lunedì, Ottobre 26, 2020
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Solarpunk. Un nuovo modo di guardare al futuro

Quelle solarpunk sono storie che osano essere ottimiste e che ambiscono a raccontare realtà sfaccettate, dove la soluzione non è una panacea tecnologica – espressione di un tecno-ottimismo rivelatosi illusorio – ma il risultato di scelte politiche sfumate e complesse.

Distopie e catastrofismo da tempo rappresentano una delle correnti dominanti della fantascienza, sulla scia di padri illustri come Orwell, Bradbury e Huxley. Peccato che la lucidità critica e la forza di rottura di questi autori – e di diversi che li hanno seguiti – sia stata normalizzata e incanalata in quello che è diventato un facile trend commerciale, che si allinea a un certo pessimismo diffuso senza offrire nulla di davvero nuovo.

Esistono però approcci che si ribellano a queste narrazioni dominanti e reagiscono cercando strade diverse. Approcci che vanno dal progetto Hieroglyph alla rinata fantascienza cinese, fino al solarpunk.

Derivativo del cyberpunk, il solarpunk non è soltanto un genere letterario ma anche un manifesto, un movimento speculativo e controculturale che si oppone a un futuro dominato da «anziani in grandi città impauriti dal cielo», come prevede lo scrittore (e co-fondatore del cyberpunk) Bruce Sterling. Andrew Dana Hudson, scrittore e membro del Center for Science and the Imagination dell’Università dell’Arizona, lo definisce «uno sforzo collaborativo per immaginare e progettare un mondo di prosperità, pace, sostenibilità e bellezza, raggiungibile con ciò che abbiamo e da dove siamo adesso» nel saggio che apre Solarpunk: Come ho imparato ad amare il futuro, una raccolta di racconti pubblicata da Future Fiction e curata dal suo cofondatore e scrittore Francesco Verso.

Rifiutare la distopia non vuol dire gettarsi nelle utopie più sfrenate e ingenue

Come sottolinea nell’introduzione lo scrittore Fabio Fernandes, «Non si tratta di mostrare una società composta da shiny happy people, ma da persone che si occupano del qui e ora e, di conseguenza, del futuro». Quelle solarpunk sono storie che osano essere ottimiste e che ambiscono a raccontare realtà sfaccettate, dove la soluzione non è una panacea tecnologica – espressione di un tecno-ottimismo rivelatosi illusorio – ma il risultato di scelte politiche sfumate e complesse. Agire, per un solarpunk, non significa distruggere, fare tabula rasa e ripartire da zero, ma piuttosto riutilizzare e rinnovare; significa opporsi a una politica anziana e statica ma anche imparare a conviverci, creando quelle che Hudson chiama «sacche di progresso e immaginazione»; significa farsi strada nelle crepe di una società decadente, facendo crescere alberi nelle spaccature dell’asfalto; significa – ricorrendo di nuovo alle parole di Hudson – «Incoraggiare una resilienza che isoli paesi e quartieri dagli shock economici. Instaurare patti di mutuo soccorso che proteggano i membri dalla predazione fiscale».

Un’antologia di racconti

Uno degli aspetti più interessanti di quest’antologia è la varietà di voci e visioni che ospita: autori e autrici dal Brasile e dalla Cina, dagli Stati Uniti e dalla Francia, dalla Spagna e dall’Argentina, che raccontano storie ambientate in tutti i continenti. Una fantascienza non più occidentale ma globale, collocata in scenari diversi da quelli a cui siamo abituati. «Da decenni, la letteratura mainstream – in un progressivo scivolamento verso un postmodernismo disincantato e un lucido cinismo giustificato dallo sfaldamento del presente – si è abilmente smarcata dalla responsabilità d’immaginare una società diversa, un individuo diverso e un futuro diverso da quelli attuali», scrive Francesco Verso nel saggio che chiude il libro. E questi racconti in effetti si muovono in altre direzioni, mostrano immagini e personaggi nuovi alle prese con i cambiamenti climatici, l’uso di energie rinnovabili e il rimodellamento della società.

Come spesso accade con le raccolte, la qualità dei racconti – sia per quanto riguarda la raffinatezza dell’esplorazione del futuro, sia dal punto di vista della scrittura – non è costante e ci sono alcune storie poco convincenti. Ma, nel complesso, l’antologia di Future Fiction è una novità narrativa e intellettuale, una ventata di freschezza che cerca di scardinare alcune narrazioni dominanti. Lo fa con un ottimismo prudente, che può risultare fuori luogo in un mondo pervaso da crisi climatiche, sanitarie ed economiche, ma che costituisce anche una novità, una rottura col passato. E lo fa ricordando che, come afferma Hudson, «L’albero non può cancellare il cemento, ma il cemento è troppo malandato per fermarlo».


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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Michele Bellone
Sono un giornalista e mi occupo di comunicazione della scienza in diversi ambiti. I principali sono la dissemination di progetti europei, in collaborazione con Zadig, e il rapporto fra scienza e narrativa, argomento su cui tengo anche un corso al Master di comunicazione della scienza Franco Prattico della SISSA di Trieste. Ho scritto e scrivo per Focus, Micron, OggiScienza, Oxygen, Pagina 99, Pikaia, Le Scienze, Scienzainrete, La Stampa, Il Tascabile, Wired.it.
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