martedì, Ottobre 22, 2019
ricercaSPAZIO

Finisce un’era: le ultime missioni del programma Apollo

Le missioni conclusive del programma Apollo, tra innovazioni tecniche ed esperimenti scientifici. Fino all’ultima passeggiata sulla Luna, nel 1972.

Dopo il primo sbarco sulla Luna, nel luglio del 1969, la NASA prevedeva di portare sul nostro satellite altri nove equipaggi. L’ultima missione del programma Apollo doveva essere la numero 20, ma le cose andranno diversamente. L’amministrazione Nixon decide di dirottare su altro quasi tutti i fondi un tempo destinati allo spazio. È soprattutto la guerra in Vietnam, di cui non si intravede la fine, a sottrarre sempre più risorse statali. Alla fine del 1970, i tagli al budget dell’ente spaziale portano alla cancellazione degli ultimi tre lanci.

I voli che seguono la disavventura dell’Apollo 13 vengono allestiti con la consapevolezza dell’imminente smantellamento del programma. Questo, però, non li rende meno importanti.

Apollo 14 – risciò e partite a golf

L’equipaggio dell’Apollo 14, che decolla da Cape Canaveral il 31 gennaio 1971, è composto da Stuart  Roosa, pilota del modulo lunare Kitty Hawk, Edgard Mitchell, alla guida del modulo di comando Antares, e Alan Shepard, comandante della missione. Quest’ultimo è stato il primo americano nello spazio ed è un veterano del gruppo dei Mercury Seven. A causa della sindrome di Ménière, problema dell’orecchio interno che può causare vertigini e nausea, non vola da quasi dieci anni, ma un’operazione chirurgica lo porta a  guarire completamente. Deke Slayton, responsabile della selezione degli equipaggi, decide di concedergli una seconda possibilità. All’età di 47 anni, sarà l’uomo più anziano a mettere piede sulla Luna.

Nelle fasi iniziali della missione, l’aggancio in orbita fra Kitty Hawk e Antares e il conseguente distacco del modulo lunare dal terzo stadio del Saturn V si rivelano più complicati del previsto. Prima che la manovra riesca sono necessari ben sei tentativi, ma superato questo ostacolo tutto procede regolarmente. Una volta raggiunta la superficie lunare, Shepard e Mitchell, il quinto e il sesto uomo a camminare sul nostro satellite, posizionano vari strumenti nei pressi della zona di allunaggio e conducono numerosi esperimenti scientifici.

Sulla superficie viene utilizzato per la prima volta il Modular Equipment Transporter (MET), piccolo veicolo a due ruote trainato a mano tramite una barra collocata nella parte anteriore, su cui vengono collocate attrezzature e strumenti di vario tipo. Scomodo e difficile da trascinare sull’accidentato terreno lunare, gli astronauti lo soprannominano “risciò”. Dalla missione successiva sarà sostituito dal più efficiente rover.

Shepard è ricordato anche come l’unico essere umano ad aver mai giocato a golf sulla Luna. Poco prima di risalire sul modulo Kitty Hawk, l’astronauta estrae due palline da golf portate con sé durante il viaggio e le lancia utilizzando una piccola asta; la prima rotola in un cratere poco lontano, mentre la seconda – agevolata dalla gravità lunare – viene scaraventata a oltre 200 metri di distanza.

Apollo 15 – arriva il rover lunare

Il lancio dell’Apollo 15 avviene il 26 luglio 1971. Il comandante è David Scott, al suo terzo volo da astronauta dopo le missioni Gemini 8 e Apollo 9. Alfred Worden, pilota del modulo di comando Endeavour e James Irwin, pilota del modulo lunare Falcon, sono invece alla loro prima esperienza nello spazio.

La missione è caratterizzata da una serie di migliorie tecniche, grazie alle quali sarà possibile compiere indagini scientifiche avanzate sulla superficie lunare. Il Falcon, che alluna correttamente il 30 luglio, è progettato per una permanenza prolungata sul nostro satellite. Resterà sulla Luna per oltre 66 ore, il doppio rispetto alla missione precedente. Scott e Irwin, il settimo e l’ottavo uomo a camminare sulla Luna, hanno inoltre a disposizione uno strumento che consente di compiere molte più attività in meno tempo: il rover lunare (LRV, Lunar Rover Vehicle). Inserito smontato all’interno del modulo lunare, l’LRV viene assemblato dai due astronauti direttamente sulla Luna.

Non più limitati nei movimenti a causa delle ingombranti tute spaziali, grazie a questo mezzo di trasporto gli astronauti hanno la possibilità di esplorare ampie porzioni di territorio. Il rover, costruito dalla Boeing e dalla General Motors, si guida tramite una cloche ed è dotato di quattro ruote motrici prive di camera d’aria. Non potendo funzionare con un normale motore a combustione in un mondo privo di ossigeno, è alimentato da un motore elettrico. Può raggiungere i 13 km/h e ha un’autonomia di quasi cento chilometri, ma a causa delle numerose insidie del terreno e delle difficoltà legate alla bassa gravità lunare, non viene mai spinto oltre i 4–5 km/h.

