l’autrice del libro dedica diverse pagine, tracciando il ritratto di uno scienziato brillante e rigoroso, convinto, con Steptoe, che “esisteva una sorta di ‘diritto’ ad avere un figlio, e non sarebbe stato quindi giusto negarlo”, sempre apertissimo al confronto pubblico sui risultati del suo lavoro (anche quando questa apertura gli costava attacchi durissimi). Fronte lo ricorda per esempio a proposito della pubblicazione, nel febbraio 1969, di un articolo che per la prima volta nella storia mostrava la fattibilità della fecondazione in vitro umana.

Nell’occhio del ciclone, Edwards non si sottrasse a nulla. In quell’occasione, così come in mille altre negli anni successivi, concesse interviste, parlò in pubblico e illustrò i suoi porgetti, fermo nella convinzione – molto insolita per quei tempi – che ‘gli scienziati devono spiegare il loro lavoro e le sue conseguenze’, come scrisse nel 1971 su Nature.

Sembra già molto, per un libro di dimensioni tutto sommato contenute, ma dal racconto di Margherita Fronte – abilissima a descrivere con poche parole immagini molto precise, come quella della nascita di Louise, come pure interi scenari di ricerca, e a spiegare, sempre con pochi cenni, concetti scientifici di non poca complessità – emerge anche molto di più. Per esempio il rapporto con altri filoni di ricerca, come quello sulla pillola anticoncezionale, o le radici profonde di temi di cui in Italia, per “merito” di una legge famigerata come la 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita, si continua a discutere ancora oggi (in particolare il tema della fecondazione eterologa).

O, ancora, una calda e rassicurante comprensione per la sofferenza di donne e uomini che non riescono ad avere un figlio e si rivolgono alla medicina nella speranza di coronare, un giorno, questo immenso desiderio. Una comprensione mai invadente e stucchevole, in un racconto che è prima di tutto saggio scientifico, ma che risulta a tratti commovente. Come nelle ultimissime parole del libro, a chiusura dei ringraziamenti.

La storia della fecondazione in vitro, scritta quasi sempre da scienziati uomini, si è alimentata del coraggio delle donne. L’ho capito grazie a Michela, che ringrazio (…) per avermi fatto capire quanto può essere forte il desiderio di avere un figlio. È un desiderio che non appartiene a tutte, ma che, quando presente, è potente come forse nessun altro.

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Valentina Murelli
Giornalista scientifica, science writer, editor freelance

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