Apollo 16 – tre giorni sulla Luna

Il 1972 segna la fine del programma Apollo. Restano solo due missioni, poi la NASA si concentrerà su un nuovo progetto, chiamato Space Shuttle. Il decollo dell’Apollo 16 avviene il 16 aprile del 1972. Il comandante è John Young, già membro dell’equipaggio dell’Apollo 10; alla guida del modulo di comando, chiamato Casper, c’è Thomas Mattingly, mentre il modulo lunare Orion è affidato al trentaseienne Charles Duke, destinato a essere il più giovane astronauta a mettere piede sulla Luna.

L’allunaggio avviene con circa sei ore di ritardo a causa di un malfunzionamento al motore del modulo lunare, ma la missione è comunque un successo. Young e Duke restano sulla superficie del satellite per quasi tre giorni, oltre 70 ore complessive, ed effettuano ben tre attività extraveicolari di lunga durata, sfruttando il rover molto più che nella missione precedente. Vengono percorsi circa 27 chilometri, eseguiti decine di esperimenti di varia natura e raccolti oltre 95 chili di rocce; tra questi Big Muley, un campione di quasi 12 chili di peso, il reperto più pesante riportato sulla Terra dagli astronauti del programma Apollo.

Per la prima volta vengono utilizzati un trapano di nuova concezione in grado di estrarre un campione di suolo a ben tre metri di profondità e uno speciale apparecchio, formato da una fotocamera e un telescopio, capace di acquisire immagini nella regione dell’ultravioletto dello spettro elettromagnetico. Nel frattempo Mattingly – a bordo del modulo di comando Casper per un totale di 126 ore, pari a 64 orbite lunari – batte tutti i record di permanenza in solitaria attorno al nostro satellite.

Apollo 17 – l’ultimo viaggio

L’ultima missione del programma Apollo parte da Cape Canaveral il 7 dicembre 1972. Per la prima e ultima volta nella storia dei lanci del Saturn V, il decollo avviene a notte fonda. Trentatrè minuti dopo la mezzanotte un boato scuote il Kennedy Space Center e per alcuni istanti il cielo si illumina di rosso.

Gli astronauti a bordo della navicella sono Eugene Cernan, comandante, Ron Evans, pilota del modulo di comando America e infine Harrison Schmitt, alla guida del modulo lunare Challenger. Schmitt, oltre a essere il primo astronauta a non avere trascorsi da militare, sarà l’unico scienziato a calpestare il solo lunare; laureato in geologia ad Harvard, la sua presenza a bordo dell’ultima navicella Apollo è fortemente voluta dalla National Academy of Sciences.

Il Challenger tocca la superficie lunare l’11 dicembre. Cernan e Schmitt sono rispettivamente l’undicesimo e il dodicesimo essere umano a toccare la superficie della Luna. L’esecuzione di esperimenti e l’installazione di apparecchiature si susseguono senza sosta, sia al suolo che in orbita. La NASA è consapevole che non ci saranno altre missioni umane sulla Luna per molto tempo e cerca di sfruttare al massimo quest’ultima occasione.

Nei tre giorni trascorsi sul nostro satellite, i due astronauti compiono ben tre attività extraveicolari, ognuna delle quali dura più di 7 ore. Oltre alla raccolta di circa cento chili di campioni di roccia e all’installazione dell’ALSEP (Apollo Lunar Surface Experiments Package), pacchetto contenente vari strumenti – tra cui un sismografo, un magnetometro e uno spettrometro – utilizzato anche nelle missioni precedenti, viene testato il TGE (Traverse Gravimeter Experiment), strumento progettato dal Massachusetts Institute of Technology, realizzato con lo scopo di ottenere informazioni sulla gravità e la struttura interna della Luna.

Nel frattempo Ron Evans, in orbita a bordo del modulo di comando America, esegue una serie di esperimenti con gli strumenti scientifici presenti all’interno del veicolo, tra cui un radiometro a raggi infrarossi, utilizzato per generare una mappa della temperatura del suolo. Evans non è solo. Con lui ci sono anche Fe, Fi, Fo, Fum e Phooey, cinque topolini (Perognathus longimembris) che durante le 75 orbite lunari vengono sottoposti ad alcuni test sugli effetti dei raggi cosmici sugli organismi viventi.

Il 14 dicembre, ultimata l’ultima attività extraveicolare, i due astronauti sulla Luna rientrano nel Challenger e si preparano al rientro. L’ultimo a lasciare la superficie è Eugene Cernan. Ad oggi nessun altro essere umano ha calpestato il suolo lunare.

Ricadute tecnologiche

Portata a termine la missione conclusiva, dopo aver infranto ogni possibile record in campo spaziale, il programma Apollo viene chiuso. Se è stato possibile realizzare un’impresa di tale portata in appena un decennio, lo si deve soprattutto a ragioni di natura politica, ma sarebbe un grosso errore considerare i traguardi raggiunti in quegli anni come la semplice attestazione simbolica della supremazia americana sui russi. Le missioni lunari della NASA sono costate tantissimo – più di 25 miliardi di dollari, equivalenti a oltre 100 miliardi al cambio attuale – ma il valore economico delle ricadute scientifiche e tecnologiche su scala globale è incalcolabile.

Portare i primi esseri umani nello spazio ha richiesto lo sforzo collettivo di migliaia tra scienziati, progettisti e ingegneri. Le innovazioni sviluppate in quegli anni hanno contribuito in modo significativo ad accelerare il progresso dell’intera umanità. Quasi 2000 prodotti utilizzati in vari ambiti della nostra vita – dall’informatica all’agricoltura, dalla medicina ai trasporti, dalla sicurezza al tempo libero – derivano dalla ricerca spaziale. Nato oltre quarant’anni fa, il Technology Transfer Program della NASA si occupa di trasformare le ricerche pionieristiche dell’ente spaziale in investimenti volti a sostenere l’economia e migliorare la qualità della vita.

La vita dopo Apollo

Cinquant’anni dopo il primo allunaggio, quattro dei dodici astronauti che hanno avuto lo straordinario privilegio di passeggiare sul nostro satellite sono ancora in vita. Edwin ‘Buzz’ Aldrin, il secondo uomo sulla Luna, David Scott, comandante dell’Apollo 15, Charles Duke, pilota del modulo lunare dell’Apollo 16 e Harrison Schmitt, il geologo dell’Apollo 17 che ha compiuto l’ultima passeggiata lunare in compagnia di Eugene Cernan. Veri e propri pionieri, un tempo considerati alla stregua di supereroi, questi uomini sono in realtà normalissimi esseri umani, con le loro fragilità, insicurezze e idiosincrasie. Rientrato dalla missione lunare, Scott è stato coinvolto in uno scandalo riguardante 400 francobolli portati senza autorizzazione sul nostro satellite e poi rivenduti da un commerciante tedesco; Schmitt ha avuto una brillante carriera politica, culminata con l’elezione a senatore del New Mexico nel 1977, ma negli ultimi anni ha fatto molto parlare di sé per le sue posizioni negazioniste riguardo il riscaldamento globale; Aldrin ha combattuto per anni contro l’alcolismo e la depressione, mentre Duke è diventato un fervente religioso.

Cinquant’anni dopo quello straordinario 20 luglio 1969, sembra che i tempi siano maturi per una nuova avventura umana nello spazio. È improbabile che i moonwalkers, oggi ultraottantenni, riescano ad assistere ai viaggi dei loro successori. Sognare, però, non costa nulla. Ne sa qualcosa Buzz Aldrin, da anni uno dei principali promotori della ripresa delle missioni umane oltre l’orbita bassa della Terra. In un articolo pubblicato sul New York Times nel 2013, Aldrin scrive che la Luna non va più vista “come una meta, ma come il punto da cui partire per raggiungere e colonizzare Marte”. Tra non molto, forse, Eugene Cernan perderà il suo primato di ultimo uomo sulla Luna.

Nota della redazione, 26 luglio 2019: l’articolo è stato editato per modificare un errore relativo al numero di equipaggi da portare sulla Luna dopo lo sbarco nel 1969.


Leggi anche: Dopo l’Apollo 11: l’inizio di una nuova fase

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.    Fotografia NASA

Simone Petralia
Giornalista freelance. Amo attraversare generi, discipline e ambiti del pensiero – dalla scienza alla fantascienza, dalla paleontologia ai gender studies, dalla cartografia all’ermeneutica – alla ricerca di punti di contatto e contaminazioni. Ho scritto e scrivo per Vice Italia, Scienza in Rete, Micron e altre testate. Per OggiScienza curo Ipazia, rubrica in cui affronto il tema dell'uguaglianza di genere in ambito scientifico attraverso le storie di scienziate del passato e del presente.

2 Commenti

  1. Dopo il primo sbarco sulla Luna, nel luglio del 1969, la NASA prevedeva di portare sul nostro satellite altri sette equipaggi. L’ultima missione del programma Apollo doveva essere la numero 20,

    I conti non mi tornano: 11 + 7 = 18.

    Presumo la frase corretta fosse “la NASA prevedeva di portare sul nostro satellite altri *nove* equipaggi”

  2. Buongiorno E.K. Hornbeck, la ringraziamo per la segnalazione. Abbiamo inserito il numero corretto. Un saluto. (Lisa Zillio – Redazione di OggiScienza)

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: